COMPLESSITÀ ESISTENZIALE CONTEMPORANEA

Sono andato dal medico della mutua, stamattina. Poco prima, in mezzo alla strada ero stato colto da un malore (aritmia, attacchi di tosse secca, rutti, visione di antilopi verdi nel cielo) e perciò ho pensato, porcamiseria ma cosa succede sta a vedere che proprio oggi mi tocca morire, chi se l'aspettava.

Così con le ultime forze rimaste mi sono trascinato sino allo studio del dottore, per fortuna costui ha l'ufficio lì vicino e proprio in quell’orario riceve i suoi pazienti. Dottore sto morendo, è la mia ora, mi dia qualcosa per alleviare la sofferenza della dipartita, sono a favore dell’eutanasia, si sbrighi così poi vado sereno all'altromondo e magari se riesco prima faccio un salto anche al cimitero a scegliere il loculo. Ma con mio sommo disappunto egli non mi ha pronosticato la morte, bensì: la gastrite. Curabile con delle semplici compresse naturali.

Ho quindi chiesto al luminare di spiegarmi la causa, e lui mi ha risposto con altre asserzioni, del genere: lei di certo si mantiene in forma con attività sportiva almeno 4 ore al giorno feriali compresi, evita qualsiasi tipo di alcolico anche in piccole dose tipo bicchieri da un millilitro, esclude dalla sua dieta il sale il caffè lo zucchero l’olio i dolci i legumi il pane il té la lemonsoda e soprattutto odia ogni tipo di carne che non sia petto di pollo bollito, inoltre dorme 13 ore a notte e beve otto bicchieri di acqua fresca di fonte al dì, a stomaco a vuoto. No, ho detto io, non pratico nulla di tutto ciò. E allora vede lei stesso quale sia la causa, lei non pratica una vita davvero sana, replica lui mettendomi alla porta con cortese fermezza.

Uscito dallo studio mi sento un poco rincuorato ma allo stesso tempo dispiaciuto (nei pochi minuti intercorsi fra crisi e diagnosi avevo già immaginato tutto: l'inatteso decesso sul marciapiede con i passanti che mi ignorano, il funerale sotto la pioggia, lo stupore del notaio di fronte alla mancanza non solo del testamento ma anche di beni da dare agli eredi. E invece. E invece eccomi qua in coda in farmacia con una ricetta di certe costose pastiglie alle erbe.

ARMIAMOCI E PARTITE

All'improvviso giunge a trovarmi il prete della parrocchia qui di fronte. Mi coglie alla sprovvista, proprio quando officiavo la solita messa nera del martedì da solo, con gatti neri, pentacoli capovolti e dischi di heavy metal suonati al contrario. Squilla il campanello della porta, apro e il messo ecclesiastico mi guarda dubbioso, forse perché indosso una tunica rossa, sul viso la maschera veneziana del chirurgo – quella dal naso lunghissimo – e in braccio tengo un capretto.

Sono venuto a farle gli auguri di natale, dice lui spaventato. Mi pare sia un po' presto, rispondo io, scoprendomi il volto. È vero, mormora il prete mentre osserva i bracieri infuocati appesi al soffitto, ma voialtri parrocchiani siete tanti e per completare il giro entro il 24 dicembre debbo cominciare in anticipo. Parrocchiano nel mio caso mi sembra un termine un po' forte, replico prontamente, ad ogni modo faccia pure. Lui prima di estrarre gli strumenti (l'incenso, l'aspersorio) tenta di imbastire una conversazione cordiale (Allora come va? Visto che tempaccio fuori?) ma si vede benissimo che ha fretta di andarsene.

In realtà, non si tratta di una sorpresa. La venuta di costui era stato preceduta di alcuni giorni da una lettera contenente l'annuncio e una ulteriore busta, questa vuota, su cui era scritto “Per il restauro dell'appartamento del sacerdote”. Gli consegno la busta sigillata, al cui interno, prima dell'arrivo, ho messo una melanzana grigliata, antico e poco conosciuto simbolo del Maligno.

IL RUOLO DI AMANDA LEAR NELLA STORIA DELL’ARTE
CONTEMPORANEA

Salvador Dalì trascorse buona parte dell’estate del 1967 nel giardino della sua villa a Cadaqués osservando il volo delle mosche, che come è noto sono assai numerose e attive nei pomeriggi caldi della Spagna meridionale: ce lo racconta Amanda Lear, all’epoca ventenne e residente presso l’abitazione del celebre ma oramai anziano artista e della di lui moglie.

Cosa ci faceva Amanda Lear, indossatrice e aspirante soubrette in casa di un intellettuale surrealista? Nulla. Assolutamente nulla. Dalì la teneva in casa come si fa con un animale domestico, un gatto o un cane. Le dava da mangiare, la portava a spasso, provò ad insegnarle la pittura peraltro con pessimi risultati. Decise quindi di servirsene per distrarre la moglie, in cerca di dame di compagnia con cui conversare nei momenti di noia quando lui si appartava per dipingere.

Restano del tutto infondate le dicerie sulla tresca fra la discepola e il Maestro, troppo innamorato della consorte per concedersi al tradimento. Ma fu proprio Dalì a suggerire alla giovane mannequin di sfruttare l’equivoco di quella sua voce tanto cavernosa per diffondere il mito di una mai avvenuta operazione per il cambio di sesso, al fine di far parlare di sé dalla stampa e dai curiosi. Il destino gli diede ragione: da allora la carriera di Amanda decollò, prima come cantante, con una discografia culminata nel travolgente successo di vendite di brani come "Voulez vous un rendez-vous Tomorrow" e "Ho fatto l’amore con me"; poi in età matura con un lungo curriculum da conduttrice di varietà per televisioni private regionali e nazionali soprattutto italiane. Riuscì persino a presentare i suoi quadri, in mostre personali parecchio affollate quanto (lo dicono i critici) dimenticabili.

Da tutta la vita, Amanda si vanta della sua amicizia con Dalì: quando la intervistano, la citazione di quegli anni salta fuori puntuale. Ci ha scritto pure una biografia, distrattamente autorizzata dal Vate in un momento di oblio, alla vigilia della morte. Le mosche di quella estate a Cadaqués invece sono state immortalate per sempre, in trasparenza, ai piedi di una Venere di Milo nella visione del famoso Torero allucinogeno, l’ultimo capolavoro di Dalì prima del declino verso la vecchiaia.

SE TU POTESSI SCEGLIERE, QUALE MESTIERE FARESTI?

Ma tu quale mestiere faresti, se potessi scegliere tra tutti quelli esistenti al mondo? Agli umani piace la fantasia. A questo domanda, i presuntuosi risponderebbero stupiti: quello che già faccio.
Altri, sprovvisti di inventiva ma non di ambizione economica, direbbero: il dirigente d’azienda. Altri ancora nominerebbero professioni artistiche: l’attore, il romanziere, il redattore di guide turistiche, il cantante rock – omettendo di ricordare che, a parte rare eccezioni, questi lavori creativi conducono all’indigenza e vivere sotto i ponti. Meglio specificare, quindi.

Da parte mia, non ho alcun dubbio. Se proprio potessi scegliere fra tutti i mestieri del mondo, sarei un monarca. Un monarca assoluta, possidente di terre palazzi e persone. Vivrei nella mia villa in cima alla collina, circondato dalla servitù. Non mi interesserei della politica: non ne sarei capace, né mi interesserebbe. Preferirei limitarmi a riposare, e ad amministrare le mie personali e infinite ricchezze, magari da uno studio arredato con mobili d’antiquariato e bel panorama dalle finestre sulla terrazza di fronte ai giardini. La proprietà di capitali e il potere senza merito sono gli unici requisiti dell’esser monarca, quel che conta è che mi troverei a esercitare il gradevole lavoro di sovrano.

Dunque non sarei un monarca illuminato? O amerei almeno il mio popolo? La maggior parte dei re, ancora oggi, vive nel lusso estremo dell’ozio ma dichiara di provare affetto verso i propri sudditi. Ed io? Io… un momento, devo pensarci un pochino – però no, proprio no. In segno di grande schiettezza verso il mio popolo, non mi fingerei buono ma sinceramente crudele. Al volgo non riserverei l’ipocrisia di sorrisi dal balcone, bensì la lealtà del disprezzo, forse ricambiato. "Hai visto", sussurrerebbero i plebei vedendo passare il corteo di una delle mie sporadiche discese nel centro cittadino, "c’è quello stronzo là".

Ai primi d’autunno chiamerei i mezzadri e li sgriderei perché il vino delle mie campagne quest’anno non mi piace, e ordinerei loro di farne dell’altro, più buono, ma di farlo subito, la sera stessa, pena il licenziamento e la cacciata loro e delle famiglie dai miei territori.

E allora, a questo punto si deve pertanto desumere che trovandomi a godere di tanti patrimoni, mi comporterei da avaro? Ma niente affatto.
Ci mancherebbe altro. Quel sentimento malvagio, l’avarizia, non m’appartiene. Piuttosto, sarei generoso. Ma con me stesso.

Dissiperei le fortune mie e dello Stato in capricci, spenderei miliardi pubblici in lunghi viaggi di piacere, e darei scandalo sprofondando nel benessere e negli agi. Lo farei soltanto per esercizio di calarmi meglio nei panni del personaggio, non certo per cattiveria. I sudditi si solleverebbero in continue rivolte che tuttavia, a fin di bene, verrebbero sedate nel sangue dalla mia polizia.

Si veda, è perciò un bene che gli uomini non possano decidere completamente i propri destini. Se così non fosse, ci ritroveremmo in un pianeta di tiranni.

IL CAMBIO DEGLI ARMADI

L’altro giorno ho incontrato per strada questa vecchia amica: era disperata. Per cosa?, ho osato domandare. Ma come per cosa, mi ha risposto lei in lagrime, che razza di domande fai, per il cambio degli armadi, in vista dell’inverno!

Da parecchie settimane, operosa come formica, ella aveva cominciato questo cambio degli armadi ancora in alto mare, destinato a richiedere assai più tempo del previsto: secondo un calcoli lo si sarebbe concluso tra molto tempo, forse mesi, probabilmente soltanto quando ahilei avrebbe dovuto cominciare un altro, faticoso cambio d’armadi, quello primaverile.

Sento dire di molte persone, per lo più signore (gli uomini sono troppo pigri, e troppo poco vanitosi) sento dire di persone assai impegnate in questa faccenda domestica assai pesante chiamata, appunto, il cambio degli armadi. Una pratica a me del tutto sconosciuta: fino a pochi anni fa ritenevo riguardasse l’acquisto di arredi (“cambiare armadi”, cioè comprarne uno nuovo al posto di quello vecchio).

Tale innocenza, tuttavia, ha una giustificazione. Nella mia frugalità d’abitudini, sono solito utilizzare gli stessi abiti a prescindere dal periodo: al massimo nelle giornate fredde di ottobre sopra la maglietta indosso un golf e ad agosto no, mentre a febbraio evito i calzoni corti in favore di quelli lunghi. Ma non vedo perché mai dovrei ammazzarmi di lavoro per trasferire vestiario da un luogo all’altro di un armadio. Peraltro il mio, di armadio, è piccolo e mezzo vuoto, ci sarebbe ben poco da spostare. E poi, a quale scopo? Esso ha un piano solo, il che mi priva della possibilità – o del piacere – di avvicendare la collocazione dell’abbigliamento in senso verticale.

Dice: si vabbè ma le scarpe? Come non affrontare il g-r-a-v-i-s-s-i-m-o problema delle scarpe autunnali in vece di quelle estive? Confesso che anche questa distinzione fra calzature da stagione calda e fredda mi risulta incomprensibile: possiedo solo tre paia di scarpe, semplici, da ginnastica, e funzionano bene in qualsiasi stagione, almeno qui nell’Europa meridionale. Se il clima si irrigidisce, posso accompagnarle con i calzini, e viceversa quando fa caldo le infilo sul piede nudo.

“Da giorni interi non esco di casa se non per recarmi al lavoro”, ripeteva costei in preda all’angoscia, “tutto il mio tempo libero è impegnato nel cambio degli armadi e mio marito non si degna di aiutarmi, e ho trascorso notti intere”, gridava strappandosi i capelli e sbattendo la testa contro una parete “non solo indaffarata nel cambio degli armadi ma persino nella pulizia degli stessi (la polvere!), nella gestione di buste in plastica o scatole di cartone, e nella disposizione dei tarmicidi fra i cassetti!”

Ho abbandonato la tapina lì, in mezzo alla via, sola con il suo dolore. Me ne sono ritornato a casa ad ammirare l’interno del mio armadio, immobile nei secoli, con i suoi capi buoni per tutte le stagioni.