Sono un grande ammiratore dei pesci del Devoniano

E’ il momento di confessarlo: sono uno strenuo ammiratore dei pesci del Devoniano. Non mi interesso granché di paleozoologia, ma i pesci del Devoniano meritano tutta la mia stima, e anche la tua. Essi sono stati senza dubbio i piu spericolati ed eroici esploratori di tutti i tempi.

Il Devoniano risale a un’epoca parecchio lontana, intorno ai 400 milioni di anni prima di Cristo. Allora, i pesci, con un lampo di genio, inventarono la deambulazione. Dopo millenni e millenni di condizione sottomarina e qualche timida avanscoperta in superficie, finalmente si decisero ad agire. Uscirono dall’acqua, cominciarono a camminare sulla terraferma. Una mattina, come astronauti o pionieri, per primi passeggiarono sulle spiagge, al sole. Si trattava di un avvenimento memorabile, ma i pesci non avevano bandiere da piantare, né testimoni dell’impresa. Ad attenderli non trovarono nessuno: il pianeta là fuori era pressoché disabitato, ad eccezione di alcuni insetti innocui buoni da mangiare e della rigogliosa vegetazione. I pesci si guardarono attorno, all’inizio faticavano a capire. Dove siamo? E cos’è questo nuovo sapore nel respiro? Perche non stiamo nuotando nell’aria? Ehilà, c’e qualcuno?

La solitudine dei deserti e delle stelle non li spaventò. Evitarono di ritirarsi nelle onde da cui erano venuti, anzi con puntiglio si adattarono al nuovo tipo di vita da loro stessi ideato. Furono artefici di un gesto davvero rivoluzionario: trasformarono le pinne in piedi. Impararono a prender fiato dal cielo, e colonizzarono i continenti per primi.

Tutti noi discendiamo da quei pesci coraggiosi. Senza la loro intuizione, senza la prodezza dell’atto, noi discendenti terrestri non esisteremmo. A questi nostri avi dovremmo intitolare piazze, erigere monumenti in marmo, festeggiare ricorrenze. Invece niente. Li abbiamo dimenticati, o rinchiusi al buio delle sale meno battute dei musei di storia naturale. E’ una vergogna.

Aeronautica dei bei tempi

Nessuno in Italia aveva mai visto un aereo volare fino al maggio 1908, quando in Italia arrivò il grande aviatore francese Leòn Delagrange, giunto per una serie di dimostrazioni. Fu accolto come un divo alla stazione ferroviaria di Milano, a festeggiarlo c’era persino una banda di ottoni. La delegazione composta dal sindaco e dai notabili lo condusse poi ad ammirare la città dal tetto del Duomo, ove peraltro Delagrange, affacciato dalla balconata sul piazzale, stupì i suoi accompagnatori ammettendo di avere provato le vertigini, malessere inconsueto per un pilota d’aerei. E tuttavia, pochi osarono insospettirsi.

Il giorno dopo, Delagrange partì in treno per Roma. Qui era prevista la sua prima esibizione pubblica volante, di fronte alla famiglia reale, a centinaia di giornalisti e a una gran folla ansiosa di ammirare l’impossibile impresa in cambio del prezzo di un biglietto.

In una piazza d’armi immensa, con quasi 200.000 cittadini paganti in adorazione sugli spalti, fece il suo ingresso l’eroico Delagrange. Salì sul suo piccolo aereo e tentò qualche rincorsa, ma senza successo. Si spazientì. Accusò il refolo di vento che soltanto lui sentiva: gli impediva il decollo. Trascorsero ore d’attesa incerta, le tribune fremevano dal disappunto.

Al tramonto, Delagrange con un megafono propose di annullare lo spettacolo o almeno rimandarlo al giorno successivo nella speranza di condizioni atmosferiche migliori. A tale annuncio, la gente infuriata sfondò le transenne per invadere il campo e linciare Delagrange. Il quale fuggì a chiudersi nell’hangar, protetto dalla polizia.

Fu ristabilita la calma. Il pubblico, reso mansueto dalle manganellate dei gendarmi, tornò a sedersi. Delagrange disse di voler provare ancora: seguirono applausi ma anche un timido lancio di oggetti da parte di contestatori ostinati. Delagrange riprese posto nell’abitacolo e si avviò sulla pista rombando sulle ruote. Non si seppe mai cosa accadde dopo. Qualcuno giurò che per pochi secondi l’aereo si fosse sollevato di almeno mezzo metro da terra. Fu vera magia o illusione? Intanto scese il buio, e la manifestazione venne definitivamente sospesa mentre Delagrange salutava gli spettatori per allontanarsi scortato in albergo dalla cavalleria armata dei Savoia.

Delagrange si presentò per una nuova dimostrazione, questa volta gratuita seppur a porte chiuse, riservata alla sola regina Margherita, madre di Vittorio Emanuele III e ispiratrice di una famosa pizza. I pochi presenti assicurano che Delagrange spiccò il volo e restò in aria per quasi un minuto, ma che durante una manovra, per poco non centrò in pieno il palco reale.

La tournée italiana di Delagrange continuò con esiti alterni. A Torino un paio di esibizioni furono cancellate per via della pioggia. Altre invece andarono a buon fine. Leòn Delagrange morì due anni più tardi a Bordeaux, ma ebbe una fine gloriosa, da impavido pioniere dell’aria. Si sfracellò al suolo a bordo del suo aereo, su cui, per errore o per azzardo, aveva ordinato di montare un motore troppo potente.

Il libro mai letto da nessuno, neppure dal suo autore

Esiste un libro che nessuno ha mai letto per intero. Nessuno, nemmeno il suo autore, che tuttavia lo ha scritto.

La presunta durata della lettura completa coprirebbe tempi ben superiori a quelli della vita umana. Secoli, anzi millenni.

E’ stato calcolato che se riuscissimo anche a leggere questo libro ogni giorno per ventiquattro ore, senza mai dormire, senza mai riposarci, impiegheremmo comunque piu’ di 190.000 anni a concluderne la lettura. Eppure le sue pagine scritte sono solo una decina.

Il libro fu pubblicato nel 1961 dalla famosa casa editrice parigina Gallimard. Si intitola Centomila miliardi di poesie.

Non si tratta infatti di un romanzo o di un saggio, ma di una raccolta di sonetti, ossia componimenti poetici in 14 versi. Il libro è rilegato in modo che ogni verso sia stampato su una linguetta, una strisciolina intercambiabile, come si usa in certe pubblicazioni illustrate per l’infanzia, cosicché sfogliandolo è possibile assemblare i 10 sonetti iniziali in 1014 combinazioni, sempre in rima perfetta. Cioè 100.000.000.000 differenti sonetti.

L’autore è Raymond Queneau, quello dei super bestseller Zazie nel metro e I fiori i blu. Il volume, imitato nell’ideazione matematica poi da molti epigoni con minor successo di vendita, risulta ancora oggi stampato e distribuito in parecchi paesi europei. Lo si trova facilmente sugli scaffali delle librerie francesi.

Fantasy

- Buongiorno, siamo arrivati.

- Oh cari signori, benvenuti. Chi siete, di grazia?

- Siamo l’Impero del Male. Scusate l’intromissione ma dobbiamo darvi un annuncio importante: è nostro fermo intendimento invadere il vostro mondo, dar fuoco alle vostre abitazioni e poi sterminarvi tutti.

- Ma no dai, perché?

- Ci dispiace, non possiamo agire altrimenti: è nella nostra natura.

- D’accordo. Tuttavia noialtri proveremo a resistervi. Riuniremo una piccola armata di saggi e coraggiosi e vi daremo battaglia. Benché poveri e decaduti, discendiamo da una nobile stirpe di maghi elfici vegetariani che in un epoca lontana e felice regnavano su queste terre.

- Perfetto, noi siamo milioni di soldati immortali, crudeli e furibondi, voi quattro pacifisti del cazzo: sulla carta, i pronostici ci danno per favoriti.

- E invece vinceremo noi, in quanto il Bene non ha mai paura, e sempre trionfa.

- Sì, mio nonno. Il vostro illusorio vanto di audacia non ci pare granché come controffensiva. Inoltre abbiate pazienza ma questa trama comincia a sembrar noi il solito plagio del Signore degli Anelli.

- In effetti da decenni gli scrittori delle nostre storie copiano quel librone. Però con notevoli varianti: essi cambiano nomi ai personaggi utilizzando anagrammi di sostantivi danesi, indulgono nell’abuso di aggettivazione arcaica, plagiano inedite mitologie norrene. E la loro prosa risulta assai meno articolata, meno complessa e forsanco meno soporifera - benché più carente sul piano della sintassi – rispetto a quella dell’autore che firmò tale opera. Ma oggidì la narrativa di largo consumo paga ancora decentemente.

- Orbene?

- E allora sia, combattiamo.

- Ottimo (si volta verso il suo immenso esercito) Presto, uccidiamo ‘sti poveracci e impadroniamoci dell’universo onde tramutarlo in luogo di tirannia e dolore eterno!

- Un momento, siamo solo al comincio della narrazione in una lunga saga avventurosa ambientata in un Medioevo posticcio intriso di riferimenti al misticismo celtico. Non avrete per caso l’idea di debellarci subito, massacrandoci già al primo capitolo con alabarde e spade?

- Veramente avremmo con noi anche balestre, onagri, mannaie. E siamo pure cannibali e satanisti, e al termine dei conflitti in genere torturiamo i prigionieri per ore, prima di squartarli. Ma orsù, avanti, mica staremo qua ancora a perder tempo, il lettore già si annoia!

- E infatti ecco che noi giochiamo la carta della sorpresa: un trucco magico ci donerà la vittoria insperata. Per ottenere tale incantesimo ci vediamo peraltro costretti ad evitare la battaglia (scusateci tanto, non vogliatecene) e intraprendere un lungo viaggio attraverso lande sconosciute rigogliose di una natura ostile. Saremo guidati da una principessa amazzone, o da un negromante cieco, o da un drago, o da tutti e tre costoro, adesso ci pensiamo e decidiamo.

- Codardi. E noi vi inseguiremo, vi daremo la caccia sino alla morte. A ciascheduno di voi ancora vivo mangeremo i visceri, e poi regneremo su questo pianeta grazie al potere dell’odio. Avanti, alle armi.

- Eh no, peccato, il libro è finito.

- Come finito? E le stragi? Le guerre? I massacri di innocenti? L’impalamento di vergini minorenni?

- Suvvia, siamo solo il primo volume di una saga, un ciclo composto da diversi romanzi: potrete impegnarvi in questi nobili obiettivi nel prossimo episodio.

- Ma quale prossimo episodio. Siamo qua da duemila pagine è ancora non successo niente!

- Appunto. Secondo voi come potremmo tirare avanti per altre ventimila?

L’inevitabile resoconto della settimana di ferie trascorsa in montagna

Non ci piace la neve, disprezziamo gli affollamenti di persone, soffriamo l’altitudine, odiamo il freddo e come se non bastasse da tempo abbiamo rinunciato a sciare (in quanto siamo poveri e preferiamo evitare sia il noleggio o peggio l’acquisto delle attrezzature necessarie a tale sport nonché il pagamento dei costosi impianti di risalita): date queste premesse, non potevamo fare a meno di trascorrere un breve periodo di ferie in montagna. È stata un’esperienza onirica, sorta di autopunizione, sebbene non fosse chiaro cosa mai avessimo da espiare.

Come luogo d’alloggio abbiamo scelto un piccolo albergo a conduzione familiare, segnalato dall’insegna con due sole stelle, quasi un’ammissione di colpa, come volesse dire: più economico di me c’é solo il campeggio, ma d’inverno esso resta chiuso per ovvi motivi meteorologici, oppure le poco confortevoli panchine di legno ai giardinetti. A onore dei titolari della locanda va comunque testimoniato che il servizio è risultato dignitoso, l’ospitalità cortese, la camera addirittura pulita.

Nel corso della villeggiatura abbiamo tuttavia assistito allo spettacolo spassoso dei cittadini nostri simili alle prese con le circostanze a loro e a noi inusuali, con conseguenze spesso imbarazzanti. Il tronfio uomo di città, seppur dotato di a) abbigliamento pesante, b) calzature da alpinismo hymalaiano, c) automezzi tecnologicamente avanzati, ebbene egli non pare ancora in grado di vincere la natura, la quale si diverte lo stesso a a) farlo starnutire, b) rovinare per terra sul sedere mentre cammina sul suolo ghiacciato, c) tentar – senza successo – di montar le catene alle gomme per superare una salita imbiancata dal gelo e così via.

Ci siamo dunque limitati alla consueta osservazione antropologica, e poi alla convivialità di pasti caldi nei rari ristoranti a buon mercato. E a giocare  a palle di neve, come bambini. Abbiamo persino realizzato un pupazzo, con una pigna a interpretare il naso, e i rametti secchi al posto delle braccia.

Il ferro da stiro più famoso del mondo

Il ferro da stiro più famoso del mondo non è il Rowenta ma il Cadeau prodotto da Man Ray (vero nome: Emmanuel Rudnitsky, professione fotografo) nella giornata del 14 luglio luglio 1921 a Parigi. Si tratta di un ferro da stiro privo di caldaia, non elettrico, realizzato artigianalmente in pochi esemplari ancora in commercio. Non stira.

Ma torniamo al 14 luglio 1921. La mattina di quel giorno, Man Ray, uscendo da un bar dove aveva bevuto due grog in compagnia del compositore Erik Satie, si ritrovò con costui ad osservare la vetrina di un negozio di ferramenta ove era appunto esposto un ferro da stiro in ghisa, di quelli da riscaldare sulla stufa prima dell’utilizzo. Senza esitare, Man Ray decise di acquistare l’oggetto insieme a quattordici chiodi. Comunico il suo intendimento all’amico, per nulla stupito; peraltro Man Ray non parlava francese e perciò era necessario che Satie fungesse da interprete nella compravendita fra Man Ray e il negoziante.

Subito dopo Man Ray rientrò nella sua stanza d’albergo per mettersi al lavoro, ossia impartire un ritocco all’apparecchio: sulla piastra, la parte piana solitamente pensata per appiattire i vestiti, applicò i chiodi in fila, in modo da rendere il ferro da stiro del tutto inutilizzabile.

A questo punto per sperimentare la buona riuscita del progetto provò a utilizzare il nuovo ferro da stiro da lui inventato su un abito, del quale anziché allisciarne le pieghe ottenne la distruzione.

Soddisfatto del risultato, Man Ray decise di esibire il manufatto in una galleria d’arte nell’ambito di una mostra da lui stesso organizzata con l’ausilio di alcuni suoi estimatori. Poche ore dopo l’inizio della mostra, l’originale ferro da stiro di Man Ray venne però rubato (non si sa da chi) e mai più ritrovato.

Tuttavia Man Ray, negli anni successivi, si diede alla produzione per cosi dire industriale del suo inservibile ferro da stiro. Oggi ne esistono circa 5.000 modelli, in giro per il mondo. Il costo di ciascun ferro si aggira intorno ai duemila euro.

Una giornata di Immanuel Kant

Kant era un tipo mattiniero: il suo maggiordomo aveva l’ordine di svegliarlo alle cinque antimeridiane in punto. Alle sette spaccate Kant usciva di casa per andare in città ad occuparsi delle sue faccende. Tornava alle undici e quarantacinque, puntuale come un cronometro. Pretendeva di pranzare sempre allo stesso orario, le dodici e un quarto, in compagnia di tre selezionati commensali per la sua conversazione. Alle due e trenta cacciava gli ospiti senza scuse e intraprendeva la consueta passeggiata pomeridiana, momento di solitudine in cui usava meditare e digerire. Rientrava regolarmente alle tre e cinquantaquattro, non un minuto dopo. A partire dalle sedici e ventisette e zero secondi, Kant si chiudeva nello studio a scrivere o a pensare. Ne usciva alle 18:36, non prima né dopo, ad adempiere il rituale di fumare la pipa bevendo un bicchiere di vino renano. Alle venti sedeva di nuovo a tavola, e per veder giungere la cena non aveva certo bisogno di dar ordini alla servitù, abituata a quel perfetto rigore di tempi che non ammetteva ritardi. Ogni sera, alle ventuno e zerotré, Kant immancabilmente posava forchetta e coltello con cui aveva sbucciato la frutta, piegava il tovagliolo con geometrica meticolosità e quindi si alzava per recarsi in giardino a riflettere. Alle dieci meno un quarto era in camera da letto a indossare il pigiama: i domestici sapevano bene che 4 minuti e mezzo in anticipo le finestre della stanza andavano chiuse senza lasciar il benché minimo spiraglio di luce (Kant amava dormire nel buio più completo). Alle 22:00:00 Kant si coricava e spegneva la lampada sul comodino: dopo quindici secondi esatti, era già addormentato, e principiava a russare.

Al planetario

Siamo stati al planetario, luogo di un’altra epoca, cinematografo delle stelle. Il biglietto costa poco, noi di questi tempi ci accontentiamo della curiosità, e quindi.

Dall’esterno, il planetario si presenta come un edificio sacro, un tempio sormontato da una cupola. Dentro, nel concavo della volta, viene proiettato il cielo come esso si mostrerebbe ogni sera se le luci artificiali della città moderna non ci impedissero di vederlo.

Entriamo nel planetario, una semisfera senza finestre, e ci accomodiamo sulle sedie girevoli in legno da cui osserveremo lo spettacolo sul soffitto. La sala si sta ancora riempiendo e resta illuminata in attesa degli ultimi arrivi, signore e signori impegnati a prender posto. Al centro, troneggia la misteriosa macchina del planetario, colei cui è affidata la messa in scena. Ha l’aria di essere lì da sempre.

D’improvviso cala il buio, il soffitto si trasforma in cielo e ci ritroviamo nel pieno della notte, con gli occhi puntati verso l’alto. L’illusorio sole non vero tramonta e rivela la rappresentazione inconcepibile del firmamento. La voce di un sapiente ci guida nella scoperta del panorama sull’infinito. I bambini in sala domandano se ciò quanto viene narrato sia fantasia o verità (nessuna delle due cose, sarebbe la risposta corretta). Noialtri, muti, tentiamo di decifrare le percezioni, sorpresi come dovevano essere i primi marinai sul ponte delle navi in mezzo a un oceano di oscurità.

Gli astri si muovono, la voce senza corpo continua a condurre gli sguardi fra le costellazioni. Trascorriamo così, nella notte, un’ora del pomeriggio. Si alza il sipario, mentre lassù l’universo scompare e svela la finzione. Qualcuno applaude. Alzarci e andarcene, un poco dispiace. Prima di entrare qua dentro, del cielo sapevamo poco e nulla, i ricordi della scuola: la Luna, i pianeti. Ora saremmo in grado di riconoscere le Pleiadi e Cassiopea. Se solo si potessero vedere dal balcone.

Prodromi della crociata contro gli albigesi

Per gli albigesi, il Dio dell’Antico Testamento, quello che ha creato le cose, gli animali e gli uomini, è malvagio. Dio c’è ma ci odia, pensano gli albigesi, e per questo motivo ci ha spedito quaggiù.

Secondo gli albigesi esiste però un altro Dio, un dio gentile e amorevole. Il quale infatti non vorrebbe fossimo mai nati, e ci vuole morti. Ma per il nostro bene. Gli albigesi sono contrari alla vita, ferventi sostenitori dell’estinzione della razza umana.

Gli albigesi si proclamano oppositori del matrimonio e in generale dell’accoppiamento, in quanto tali pratiche (talvolta) conducono alla gravidanza cioè permettono ad altre nuove persone di venire al mondo , e il Dio buono non vuole che ciò accada.

Curiosita: gli albigesi sono vegetariani. La carne consegue dalla procreazione tra due viventi, quindi non è da considerarsi un commestibile. Ma oltre alla verdura gli albigesi mangiano il pesce, di cui pensano non si riproduca con il sesso ma si formi dal mare come frutto spontaneo (i pesci, secondo la biologia del medioevo, vanno considerati alla stregua di ortaggi e non di veri animali).

Gli albigesi ritengono poi che il papa, i cardinali e i preti debbano vivere in povertà, e andare in giro mezzi nudi o abbigliati di stracci, come peraltro loro stessi albigesi usano.

Naturalmente, rispetto alle teorie albigesi esposte sopra, il papa si trova pressoche in disaccordo su tutto. In particolare circa l’ultimo punto, quello del papa povero e pezzente. L’unico aspetto dell’eresia albigese di cui il papa si disinteressa risulta quello della dieta priva di proteine, sulla quale si può anche sorvolare. Ma sul resto, no.

Il papa contesta agli albigesi la balzana idea che la morte sia una cosa bella. Ma si stanca presto di ragionar con loro a parole, e quindi passa presto a una maniera persuasiva molto concreta.

E’ proprio il Papa, nel 1208, ad esaudire l’ambizione degli albigesi: ordina al suo immenso esercito di sterminarli tutti.

La crisi economica spiegata ai bimbi delle elementari

Cari bambini che non giocate in borsa e (per fortuna) non vi appassionate alla finanza, e quando vostro padre apre il Sole 24 Ore lo fa solo perché incartarvi le triglie (ma che razza di quotidiani legge il suo pescivendolo?), eccoci al consueto corso di economia, laddove la maestra vi indottrinerà su cosa siano questi spread e bitipì e default di cui tanto si parla alla televisione fra un cartone animato e l’altro, in modo che anche voialtri ci capiate qualcosa.

Orbene, bimbi belli, dovete sapere che numerosi Stati di questo pianeta (fra cui brilla ahimè il nostro) sono pieni di debiti fino al collo perché negli anni hanno dilapidato montagne di danaro in vari modi. Come accade a molti di noi adulti, ogni anno essi Stati guadagnano assai meno di quanto spendano: allorché ciò accade, noi mortali o ci lanciamo dalla finestra (ma questo gli Stati non possono farlo) o accendiamo un mutuo, cioè imploriamo un prestito a una banca.

Ebbene gli Stati si comportano nella medesima maniera: trovandosi in difficoltà chiedono aiuto ai moderni cravattari, cioè alle banche, e a una misteriosa entità molteplice e metafisica costituita da strozzini e giocatori d’azzardo chiamata “il Mercato”.

Accade quindi che gli Stati, su quei soldi prestati, debbano pagare un prezzo: se a loro vengono prestati 100 euro, essi Stati dovranno nel tempo restituirne 110. I 100 iniziali più altri 10. Quel “10″ viene chiamato dagli economisti il rendimento, e corrisponde infatti a quanto il prestito concesso rende al cravat- pardòn, al creditore.

Gli Stati perciò cominciano a domandare soldi un po’ a tutti, e ne domandano talmente tanti da aver inventato dei foglietti validi come richiesta di prestito. Le banche, i poveri cristi rispiarmatori e il perfido sig. Mercato possono comprarsi un foglietto, dare in cambio i 100 euro, e attendere nel futuro il rimborso dei 110. In Italia codesti foglietti si chiamano BTP, e sono in vendita un po’ ovunque, fra un po’ forse anche dal tabaccaio come i biglietti della lotteria.

E tuttavia le banche e quel figlio di buona donna del sig. Mercato (ma non i poveri cristi risparmiatori, loro nelle decisioni non contano un fico secco) si fanno furbi e capiscono che i loro clienti Stati non sono mica tutti uguali: ci sono Stati con fama di essere persone serie e laboriose (ad esempio la Germania) e altri (ad esempio l’Italia) invece conosciuti come cialtroni facili da infinocchiare e dediti ad attività ricreative quali buttar banconote giù dal terrazzo.

Perciò le banche e il Mercato dicono: aspetta un attimo, forse e il caso che allo Stato tedesco buono e virtuoso io chieda un prezzo basso, e da quello zuccone ebete e italiano ne pretenda uno più alto.

Cosi lo Stato grullo e scialacquatore (e nel frattempo pure con le pezze al sedere) si trova a dover pagar sempre maggiori cifre ai suoi usurai, e quindi a impoverirsi ancora di più.

E mano a mano che lo Stato si impoverisce e si mostra in giro malridotto e tutti lo irridono, le banche e il loro amichetto Mercato pensano: maremma guarda come è conciato male questo Stato a cui stiamo prestando quattrini, chissà se mai ce li restituirà, siccome corriamo questo rischio sarà meglio chiedergli un prezzo ancora superiore per i nostri prestiti.

Quindi: lo stato virtuoso ottiene prestiti a condizioni favorevoli, lo Stato fesso e spendaccione no. E per risarcire i suoi aguzzini (le banche e il Mercato) il disgraziato si vede costretto a domandare proprio a costoro ulteriori prestiti. Senza andar troppo per il sottile, la differenza fra quanto paga in prestiti lo Stato virtuoso e quanto lo Stato sciocco prende appunto il nome di spread (parola inglese traducibile anche come divario, differenza).

Dai e dai, si avvicina il default, il momento in cui lo Stato mendicante dichiara di non detenere il becco di un quattrino manco per bersi un latte caldo al bar sotto casa, figuriamoci per risarcire parecchi miliardi di euro agli usurai, vale a dire le Banche e il malvagio Mercato. Ma questi due signori cattivi ribattono di non volerne sapere altrimenti portano lo Stato in un vicolo buio e lo menano di brutto.

Ci sarebbe anche da dire delle pensioni, del fiscal drag, degli eurobond e delle agenzie di rating, ma non intendo spaventarvi ulteriormente. E poi oramai è tardi. Questo cari bimbi è il mondo che vi attende. Crescete pure, piccini, ma senza fretta.