Da noi occidentali imbevuti da secoli di cultura cristiana, il suicidio viene considerato un segno di pavidità: non così in Giappone, paese inventore dei kamikaze, presso certi individui, ammazzarsi risulta una cosa abbastanza normale. Anzi un gesto riservato agli audaci. “Dove sta andando, giovanotto?” “Ma niente, vado ad ammazzarmi.” “Urca, complimenti, beato lei.”
La mattina del 25 novembre 1970 lo scrittore giapponese Yukio Mishima, scortato dal suo piccolo esercito privato, entra negli uffici del Ministero della Difesa a Tokyo con il fermo intendimento di ammazzarsi. Mishima ha 45 anni ma vanta già un assai glorioso curriculum di scrittore, oltre a una fama controversa di attivista politico ultranazionalista fanatico della ginnastica da camera e delle arti marziali. In più, pare sia pazzo. Quest’ultima caratteristica, insieme alle altre nominate, gli consente di occupare le stanze del ministero senza troppa resistenza da parte dei funzionari spaventati.
Mishima sembra nervoso, ha gli occhi spiritati, non si capisce bene quali siano le sue intenzioni. Per prima cosa, si presenta sul balcone e davanti a una sparuta folla di dipendenti statali, giornalisti e semplici passanti tiene un appassionato discorso politico. Dopodiché rientra nei saloni e mette in atto il suo intendimento. E qui inizia il casino.
Dapprima Mishima si trafigge al ventre da solo, con una spada da samurai. Ma qualcosa va storto. Il Nostro, seppur gravemente ferito, si accorge di non essere ancora morto. Perde sangue peggio di una fontana, certo, e soffre dolori atroci. Ma rimane vivo. Malconcio, eppure vivo. Perciò , con le ultime forze, domanda gentilmente, con disinvoltura, a uno dei suoi fedelissimi di finirlo. In fretta, se possibile.
Qui tuttavia entra in gioco l’apprensione, che nei momenti cruciali gioca brutti scherzi, e spinge a sbagliare, quando non a commettere fesserie. All’idea di aver il privilegio di ammazzare il Maestro, il giovane discepolo si emoziona. Gli trema la mano. Infilza Mishima con la spada ma nel punto sbagliato. Lo ha sbudellato, ma non ucciso.
Mishima, a questo punto, è furibondo. Non si regge in piedi ma rantola parole di fuoco al suo allievo (“Coglione, ma che fai?”, riferiscono testimoni). Egli on può sopportare il supplizio dell’agonia, eppure riesce ancora a sgridare l’imbranato carnefice. Il quale poverino piagnucola avvilito, e poi prova nuovamente di eseguire l’ordine di accoppare il suo idolo.
Tuttavia, ancora una volta la timidezza, accompagnata dalla poca mira, hanno la meglio. Il discepolo ceffa anche il secondo colpo. Avrebbe dovuto decapitare il Vate, invece gli ha soltanto tagliato di netto il naso.
Sulla camera cala l’imbarazzo del silenzio, solo Mishima grida tormenti e parolacce. Doveva essere una cerimonia solenne, si sta rivelando una commedia.
Qualcuno suggerisce di chiamare un medico, un’ambulanza, e di concludere per rimandare ad altra occasione. “Usciamo di qua sorridenti, torniamo a casa e facciamo finta di niente”. Ma non è possibile, fuori ci sono torme di giornalisti, sarebbe troppa vergogna.
Come in ogni storia, giunge provvidenziale il lieto fine. Per fortuna interviene un terzo seguace. Più risoluto, costui affonda la stoccata di grazia. E già che c’è, nel dubbio, fa fuori anche il discepolo.