NON CI SONO PIÙ LE RELIGIONI DI UNA VOLTA

Il più bel luogo comune sugli scocciatori improvvisi, ossia il campanello che trilla, tu apri e – voilà – ci sono i testimoni di Geova, è oramai in irreversibile decadenza. Oramai né al citofono né alla porta si trova un testimone di Geova manco a pagarlo. È una vergogna. Sono anni che non ricevo visite a domicilio di sorpresa da un testimone di Geova. Sono secoli che nessuno osa fermarmi per strada per domandarmi se voglio acquistare una copia di Torre di Guardia. Perché? Dove li avete nascosti?

Mi mancano gli hare krishna. Anni fa, quando ero bambino, mi capitava di incontrarne per strada, nelle vie del centro. Rimanevo stupito a guardarli ballare e cantare per ore e ore. Essi passavano i loro giorni così, a vestirsi con lenzuola color zafferano, a suonare i tamburelli o i pifferi. E basta. Tra me pensavo: ecco, costoro non sono pazzi. Non si occupano di nulla. Non producono nulla. Non lavorano mai. Da grande voglio fare anche io così.
Oggi nelle piazze non si incontra un arancione neppure per sbaglio.
Che siamo tutti morti per la fame?

E i mormoni. No, dico: i mormoni. Una volta mi suonarono al campanello due mormoni. Erano due diciottenni, arrivati apposta dagli Stati Uniti per convertire l’Italia intera al mormonismo, e avevano deciso di cominciare da me. Si presentarono vestiti elegantissimi, in nero, avevano i loro nomi appuntati sulle spille al taschino. Parlavano in un italiano stentato ma comprensibile.
Anziché mandarli via a calci, come aveva appena fatto il mio vicino, io li lasciai entrare. Offrì loro un caffè, che rifiutarono con cortese fermezza. Proposi del vino, della birra, una sigaretta. Ma sembravano recalcitranti. Poi, se non ricordo male, iniziarono a raccontarmi di quando Gesù Cristo visitò il Nordamerica millequattrocento anni prima di Colombo. Ero piegato in due dalle risa. Loro no. Da quella psichedelica conversazione, non ebbi più modo di esser importunato dai mormoni.

LA PUBBLICITÀ SU INTERNET SPIEGATA A TUO NONNO

Eccomi qua, mi si perdoni il ritardo, ma c’era un traffico, ma un traffico. Buonasera, benvenuti al consueto appuntamento con il corso serale di marketing d’accatto per principianti. Ennò, dai, non scappate: il marketing è una roba utile nella vita. Può sempre servire.  Ecco bravi, sedetevi e state a sentire che magari imparate qualcosa di nuovo.

Dunque. Parliamo di questa cosa in cui siamo dentro adesso, ossia internet. Come sapete, su internet esistono dei bandieroni pubblicitari colorati e lampeggianti. Si chiamano banner. Insomma, voi state leggendo il Corriere della Sera (de gustibus) o guardando qualcosa (delle foto di persone nude, diciamo) e sopra o di fianco, c’è ‘sto cartellone animato che si agita come un ossesso nel tentativo disperato di attirare la vostra attenzione. A voi di lui non frega niente, lo vedrete solo con la coda dell’occhio. Però un pochino tutto quel dimenarsi vi darà fastidio.
Si dice che nell’ultimo anno, nessuno al mondo sia stato talmente fesso da cliccare su uno di codesti banner, per cui non si sa cosa succeda dopo.

Un altro fastidioso oggetto pubblicitario è il pop up. Già il nome è da scemo. Viene dall’inglese: to pop up, comparire all’improvviso, insomma, rompere i coglioni. Il pop up è quel coso che fiorisce in mezzo alla pagina senza neppure avvisare, per impedirci di consultarla. In alto ha un bottoncino piccino picciò con scritto ‘chiudi’: esso rappresenta l’unico modo per disintegrare il pop up. Peraltro spesso il pulsante ‘chiudi’ non funziona, o finge di non saper funzionare.
Fortunatamente, il pop up risulta quasi in estinzione. Ci sono infatti altre forme pubblicitarie, meno invasive ma altrettanto insinuanti.

Ad esempio: tu stai leggendo la ricetta della pizza margherita, oppure stai solo cercando una ricetta della pizza margherita. Bene. Il sito – astuto come una lepre – capisce che sei interessato a un argomento specifico, e che quindi sarebbe meglio offrirti una promozione pubblicitaria mirata: allora indaga la semantica del caso e a corredo della lettura ti propaganda indirizzi di pizzerie. O, se è poco intelligente, la reclame di articoli da giardinaggio e concime per margherite. Pare che questo sia il futuro della pubblicità. Andiamo bene.

Bene, la prima lezione è finita, settimana prossima tratteremo dell’email marketing. Posso solo anticiparvi che più o meno è questo: io ti bombardo di messaggi che tu cancelli senza leggere ma a me va bene lo stesso. Lo so, sembra strano il mondo del marketing, eppure è così.
Alla prossima.

ODE ALLA CANCELLERIA DA TAVOLO

Requiescant in pace i vecchi oggetti da ufficio: poverini, si stanno estinguendo, per via della diffusione dell’informatica. È sempre più difficile vedere sulle scrivanie un portatimbri. Ve li ricordate i portatimbri, quelli che con la rotella per scorrerli? Sono scomparsi. E con loro la spugnetta bagnata d’inchiostro, quella per intingere i timbri. L’arte di timbrare è finita, solo qualche nostalgica amministrazione pubblica si ostina a salvaguardarla. Ma pare sia una battaglia destinata, lentamente, ad essere persa.

Lo stesso le pinzatrici. È sempre più difficile che qualcuno ti chieda se gli presti la tua pinzatrice. Un tempo gli impiegati scrivevano il loro nome sulla pinzatrice, così da impedire il furto da parte dei colleghi che l’avevano perduta. Oggi, le pinzatrici, non se le fila più nessuno.  Per non parlare delle levapunti, progettate per levare le graffette – altra categoria in pericolo – ai fogli incautamente uniti.

E il bianchetto. Il bianchetto, poveraccio. Era indispensabile. Signore indiscusso delle antiche scrivanie.
Adesso rimane lì, in fondo ai cassetti della cancelleria, a seccare, da anni solo come un cane.  Provate a chiedere a un ventenne se conosce il bianchetto. Vi chiede di ripetere il nome. "Il bianchè?" Poi frugherà nella memoria e dirà che sì, in effetti una volta ne ha visto uno in un cassettino, ma non capiva a cosa servisse.

Di tutto ciò, fra poco, non se ne saprà più nulla. Nel frattempo in tutto il mondo migliaia di aziende produttrici di portatimbri, di levapunti, cucitrici, bianchetti, dopo anni di trionfi, stanno per avviarsi all’abisso fallimento. Presto avranno smesso di pagare i fornitori. Dichiarato bancarotta. Chiuso le fabbriche. Licenziato i dipendenti. 

E in loro difesa, dei dipendenti ma anche del bianchetto, nessun ha fiatato. Che vergogna.

MI HANNO RAPINATO

Cari lettori, scusate l’assenza, è che sono ancora turbato da uno spiacevole episodio occorsomi poco qualche giorno fa. Mi hanno rapinato. Giuro. Qui vicino a casa mia, all’aperto. Un’esperienza terribile. Sono rimasto traumatizzato fino ad oggi.

Davvero, aver di fronte delinquente, che ti si para addosso con quell’aria aggressiva. Ho avuto tanta paura. Tanta. Mamma mia di questi tempi non si può più girare per strada. Hanno ragione quelli che parlano della sicurezza.

E’ andata così: ero in un’officina. Ma sì. Un’officina per le auto, ci avevo portato la mia vecchia Punto, dovevo ritirarla. Ero lì, in attesa davanti al cartello “Torno subito” quando all’improvviso, alle mie spalle, dal nulla è comparso il rapinatore.

Il malvivente indossava una tuta da meccanico. Aveva delle curiose macchie di lubrificante sui gomiti. Strano. Era disarmato, a dire il vero, e a volto scoperto. Per minacciarmi brandiva un foglietto di carta su cui aveva scritto delle addizioni a matita e poi una cifra. 

Ho alzato le mani, tremando:
"La prego, non mi faccia del male, le do tutto quello che vuole."
E lui: "Anche l’iva senza ricevuta?"
"Non la capisco ma comunque sì, come ha detto lei."
"Bravo. Ecco le chiavi. E si ricordi che il mese prossimo deve fare la revisione".

Non capivo una parola, intanto lui mi frugava nel portafogli e ordinava di tener le braccia in alto. Alla fine ha voluto pure un assegno. Madonna mia, ragazzi, che spavento.

ODE ALLE PICCOLE STAZIONI FERROVIARIE

Amo le stazioni ferroviarie, ma non quelle delle grandi città, piene di gente e di negozi: preferisco le stazioni dei paeselli, quelle abbandonate a se stesse, dove la biglietteria è stata chiusa nel 1980 per essere sostituita da un distributore automatico che però ha funzionato solo due giorni.

Mi commuovono le obliteratrici in disarmo. Arrugginite e prive di inchiostro, eppure stanno là al loro posto, ogni giorno: sanno che è obbligatorio, altrimenti i controllori sul treno non potrebbero dare la multa ai viaggiatori che non hanno timbrato.

Provo tenerezza per i cartelli invecchiati male, “vietato attraversare i binari, utilizzare il sottopasso”. E per l’archeologia della fontana per bere prosciugata da sempre. Le pareti della sala d’aspetto di tre metri quadri con le loro scritte indicibili, le dichiarazioni d’amore di studenti, le chiacchierate a spray tra tifosi di squadre avverse.

E il deserto. Non c’è nessuno, solo tu. Sulla banchina una voce registrata continua imperterrita ad abbaiare che bisogna allontanarsi dalla linea gialla perché sta transitando l’interregionale delle sedici e quindici, in ritardo di otto ore, e ce ne scusiamo coi passeggeri.