Lettera aperta ai marziani

Volevo lanciare un appello ai marziani: amici celesti, è inutile che vi nascondiate, sappiamo che spesso vi capita di visitare il nostro pianeta. Vi abbiamo visto. Lo si legge sui libri, lo testimonia la televisione. ci sono fotografie e filmati che lo documentano, sfortunatamente quasi tutti assai sfocati, ma deve essere una coincidenza.

Però voi anziché manifestarvi a noi preferite stare lassù a mezz’aria, a osservarci dalle vostre astronavi. Al limite, sequestrate uno di noi per qualche ora, ci rapite con quei magici raggi fosforescenti (un prodigio, complimenti) che come ascensori trasferiscono le persone sino ai vostri aviogetti; là dentro ci sottoponete a brevi visite mediche e poi ci riportate a terra: di solito non ricordiamo quasi nulla, manco possiamo raccontare per bene come siete.

Amici marziani, lo avete capito: qui da sempre si parla parecchio di voi. Molti si interrogano sulla vostra esistenza. Altri ne sono certi ma si domandano da dove veniate. Alcuni si chiedono come possiate essere tanto più evoluti di noi. Pensate, noi poveretti abbiamo faticato parecchio soltanto per arrivare alla Luna, che sta qua dietro, a due passi, la si vede persino dalle finestre ma da decenni non riusciamo neppure a tornarci. Si tratta di un viaggio troppo lungo e costoso, pare. Voialtri invece giungete da lontanissimo, con comodo. Eppure non vi fermate mai. Ora io volevo dirvi: ma cosa cazzo venite a fare se manco scendete? Tutta quella strada per niente? Non ce l’avete un pochino di curiosità? O siete scemi?

Fratelli marziani, basta con questo gioco del rimpiattino: è ora di conoscerci. Noi non potremo mai a raggiungervi, come avrete avuto modo di appurare siamo una civiltà arretrata e poco intelligente. Se aspettate noi, campa cavallo.

Tocca a voi sbarcare: vi accoglieremmo come divinità. Andreste tutti i giorni in televisione, il rudimentale attrezzo da noi utilizzato per ricevere informazioni (pensate come siam ridotti). I nostri capi si mostrerebbero con voi dai balconi dei palazzi. I nostri giornalisti vi rivolgerebbero un’infinità di domande, peraltro incomprensibili se non imparano prima la vostra lingua (o voi la nostra). Nel corso dell’incontro potreste esaminare l’umanità molto meglio. Non imparereste granché di nuovo, però sono convinto, vi divertireste. Visti da vicino, senza volerlo, facciamo morire dal ridere. Anche voi, vero?

Virgolette

Cari amici, buone notizie: dopo anni di lotta è stata finalmente approvata la risoluzione ONU che vieta l’utilizzo dell’espressione verbale tra virgolette nelle conversazioni: il provvedimento ha validità immediata in tutti i paesi del pianeta (quelli che non aderiscono verranno invasi dai Caschi Blu e rasi al suolo). Un passo avanti enorme per la razza umana e in particolare per i paesi occidentali, prima fra tutti l’Italia che non riusciva più a liberarsi da quel flagello linguistico.

Da oggi qui da noi chi proverà soltanto ad usare queste parole rischia dai 10 anni di reclusione all’ergastolo, ma per fortuna alcuni saggi parlamentari stanno già raccogliendo le firme per un referendum sull’aggiunta di pene più dissuasive come il carcere duro, il taglio della lingua e l’amputazione dell’indice e del medio da entrambi le mani in modo che il reo non possa mai più, né in pubblico né in privato, ripetere l’orribile mimica che negli ultimi tempi assai spesso accompagnava il già di per sé osceno modo di dire.

Vittoria, o amici! Non se ne poteva più della vigliaccheria di certi sostantivi buttati lì a casaccio ché tanto bastava aggiungere il tra virgolette per metterli al riparo dal loro vero significato. E soprattutto si gioisca per la messa al bando di quel gesto delle due dita piegate, intollerabile ma troppe volte tollerate. Ce l’abbiamo fatta: presto tutto ciò non sarà neppure un ricordo. I posteri e i nostri avi ce ne siano grati.

Lo zen e l’arte di levare il saluto al vicino di casa

Alla fine ci sono riuscito: ho tolto il saluto al mio vicino di casa, e lui ora è costretto a ricambiare. E' stata dura, ci sono voluti mesi e mesi di allenamento in lenta progressione. Ma il risulto può dirsi pienamente raggiunto. Adesso quando ci incontriamo – in strada, per le scale o davanti la porta – lo ignoro, come se fosse incorporeo. Si dirà: perché tanta cattiveria? Che male ti ha fatto costui?

Nulla. Né conosco i suoi sentimenti verso di me. Egli probabilmente penserà: questo non mi saluta e allora neppure io. Ma la mia non è maleducazione, casomai un esercizio spirituale di misantropia ascetica. Quest'uomo non lo conosco affatto, ho sempre evitato la sua conversazione. Mi mancano gli elementi per giudicarlo in maniera negativa o positiva. Provo per lui una antipatia di pelle. Si tratta di un'intuizione, a occhio, mi sembra un cretino. Non è abbastanza per trascurare del tutto il suo atto arrogante di perseverare ad esistere? E per di più di vivermi vicino, nonché di starmi sempre fra i piedi?

L'esercizio si è svolto in evoluzione, per gradi. Nei primi incontri ho preso a rivolgermi a lui con un “buongiorno” sempre più sgarbato. Nei mesi successivi, togliendo una lettera alla volta, sono perciò passato dal 'uongiorno, via via accentuando la malavoglia, fino a 'ngiorno. Poi piano piano a 'giorno, senza enne, per giungere a un gelido quando sfacciato 'rno, mormorato a bocca quasi chiusa. Alla fine lo salutavo con un semplice grugnito.

La prima fase poteva dirsi superata. Ma non bastava ancora, mi son detto. Ho quindi iniziato a sostituire il saluto verbale con formule mute. Un mezzo sorriso, un cenno del capo. Quale riscontro sociale mi pareva più che sufficiente. Ma dopo? Come potevo ridurre ulteriormente l'interazione?

Per arrivare a questi livelli occorre pratica e un'attitudine a recitare. Ho cominciato a fingere di non vederlo. Se incappavo in lui, simulavo di dover voltarmi dall'altra parte a scrutare qualcosa, o di esser distratto. O di badare ad altre persone evidentemente più importanti di lui, poste in un'altra direzione. L'arte di ignorare gli umani va coltivata con cura. Lui prima cercava il mio sguardo, quasi stupito che gli sfuggissi a quel modo. Infine, giorno dopo giorno si è rassegnato.

Stamane, il capolavoro: uscendo di casa sono ritrovato l'oggetto del mio esperimento di fronte, e come al solito lo fissavo senza aprire bocca, come se al suo posto vi fosse il vuoto. L'ho però urtato, ma senza chiedergli scusa, per poi mollarlo lì, incredulo. Dopo avergli girato le spalle, mentre me ne andavo, lo sentivo protestare. Eppure dovrebbe mostrarmi gratitudine. In un certo senso, gli ho offerto un potere straordinario: il dono dell'invisibilità.

Fontana

Siamo stati a vedere i quadri del Fontana, e ci sono piaciuti parecchio. Lucio Fontana, artista della metà de secolo scorso, divenne celebre per il modo innovativo con cui affrontava la tela da pittura. Fino ad allora infatti la tela era stata soltanto dipinta: con colori ad olio, al limite tempere, vernici o smalti, ma nessuno si era spinto oltre la stesura di tinte. Cosa si poteva fare, peraltro, per essere davvero all’avanguardia? Fontana primo nella storia del mondo tutto, di fronte alla tela decise di bucarla. E quindi la prese a coltellate.

Si badi: non furono mai tagli menati a caso. Fontana squarciava la tela con eleganza, quasi che i fendenti fossero pennellate. Lui nel quadro voleva scavarci, per mostrare a noi cosa ci fosse dentro. E dentro, naturalmente, poteva esserci nulla o poteva esserci tutto, dipendeva solo dal pubblico.

Tuttavia il pubblico non sempre capiva, prigioniero come al solito del banale luogo comune da "questo lo sapevo fare anche io" (bravo pirla, e se lo sapevi fare anche tu perché non lo hai fatto, a quest'ora saresti miliardario). Un giorno, in un museo di Roma, durante un’ispezione il sovrintendente notò un segno, una piccola macchia su una delle tele del Fontana. Che strano, pensò, conosco questa opera come me stesso eppure non avevo mai prestato attenzione a quella piccola chiazza scura: possibile mi sia sfuggita? Fece esaminare l’opera per vedere se effettivamente si trattasse di un segno lasciato apposta dall’autore o piuttosto di un guasto del tempo, forse una muffa.

Si scoprì che invece era uno sputo. Lo sputo di un visitatore. Qualcuno aveva voluto manifestare la mancata comprensione con un gesto atletico, centrando il quadro da una distanza di oltre un metro dietro la transenna. Fu necessario un restauro.

Mattinale

Oh, rieccoci qua: ho deciso, d'ora in poi userò queste pagine nel modo più adatto, cioè quello di diario, giorno per giorno. Ma non ti preoccupare: trascorro una vita avventurosa e sono certo di poter catturare la tua attenzione con questa grande narrativa d'azione.

Ad esempio stamane mi sono alzato al suono della sveglia, ho fatto la colazione con té e biscotti, poi mi sono lavato sotto la doccia e mi son rasato con lentezza ascoltando le notizie alla radio. Ho rimesso in ordine il letto, indossato alcuni abiti presi a caso dall'armadio, annodato una sciarpa al collo e inforcato un cappotto per ripararmi dal freddo. Sono quindi uscito di casa: nel scendere le scale ho incrociato altri umani a loro volta di corsa verso una scuola cui accompagnare un bambino, un tram pieno di gente, il luogo del lavoro – e con ciascuno di loro come d'abitudine ho scambiato un frettoloso augurio di buona giornata. Mi sono quindi diretto a piedi verso la stazione dei mezzi pubblici, dove ho ingannato l'attesa offrendomi un caffè fumante al bar di fronte alla biglietteria. Nel frattempo era giunto il mio autobus, aspettava l'orario di partenza nel parcheggio: ho guadagnato una sedia verso il fondo e mi sono isolato nelle pagine del romanzo addetto a tenermi compagnia durante il tragitto. Tuttavia alla lettura ho preferito curiosare discretamente nella conversazione fra due ragazze sedute alla mie spalle, si lamentavano del maltempo e parlavano male del loro capoufficio, ma senza ironia, e perciò a metà percorso devo essermi addormentato. Forse ho fatto persino un breve sogno, sinchè la sensazione dell'arrivo mi ha risvegliato.

Non c'è che dire, l'inizio delle mie giornata è assai avvincente. Per oggi è tutto: ti aspetto domani per nuove straordinarie vicissitudini.