La macchina per lavare i piedi

Nel capitolo V di Il cappotto di astrakan di P. Chiara, in poche righe accade un fatto increscioso: siamo a Parigi, nel 1946 a Parigi, e Maurice Lenormand inventa la macchina per lavare i piedi. La scoperta trattata in maniera sommaria dal Chiara merita un approfondimento.

L’intuizione fulminante aveva colto Lenormand una mattina, in bagno, proprio al momento della toilette: l’attività di detergere i piedi gli risultava affatto semplice. L’inventore osservò che i piedi si trovano troppo lontano dalle mani (come dargli torto) per cui è molto più facile lavarsi la faccia rispetto a un piede. Per pulire i piedi occorre piegare il corpo in posizione scomode, pensò, oppure sedersi in modo da poter allungare le braccia arrivino fin laggiù. Lavarsi i piedi può essere anche pericoloso.

E tuttavia, rifletteva ancora il Lenormand, i piedi hanno un’altra caratteristica: al contrario delle mani e della faccia, essi se ne stanno tutto il giorno protetti dentro le scarpe, talora perfino nelle calze. E perciò, chiusi in quel involucro, sudano, o comunque talora sviluppano un odore poco gradevole. Quindi sorge necessario lavarli spesso, in particolare al termine della giornata, la sera prima di andare a letto.

Come ovviare a queste complicazioni? Siamo nel bel mezzo del Novecento, secolo di tecnologie, il mondo è un fiorire di brevetti. Lenormand progetta quindi la macchina per lavare i piedi. È certo del successo, forse ritiene addirittura di potersene arricchire.

Si tratta di un apparecchio elettrico alimentato dal tubo dell’acqua, per certi versi simile a una lavapiatti, benché in dimensioni ridotte. Due aperture consentono di inserire i piedi nella macchina. Al momento dell’accensione, i piedi vengono irrorati, e un alloggiamento preventivamente caricato, espelle il sapone liquido. Un’elica crea il movimento detersivo, poi entra in azione un getto d’aria calda per l’asciugatura. A questo punto si possono estrarre i piedi, e vagliarne il lindore, ottenuto senza fatica.

Purtroppo la macchina per lavare i piedi non fu mai messa in commercio, né costruita: prima di realizzarne il prototipo, Lenormand abbandonò la sua attività di inventore: si diede a un mestiere più redditizio, quello dei furti in appartamenti, ma ben presto finì in prigione.

L’arte oratoria del non dir nulla ma con gran classe

Vi sono varie tecniche per vincere le contese oratorie, ma la migliore sembra ancora essere quella di stordire l’interlocutore con discorsi incomprensibili ma ben declamati. Di solito la vittima, anziché protestare o chiedere spiegazioni, finge di aver compreso. E quindi si lascia sottomettere e non replica a chi, in realtà, non gli ha detto nulla.

Tutti ricordano il film di Mario Monicelli Amici miei, uno dei suoi tanti trionfi cinematografici degli anni ’70, assai citato, fra l’altro, per l’accorgimento linguistico inserito dagli sceneggiatori nei dialoghi del personaggio interpretato da Ugo Tognazzi, uso rivolgersi al prossimo, nei momenti di difficoltà, con frasi prive di significati per confonderlo e averne ragione. In questo modo riesce a imbrogliare le pretese di creditori, vigili urbani e altri pericoli.

Questo espediente è antico come il mondo, ma molto sottovalutato. Lo ha preso di mira solo la satira, da Rabelais al surrealismo, da Plauto al Boccaccio (“Haccene più di millanta che tutta notte canta”). Per il resto il meccanismo del nonsenso viene ancora oggi adoperato con successo in contesti apparentemente più seri: il mondo degli affari, le conferenze, le lezioni di filosofia, le conversazioni quotidiane, le autorità, i tiranni, eccetera.

Le varianti sono molte: il bombardamento di termini inglesi funzionano bene in economia. Ma pure le espressioni enigmatiche o allusive, in realtà vuote di concretezza, semplicemente paludate.

Ahinoi, sui libri, in televisione ma soprattutto dal vivo, di persona, il retore moderno sciorina lunghi discorsi illogici, zeppi di termini, volutamente, indecifrabili ai più. E nessuno che mai si alzi e dica scusi ma guardi che non si capisce un cazzo.
Almeno questo, nei film di Monicelli, a un certo punto, accadeva.

Intervista a un cetriolo

- Benvenuti al consueto appuntamento con la rubrica di salute e benessere, oggi abbiamo con noi in esclusiva un ospite eccezionale, il personaggio più discusso e noto del mondo. Signore e signori, un bel applauso per il cetriolo.

- Grazie, grazie, troppo gentili.

- Carissimo cetriolo, la sua carriera di alimento attraversa un momento difficile, lo confessi.

- Sono innocente, lo giuro. È stato persino dimostrato. Ho fiducia nella giustizia. Piuttosto chi se la passa male sono i germogli di soia, o la lattuga, quella zozzona.

- Non faccia la gnorri, stamane ero al supermercato e ovunque c’erano ceste colme di cetrioli invenduti. Il prezzo è in discesa, fra un po’ lei verrà regalato, ammesso che qualcuno ancora la voglia.

- Si tratta di una calunnia, probabilmente un complotto della frutta cotta o dei farinacei.

- Creda, mi considero un suo convinto sostenitore, l’ho sempre gradita, in insalata e sottaceto.

- E allora per quale motivo, mentre mi parla, indossa una tuta isolante, quella mascherina sul viso e dei guanti?

- Giusto, me li levo. Abbia pazienza, circolavano certe voci su di lei…

- Il mio problema è che non sono buono da bollito, e voi sciocchi umani, con l’aria che tira, evitate noialtre verdure crude. Però ho la buccia a proteggermi, questo dovrebbe rappresentare un vantaggio.

- Temo non basti. Forse dovrebbe rassegnarsi a perdere il ruolo di commestibile e dedicarsi ad altro: ad esempio, si riteneva che una volta tagliato a dischetti e posizionato sulle palpebre chiuse, lei potesse guarire le borse sotto gli occhi.

- Ahimè, oramai gli avventori mi detestano, nemmeno per quell’uso gli vado bene.

- Oppure come carburante, o concime.

- Troppa acqua, piaccio solo a tavola.

- Suvvia, è solo un periodo sfortunato, la gente dimentica. Ha visto già cosa successe, anni fa, alle bistecche o al pollame: li si dava per spacciati, invece ora sembrano in auge più che mai.

- Comunque mi sto organizzando per lottare. Combatterò. Da qualche giorno pratico esercizi per imparare a resistere. Chissà, potrei imparar ad aggredire fisicamente la massaia qualora provi a buttarmi in pattumiera.

- Sé, buonanotte. Mai visto nulla di più inerme di lei, caro amico.

- Io sono sano, perdìo, lo dice pure il giornale! Perché nessuno mi vuole più? Avanti, dia un segnale al suo (poco) pubblico: mi morda.

- Mmm… e se poi mi sento male?

- Ma le ho appena detto che sono innocuo! E lei pareva dalla mia parte.

- Non mi fido, o cetriolo: cosa sono quei bozzi sulla pelle?

- Li ho sempre avuti, da millenni.

- Può esibire un certificato medico? Sa com’è, nel dubbio.

- Suvvia, mi condisca, con pomodori insalata e olive, magari qualche carota grattugiata.

- Ah ah, bravo, così poi finisco ricoverato all’ospedale.

- Ancora? Le proibisco di diffondere queste menzogne. Forza, mi assaggi.

- Davvero, come se avessi accettato. Bene, è ora di andare a pranzo ma non con lei, l’intervista finisce qua, io la saluto e le auguro di non estinguersi.

- Ma vaffanbagno, scusi! Tocco ferro.

- Arrivederla, e coraggio.