RECENSIONE DELLO ZINGARO AL SECONDO SEMAFORO
PRIMA DEGLI IMBOCCHI PER LE TANGENZIALI

Ritengo di poter essere un buon recensore dello zingaro (si può dire zingaro? ma sì dai, al di là dei tempi la parola ha un bel suono, e un che di poetico, nessuna connotazione negativa, almeno per me) dicevo, ritengo di poter essere un buon recensore dello zingaro che sta al semaforo prima degli imbocchi per le tangenziali. Lo vedo tutti i giorni. Lo conosco, in un certo senso. Quando passo, oramai mi saluta.

Sulla cinquantina, paffuto, trasandato. Ogni mattina all’ora di punta, lui è già lì, con la sua allegria sconfinata. Sorride a tutti, a quelli che lo ignorano cordialmente o gli fanno cenno di no con la manina nervosa, e ai molti che pur fermi e seduti restano voltati dall’altra parte a guardare il vuoto o simulano di essere parecchio impegnati ad armeggiare sul cruscotto per non dover dare all’importuno questuante, o a sé, troppe spiegazioni. Eppure è difficile fingere notare un tizio che a pochi centimetri dal tuo viso picchietta il finestrino e ride a trentadue denti. Vabbé, diciamo trenta: gli mancano almeno un paio di incisivi.

Si sganascia dalle risate. Non vende nulla. In genere ai semafori i suoi colleghi si prodigano in commerci di vario genere: accendini, rose, fazzoletti di carta, giornali. Spettacoli di funambolismo, persino. Lui no, non propone niente. Sprovvisto di tergivetri non esige neppure di pulirti il parabrezza. Si limita a vendere sorrisi.

Per nulla molesto, incassa i dinieghi con buonumore, e senza insistere. Tanto di qui devi passare, prima o poi cederai. E così fa quasi venir voglia di pagarlo. Lo consiglio a tutti automobilisti della città.

ALLA RICERCA DEL VUOTO

La storia della pittura si concluse probabilmente con il più poetico degli artisti, il francese Yves Klein. Anzi, venne da lui conclusa. Egli fu il primo – e l’unico – a dipingere quadri monocromi, ossia utilizzando un solo colore, di solito il bianco o il blu. Nessuna sfumatura, nessuna nuance: una tela coperta di blu, con il rullo da imbianchino. Oltre non si poteva andare, se non lasciando la tela intatta e così esporla.

Anche nelle sue mostre, stupì amici e ammiratori: realizzò quadri monocromi alti persino venti metri. Un giorno invitò un gran pubblico nella sala di una galleria d’arte, e dopo averla completamente svuotata di arredi, e cominciò a intonacarne le pareti, come si fa per rinfrescare le case.

Nella sua ricerca dell’infinito, osò anche altro: ad esempio, per un certo periodo decise di sostituire i pennelli con il lanciafiamme. Con risultati poco soddisfacenti sul piano pratico – durante il lavoro,
talora l’opera si incendiava – ma assai efficaci su quello concettuale.

Era affascinato dall’idea del vuoto: si diede al commercio di spazi vuoti. Metri quadri d’aria, pezzi di cielo, opere assenti. Zone di sensibilità immateriale, le chiamava. Qualcuno le comprò. Lui pretese di essere pagato in oro, che poi gettava nei fiumi.

Fu anche musicista: nel 1949 compose una sinfonia. Lo spartito era semplice ma innovativo al tempo stesso: per venti minuti – o anche per ore, o per giorni – l’orchestra suonava la stessa identica nota, senza sosta. Oppure stava in silenzio, con lui sul podio di direttore.

Il ritratto più famoso resta senza dubbio la fotografia che lo rappresenta mentre con allegria si lancia sulla strada dalla finestra del secondo piano di un appartamento in periferia. Nel vuoto, appunto.

Non morì. In realtà ad attenderlo sul selciato c’era un gruppo di amici con un lenzuolo da pompiere, che poi vennero cancellati con il ritaglio di un’immagine del marciapiede deserto.

Era ossessionato dal blu oltremare, e brevettò questo colore. Realizzò antropometrie, sculture senza piedistallo, architetture dello spirito. Giovanissimo ma malato di cuore, si fuse con l’infinito a soli 34 anni.

ENTRO IL 2015 CI SARANNO PIÙ SOCIAL NETWORK CHE UTENTI

Buonasera e benvenuti al consueto appuntamento con la nostra rubrica dedicata alle tecnologie: oggi 12 febbraio 2015, storico sorpasso su Internet: con l’apertura di Gronz, l’ultimo "rivoluzionario servizio di social networking" lanciato questo pomeriggio in pompa magna da non ci ricordiamo neanche noi quale multinazionale americana del web,siamo arrivati a quota 8 miliardi. Sono 8 miliardi i rivoluzionari siti di social networking attualmente esistenti. Più dei cittadini del mondo che in teoria potrebbero usarli.

In realtà i terrestri dotati di computer sono assai meno, ma insomma,abbiamo più social network che persone. Olè. Un record fino a pochi anni fa impensabile, anche perché adesso qualcuno di questi siti, per forza di cose, resterà vuoto.

Il nostro inviato alla presentazione ufficiale ha tentato di capire in cosa Gronz si differenzi dai suoi numerosissimi concorrenti, ma non c’è riuscito. Il comunicato nella cartella stampa recita trionfante, testuali parole, "Gronz consente di chattare, mandare email, condividere documenti, telefonare, pubblicare sms, mostrare foto o video agli amici e ordinare la pizza da asporto con un geolocalizzatore". Tuttavia, a nostro modesto avviso tali attività erano già possibili su tutte le altre piattoforme web 6.0, e comunque quella cosa della pizza, al momento, su Gronz non funziona.

La corsa all’apertura di rivoluzionari social network era cominciata nel febbraio 2010, sulla scia dell’enorme successo di siti come Facebook (chiuso pochi mesi fa causa mancanza di adesioni, c’era rimasto solo 1 utente, un pornografo che pubblicava autoscatti del suo sedere) e Twitter (società scalata in borsa dal governo iraniano nel luglio 2011 e quindi subito dopo chiusa e rasa al suolo con il sale dai carrarmati degli ayatollah).

Qualsiasi editore, anzi qualsiasi azienda, chiunque anche l’ortolano apriva il suo sito di social networking. Aiuta a fidelizzare la clientela, suggerivano i consulenti all’ortolano inebetito.

Per osteggiare Facebook nacquero migliaia di altri servizi simili, tra cui Wave e poi Buzz, i super-siti social creati dal colosso informatico Google Corporation, azienda all’epoca operante nel "business Internet" e non ancora versata soltanto al ben più redditizio settore del trivellamento petrolifero su Marte come oggi è.

Ai bei tempi del loro lancio, Wave e Buzz fecero grande scalpore. In rete non si parlava d’altro. Ma già una settimana dopo giacevano in rete abbandonati e dimenticati: quasi nessuno riusciva a comprendere a cosa diavolo servissero, né come utilizzarli. Speriamo che il neonato Gronz non faccia quella stessa malinconica fine. Glielo auguriamo. Senza troppa convinzione, però.

QUELLA VOLTA CHE IL GRANDE SALVADOR DALÌ TENNE UN CONFERENZA IN UNO SCAFANDRO DA PALOMBARO (E PER POCO NON CI RESTA DENTRO)

Nel 1936 il pittore surrealista Salvador Dalì viene invitato a Londra per tenere una conferenza. L’artista amava stupire il suo pubblico, e quindi si presenta in sala con addosso uno scafandro da palombaro e accompagnato da due alani russi.

Nell’immaginario di Dalì l’equipaggiamento marino doveva essere metafora della sua discesa nelle profondità dell’inconscio, ma va ricordato che gli scafandri degli anni ’30 non somigliavano affatto  alle mute da subacqueo di oggi: erano per ingombro assai più scomodi. D’altronde, servivano a camminare in fondo agli oceani, e per tirarli su ci voleva l’argano di una nave.

Dalì arriva alla conferenza nel suo costume di ferro. L’ingresso non è trionfale come previsto: le scarpe da palombaro sono tanto pesanti che alcuni amici devono aiutarlo a raggiungere il palco. Anzi, lo trasportano proprio a braccia, e lo posizionano di fronte al microfono.

A questo punto il celebre pittore si rende conto che dietro il casco di metallo e vetro non può fuoriuscire alcun suono. Nessuno potrà ascoltare il suo intervento. E ora? Non importa, lui da là dentro parla lo stesso.

La gente assiste interessata al discorso di questo tizio muto vestito da sommozzatore. Nello scafandro fa un caldo boia, e manca l’aria: Dalì si sente male. Comincia ad agitarsi per avvisare del pericolo. Ma la sua mimica disperata viene presa come parte dell’esibizione. Qualcuno ride, tutti gli altri applaudono festanti. "Bravo, bravo!"

Sarebbe forse la morte più cretina della storia, se la moglie non si accorgesse di cosa stia succedendo davvero. Brusio in sala, si smette di applaudire, si tenta di liberare l’artista. "Attenzione ragazzi che qui il Maestro ci lascia le penne." Ma l’elmo, avvitato per bene, resiste. Prima provano a forzarlo con delle leve, poi lo prendono perfino a martellate, sempre più forte. Il casco, con la testa di Dalì all’interno, risuona come la campana di una chiesa.

Epilogo. Alla fine Dalì viene estratto ancora vivo dallo scafandro. Morirà più di mezzo secolo dopo. Qui sotto, una testimonianza documenta quell’indimenticabile giornata del 1936. Lui è quello al centro.

salvador dalì, londra 1936

COME SCRIVERE UN DECALOGO

1) Pare che su internet e più in generale nella comunicazione scritta, funzionino bene i decaloghi, ossia i testi in cui l’autore dice qualcosa per punti numerati.

2) Si tratta di insulsi pezzi del genere
10 motivi per…” , “10 cose da sapere prima di…”,  “Dieci consigli utilissimi su…”, "Come realizzare vattelapesca in 10 semplici mosse…" eccetera.

3) Perché mai il lettore apprezza i decaloghi? Perché di solito egli è un tizio che non ha voglia di fare un tubo, né di pensare né di leggere troppo, ed è quindi attratto da testi schematici, facili da consultare. L’aspetto organizzato del decalogo attrae il lettori pigro (e pure quello miope).

4) Invece uno splendido articolo splendido ma zeppo di lunghi paragrafi subordinate può risultare assai poco invogliante.

5) D’altro canto, uno dei testi scritti di maggior successo nella storia è proprio un decalogo, firmato da una celebre divinità nel XIII secolo a.C. Se persino lui ha scelto quella formula, un motivo ci sarà.

6) La scrittura di decaloghi è riposante non solo per gli occhi del lettore ma anche per la mente dell’autore: ad esempio, non ho ancora enunciato quasi nulla di rilevante e sono già al punto 6, oltre la metà dell’opera. Bene.

7) E viceversa, chi apre questa pagina avrà l’impressione fallace che io abbia un sacco di cose importantissime da dire (dieci cose, per la precisione)

• Il tema del qui presente decalogo potrebbe essere: come scrivere un decalogo.

• Dunque, come scrivere un decalogo. Che dire? Boh. Ah, ecco. Un decalogo deve per forza di cose soddisfare il seguente requisito: essere composto da dieci punti. Se i punti sono nove, non è più un decalogo. Se undici, neppure.  Se i punti sono centoventisei, o mille o due, non va mica bene.

• Come si vede, ho già raggiunto il decimo e ultimo punto della compilazione del decalogo in totale scioltezza e con il minimo sforzo creativo. Ma un altro autore di decaloghi, specie l’autore poco provvisto di immaginazione, potrebbe trovare una qualche difficoltà ad arrivare in sin qui in maniera altrettanto brillante. In tal caso, lo invito a ricorrere a un turpe espediente: ingannare il lettore usando gli elenchi puntati anziché quelli numerati. E zitti zitti fermarsi pure all’ottavo punto, o al settimo. Nessuno si prenderà la briga di contare.