La crisi economica spiegata ai bimbi delle elementari

Cari bambini che non giocate in borsa e (per fortuna) non vi appassionate alla finanza, e quando vostro padre apre il Sole 24 Ore lo fa solo perché incartarvi le triglie (ma che razza di quotidiani legge il suo pescivendolo?), eccoci al consueto corso di economia, laddove la maestra vi indottrinerà su cosa siano questi spread e bitipì e default di cui tanto si parla alla televisione fra un cartone animato e l’altro, in modo che anche voialtri ci capiate qualcosa.

Orbene, bimbi belli, dovete sapere che numerosi Stati di questo pianeta (fra cui brilla ahimè il nostro) sono pieni di debiti fino al collo perché negli anni hanno dilapidato montagne di danaro in vari modi. Come accade a molti di noi adulti, ogni anno essi Stati guadagnano assai meno di quanto spendano: allorché ciò accade, noi mortali o ci lanciamo dalla finestra (ma questo gli Stati non possono farlo) o accendiamo un mutuo, cioè imploriamo un prestito a una banca.

Ebbene gli Stati si comportano nella medesima maniera: trovandosi in difficoltà chiedono aiuto ai moderni cravattari, cioè alle banche, e a una misteriosa entità molteplice e metafisica costituita da strozzini e giocatori d’azzardo chiamata “il Mercato”.

Accade quindi che gli Stati, su quei soldi prestati, debbano pagare un prezzo: se a loro vengono prestati 100 euro, essi Stati dovranno nel tempo restituirne 110. I 100 iniziali più altri 10. Quel “10″ viene chiamato dagli economisti il rendimento, e corrisponde infatti a quanto il prestito concesso rende al cravat- pardòn, al creditore.

Gli Stati perciò cominciano a domandare soldi un po’ a tutti, e ne domandano talmente tanti da aver inventato dei foglietti validi come richiesta di prestito. Le banche, i poveri cristi rispiarmatori e il perfido sig. Mercato possono comprarsi un foglietto, dare in cambio i 100 euro, e attendere nel futuro il rimborso dei 110. In Italia codesti foglietti si chiamano BTP, e sono in vendita un po’ ovunque, fra un po’ forse anche dal tabaccaio come i biglietti della lotteria.

E tuttavia le banche e quel figlio di buona donna del sig. Mercato (ma non i poveri cristi risparmiatori, loro nelle decisioni non contano un fico secco) si fanno furbi e capiscono che i loro clienti Stati non sono mica tutti uguali: ci sono Stati con fama di essere persone serie e laboriose (ad esempio la Germania) e altri (ad esempio l’Italia) invece conosciuti come cialtroni facili da infinocchiare e dediti ad attività ricreative quali buttar banconote giù dal terrazzo.

Perciò le banche e il Mercato dicono: aspetta un attimo, forse e il caso che allo Stato tedesco buono e virtuoso io chieda un prezzo basso, e da quello zuccone ebete e italiano ne pretenda uno più alto.

Cosi lo Stato grullo e scialacquatore (e nel frattempo pure con le pezze al sedere) si trova a dover pagar sempre maggiori cifre ai suoi usurai, e quindi a impoverirsi ancora di più.

E mano a mano che lo Stato si impoverisce e si mostra in giro malridotto e tutti lo irridono, le banche e il loro amichetto Mercato pensano: maremma guarda come è conciato male questo Stato a cui stiamo prestando quattrini, chissà se mai ce li restituirà, siccome corriamo questo rischio sarà meglio chiedergli un prezzo ancora superiore per i nostri prestiti.

Quindi: lo stato virtuoso ottiene prestiti a condizioni favorevoli, lo Stato fesso e spendaccione no. E per risarcire i suoi aguzzini (le banche e il Mercato) il disgraziato si vede costretto a domandare proprio a costoro ulteriori prestiti. Senza andar troppo per il sottile, la differenza fra quanto paga in prestiti lo Stato virtuoso e quanto lo Stato sciocco prende appunto il nome di spread (parola inglese traducibile anche come divario, differenza).

Dai e dai, si avvicina il default, il momento in cui lo Stato mendicante dichiara di non detenere il becco di un quattrino manco per bersi un latte caldo al bar sotto casa, figuriamoci per risarcire parecchi miliardi di euro agli usurai, vale a dire le Banche e il malvagio Mercato. Ma questi due signori cattivi ribattono di non volerne sapere altrimenti portano lo Stato in un vicolo buio e lo menano di brutto.

Ci sarebbe anche da dire delle pensioni, del fiscal drag, degli eurobond e delle agenzie di rating, ma non intendo spaventarvi ulteriormente. E poi oramai è tardi. Questo cari bimbi è il mondo che vi attende. Crescete pure, piccini, ma senza fretta.

Enfiteusi della tastiera americana

Al contrario di quanto accada in italiano, francese e spagnolo, nelle lingue germaniche come inglese e tedesco la scrittura non prevede vocali accentate. Da qui il problema di una tastiera americana come quella che per cause di cui non vale la pena dire io di etnia latina mi trovo a utilizzare ora: neppure essa, pensata per individui anglofoni, contempla l’esistenza dell’accento grafico. Potrei supplire alla mancanza impiegando l’apostrofo, ma non lo trovo corretto, e ignoro altri eventuali surrogati (misteriose e segrete combinazioni di tasti?) che forse mi permetterebbero di aggirare l’ostacolo. Viceversa, sui pulsanti della tastiera risiedono in bella vista, facilmente accessibili, simboli importanti e d’uso comune quali le parentesi graffe, quelle quadre, il trattino in versione lunga o corta, e altri segni di indubbia efficacia come ^, | e l’irrinunziabile ~. Ma giammai le vocali accentate, impossibili da riprodurre. Per quali motivi un umano di stirpe culturale britannica debba adoperare nel suo periodare un ~ o un ^, ebbene questo sfugge a molti, ma nella qui presente nota sono obbligato tuttavia a esprimermi senza accenti, e a dover trovare sempre sinonimi o locuzioni in grado di evitare quei caratteri, difatti con poca fatica: siamo a centonovanta parole e ancora non mi pare sia occorso il bisogno di ricorrervi.

 

La nuova casa

Il viaggio è stato lungo, ma eccoci nella nuova casa, con tutto il bagaglio di dieci anni di parole dette a vanvera. La nuova locazione, ancora in disordine, m’ispira maggior spontaneità , e penso che scriver assai più spesso (proposito peraltro già altre volte dichiarato e poi omesso) senza preoccuparmi troppo dell’uditorio, in apparenza ancora rimasto dall’altro lato.

 

Elogio degli assenti

Sia lode agli assenti, le persone più cortesi dell’universo, la più discrete e riservate.

Gli assenti, al contrario dei presenti, non risultano mai molesti. I presenti – a una discussione, a un convito, a una riunione – rischiano sempre di disturbare o di dire solenni sciocchezze. Gli assenti no, loro tacciono, con gran garbo. Inoltre, se si parla male di loro (ed è davvero molto ma molto frequente che in un ritrovo tra quei vigliacchi dei presenti si parli male degli assenti) gli assenti, evitano di rispondere. Ignorano la critica. Sorvolano sulle malignità con muta eleganza. Con classe.

Gli assenti hanno poi altre caratteristiche positive di cui i presenti sembrano del tutto sprovvisti. Gli assenti non sono mai importuni: si astengono dal telefonare, non si fanno mai vivi in un momento sconveniente o meno. Con estremo senso dell’educazione, rifiutano perfino di occupare lo spazio fisico. Avete mai provato a organizzare una cena invitando soltanto degli assenti? E’ facilissimo: non c’è manco bisogno di apparecchiare la tavola, o di cucinare, né di trovare argomenti di conversazione per intrattenerli. Anzi, per maggior sicurezza, non occorre nemmeno invitarli. Tanto loro, in quanto assenti, comunque non si manifestano (se lo facessero, cesserebbero di essere assenti).

Il sentimento che si può sperimentare nei confronti degli assenti è duplice: da un lato, si chiama indifferenza. L’assente non c’è ma a noi non ce ne frega un tubo. Non ce ne accorgiamo neppure. In questo, l’assente risulta ancora una volta stimabile: egli è talmente gentile da sottrarci alla seccatura di pensarlo.

L’altro sentimento che l’assente può incutere è quello opposto: l’assente non c’è e noi ne proviamo nostalgia. Ma la nostalgia rimane un sentimento buono, in questa vita forse uno dei più gradevoli da provare. Di sicuro il più poetico. Quasi un regalo, di cui l’assente, se si potesse, andrebbe ringraziato.