LETTERA APERTA A UNA CASA FARMACEUTICA
(OVVERO: SULL’INSOLENZA DEI FOGLIETTI ILLUSTRATIVI
ALTRIMENTI DETTI BUGIARDINI)

Spettabile casa farmaceutica,

questa lettera rappresenta uno sfogo e un reclamo: sono stato appena aggredito verbalmente e fisicamente da un foglietto illustrativo accluso a un vs. prodotto. Se non provvederete a porgermi ufficiali scuse, mi riserverò di denunciare voi e il foglietto illustrativo presso le autorità competenti. E vi garantisco che quanto segue è più che sufficiente per una causa penale.

I fatti: in data ieri acquistavo un vs medicinale, un comune farmaco da banco. Prima di farne uso, come al solito, da persona avveduta quale sono, provavo ad informarmi leggendo il foglietto illustrativo accluso alla confezione. Ebbene, costui da subito ha cominciato ad esprimersi in un linguaggio del tutto indecifrabile (eccipienti, profilassi, sospensione orale, eccetera). Alle mie richieste di utilizzare una terminologia meno complessa, il succitato foglietto illustrativo reagiva con veemenza: protestava il suo status di documento scientifico destinato a lettori colti possibilmente laureati in medicina e non di semplice volantino per pazienti illetterati.

Non solo: pur di spaventarmi, poneva domande prive di senso come: sei in gravidanza? In periodo di allattamento? Di recente hai subito un trapianto di midollo osseo?

Poiché lo scambio di incomprensioni fra a me e lui continuava in toni sempre più vivaci, il foglietto illustrativo passava alle minacce. A suo dire, qualora avessi avuto “una funzione immunitaria compromessa” o fossi  risultato “ipersensibile verso i componenti o altre sostanze strettamente correlate dal punto di vista chimico” (?)  avrei di certo subito sintomi indesiderati. Sintomi indesiderati terribili, che vado di seguito ad elencare: addominale, vertigini, mal di testa, dolori addominali, affaticamento, nausea,  diarrea, vomito, eruzioni cutanee, calcoli renali, convulsioni e – infine – morte. Capisce, signora casa farmaceutica? Questo gaglioffo ha minacciato di uccidermi!

Infine. La discussione era ormai ingestibile, andava troncata. Per farlo ho cercato di ripiegare il foglietto illustrativo e riporlo nella scatola. Ebbene, ogni tentativo s’è dimostrato inutile. Il foglietto, restìo a tacere, si opponeva. Rifiutava di lasciarsi domare, si riapriva da solo peggio di una carta geografica. Ho dovuto accartocciarlo e infilarlo a forza là dentro, e lui ancora gridava offese agghiaccianti.

A questo punto, signora casa farmaceutica, mi aspetto una solerte ed esaustiva risposta di giustificazione. Pretendo inoltre che ai vostri foglietti illustrativi sia ricordato che quando sono sul posto di lavoro, di fronte a un cliente, debbono comportarsi in maniera professionale. Ed evitare nervosismi magari dovuti a problemi personali.
In assenza di vostro soddisfacente riscontro – e comunque se un simile episodio dovesse ripetersi – mi vedrò costretto ad adire per vie legali nei confronti del vs sottoposto.

L’ANGOLO DELLA SALUTE

Amici lettori, bevenuti al consueto appuntamento con l’angolo della salute. La puntata di oggi è appunto dedicata alla mia, di salute. Un argomento di certo avvincente.
Cosa dire? Sto bene. Oddio, è vero che negli ultimi giorni ho giaciuto con febbre a 39 gradi e ferite sanguinanti su tutto il corpo in un letto madido di sudore circondato da medici e infermieri. Ma è cosa da nulla. Sto bene. Sì, pure io ho notato che quando fingevo di dormire, i medici scuotevano la testa e a volte piangevano. Ma sono stati loro stessi a rassicurarmi: i motivi della loro preoccupazione erano altri. Certe faccende personali.

E’ altrettanto vero che ieri, oltre a medici e a parenti, con mia somma sorpresa si è presentato anche un prete. Con i chierichetti. Ohibò. E dopo di lui, i rappresentanti di un’impresa di pompe funebri. Accompagnati da un falegname, per di più.  Ma alla mia richiesta di spiegazioni, tutti costoro hanno balbettato giustificazioni, con imbarazzo. Ci siamo sbagliati, scusi.

Insomma, sto benissimo. D’accordo, d’accordo: non nego vi siano state altre visite inaspettate. Un tizio cui dovevo dei soldi. Un fiorista specializzato nella coltura dei crisantemi. Un sedicente agente immobiliare interessato all’appartamento. Qui ci abito io adesso, gli ho detto. Adesso, ha risposto lui scrutando l’interno e i soffitti dalla porta, per poi andarsene sfregandosi le mani. Che matto.

E tutti questi sconosciuti erano ansiosi di sincerarsi circa la mia salute. Chissà perché.
Ma sto bene, sto benissimo.

INTERVISTA AGLI OGGETTI CHE STANNO SUL COMODINO

Buonasera cari lettori, eccoci a voi con il consueto angolo delle interviste, l’innovativo format ideato dalla redazione di questo blog. Abbiamo qui con non una ma ben tre celebrità. Signore e signori, un applauso per loro: gli oggetti che stanno posati sui comodini di fianco al letto!

Grazie, grazie.

Presentiamoli uno per uno. Cominciamo da lei, bicchiere d’acqua. Vuole spiegarci meglio chi è, e di cosa si occupa?

E’ molto semplice, caro amico. Io me ne sto lì, tutto la notte in piedi, di guardia, con la mia acqua dentro. Se per caso, dio non voglia, il mio proprietario dovesse destarsi all’improvviso con la gola secca, eccomi pronto per l’uso. L’utente non dovrà neppure alzarsi dal letto e andare in bagno o in cucina: si limiterà ad allungare una mano e servirsi.

Un compito nobile, non c’è che dire. Passiamo al suo collega, il libro. Signor libro, lei è un po’ l’intellettuale del gruppo. Ci parli di sé e della sua funzione.

Veda, se l’amico bicchiere sviluppa il suo compito in maniera saltuaria, io viceversa sono impegnato più o meno ogni sera, prima del sonno. Il mio obiettivo è proprio questo: infondere sonno e bei pensieri al mio fruitore sdraiato. Non debbo neppure sforzarmi di sembrare avvincente o simpatico, anzi: più sono noioso, meglio è. Quando mi accorgo che il beneficiario china il capo o socchiude uno dei due occhi, io gli assesto il colpo finale con una descrizione troppo lunga, un periodo interminabile, un capitolo barboso, eccetera. E allora lui, dolce, si assopisce con me fra le mani. Magari con un ultimo sforzo mi rimette a posto, oppure mi lancia per terra, certo, ma con grazia.

Quanta poesia in queste parole, signor libro. Si vede che lei ha studiato ed è una persona colta. Un bel applauso per il signor libro. Bene, concludiamo con l’unica femmina della compagine, questa bella signorina, la… la, come si chiama.. ah sì, la sveglia. Si presenti, madame.

Bè, il mio incarico è forse il più solenne di tutti: a me spetta annunciare l’arrivo del nuovo giorno. Lascio che le mie lancette scivolino sul quadrante e poi, bum, all’improvviso, emetto un suono, sempre più violento, insistente, e…

Ohibò. Dunque lei è la stessa cretina che fa tutto quel rumore ogni mattino alle sette e un quarto?
 
V-veramente i..

Ma sì, io la conosco, sa? Lei la deve smettere di importunarmi a quell’ora, ha capito? Le pare quello il moto di disturbare la gente mentre dorme? Regia, chi caspita ha invitato ‘sta scema? Al suo posto non potevamo chiamare qualcun altro? Un abat-jour, una scatola di anticoncezionali, una dentiera.

Scusi, io mi chiamo sveglia, secondo lei cosa dovrei fare se non svegliarla?

Ma c’è modo e modo, signorina mia! Anziché urlare come un’invasata potrebbe usarmi discrezione. Aprire le imposte, scostare le tende e poi portarmi un caffè a letto, ecco. Guardi, avrei ben altro da dirle ma lascio perdere solo per riguardo agli altri due ospiti.
Amici lettori, perdonate l’incidente, come vedete siamo costretti a terminare qui il collegamento. Arrivederci a tutti. Sigla, sigla.

DELLA FENOMENOLOGIA DEL DIMENTICATORE DI PARCHEGGI (OVVERO: STORIA DI UNA STRAORDINARIA SCOPERTA DESTINATA A CAMBIARE LA VITA A MILIONI DI PERSONE)

Cari amici, eccoci a voi con la consueta rubrica dedicata ai motori: oggi parleremo della grave piaga dei dimenticatori di parcheggi, ossia gli smemorati che la sera parcheggiano la macchina in un posto lontano da casa poi vanno a dormire e il mattino non si ricordano dove l’avevano messa. Una categoria a cui chi scrive si onora di appartenere. Ma ancora per poco, e tra breve capiremo il perché.

Il dimenticatore di parcheggi ha una vita durissima. A causa della sua, diciamo così, malattia, perde un sacco di tempo: ogni giorno arriva in ritardo agli appuntamenti e al lavoro e se tenta di spiegare il motivo, nessuno gli crede.

Passiamo allo studio scientifico del fenomeno. Otto e un quarto. Il dimenticatore di parcheggi arriva in strada, si dirige sereno verso il luogo ove crede di aver lasciato la vettura il giorno prima. Ma non la trova. Eppure era convinto che fosse proprio lì, porcogiuda. E adesso?

Il dimenticatore di parcheggi trascorre ore e ore camminando a piedi per tutto il quartiere alla ricerca del veicolo, invano. Si concentra, prova a ricostruire il percorso, i gesti, i particolari, i ricordi: nulla. Nei casi più disperati, finisce per chiamare i vigili urbani, magari gli hanno portato via l’auto col carrattrezzi per qualche motivo, forse lì dov’era dava fastidio.

I vigili urbani conoscono bene il dimenticatore di parcheggi: lui, in quanto dimenticatore di parcheggi, gli telefona molto spesso, e loro lo riconoscono subito dalla voce. Ah ah, è lei? No, scusi, non sto ridendo. No guardi ci spiace, nemmeno oggi è colpa nostra. Guardi meglio.

A questo punto il dimenticatore di parcheggi è preso dal panico, ma non riesce a rassegnarsi all’idea di essere lui, così sbadato, la causa dello smarrimento della macchina. E perciò giunge all’unica conclusione possibile, la più drammatica: pensa che gliel’abbiano rubata, e così, quasi contento, va dai carabinieri a denunciare il furto. Tuttavia, pure i carabinieri sanno bene quale razza di rincoglionito sia il nostro amico dimenticatore di parcheggi: non è la prima volta che se lo vedono arrivare al commissariato. Oramai allo sportello lo accolgono fra battute, fischi e pacche sulle spalle. Ancora qui stai? Ma smettila, già una volta hai sporto denuncia e poi la macchina era a tre metri da casa tua, dai, torna quando sei proprio sicuro.

Lo buttano fuori a calci, ma con simpatia. Il dimenticatore di parcheggi se ne va a casa a piedi,  distrutto. Maledice se stesso e i proprietari di garage, impreca, sta quasi per piangere. Poi all’improvviso, un lampo: si dà una manata sulla fronte. Ma sì, ma sì, l’ho messa laggiù in fondo di fronte al panettiere! E’ stanco morto però corre, deve sapere. E infatti, eccola lì.

Sto andando all’ufficio brevetti a depositare l’invenzione del secolo: il marchingegno in grado di salvare milioni di dimenticatori di parcheggi. Niente di elettronico, funziona in modo molto semplice: consiste in una carta geografica dell’isolato, schizzata a pennarello sul muro del salotto vicino alla porta, e una puntina da disegno: appena rientrato a casa dopo il posteggio, il dimenticatore dovrà solo indicare la posizione esatta sulla mappa che il giorno dopo, prima di uscire, consulterà. La sera successiva sposterà la puntina e così via. Io stesso da anni utilizzo questa tecnologia con ottimi risultati.

ASCESA E DECLINO DEGLI STUZZICADENTI

Il passato è simile a un paese lontano, dove le forme si manifestarono in maniera diversa da come ritiene il senso contemporaneo. Oggetti che in un’epoca avevano ragion d’essere, con lo scorrere dei secoli scompaiono: poi tornano alla luce, ma sono inerti, muti, indecifrabili nel loro valore. Un archeologo prima o poi, ritroverà tracce di nostri utensili, ma essi avranno perso ogni significato. Il banale, rivestito dal tempo, può ammantarsi di mistero. A questa rubrica spetta il compito di tramandarne la spiegazione.
Confidiamo che questo testo pervenga in qualche modo alle generazioni prossime venture. E sia loro d’aiuto.

Amici del futuro, ci sentite?
Siete lì?
Bene.
Sì, siamo commossi anche noi.
Vi scriviamo da una civiltà oramai estinta, precedente alla vostra. Cercheremo ora di aiutarvi a illuminare l’impenetrabile oscurità della vostra Storia remota. Vogliate esserne grati.

Una premessa sul metodo. Amici del futuro, potremmo darvi migliaia anzi milioni di notizie interessanti su di noi, sui nostri costumi, il nostro vivere. Ma sarebbero troppe, non ce la faremmo mai, lo spazio è poco.
Perciò, nel l’immenso catalogo di argomenti possibili, abbiamo deciso di sorteggiarne a caso un solo di cui informarvi.
E solo di quello ci occuperemo.
E l’argomento selezionato dal caso è: gli stuzzicadenti.
Su tutto il resto ci spiace ma dovrete arrangiarvi.

Sappiamo – o meglio, immaginiamo – che avete trovato nostri manufatti: piccoli bastoncini di legno, acuminati da entrambi i lati, chiusi in una scatola su cui sta scritto un nome asiatico, giapponese per l’esattezza (Sakura, Sayonara) ma in caratteri latini. L’iconografia reca ancora l’immagine di un samurai, il che non vi aiuta a comprendere. Vi chiederete se questi appartenessero a una religione, a un qualche rituale di sincretismo. Forse erano legnetti magici. Forse erano pezzi di un gioco. Forse avevano solo un significato simbolico, esoterico.

Amici del futuro, nulla di tutto questo. I bizzarri strumenti che avete fra le mani erano chiamati, al nostro tempo, stuzzicadenti. Un’industria fiorente, per un certo periodo. Erano assai diffusi sulle tavole del XIX e il XXI secolo dopo Cristo , specie nei ristoranti. Stavano lì in mezzo, nel loro contenitore di vetro. A fine pasto, i più zozzi di noi, di solito maschi, li usavano per pulirsi la bocca dai residui di cibo. Una pratica disgustosa, ne conveniamo.
Alcuni umani, nel fruirne, coprivano l’operazione con l’altra mano disposta a conchetta per nascondere il gesto ai commensali.
Altri, senza pudore, ostentavano il comportamento senza neppure dissimularlo.

C’è da vergognarsene. Chi scrive, per dire, non ne fece mai uso. Difatti l’impiego di tali attrezzi si fece sempre più raro. I nostri simili cominciarono a servirsi di arnesi differenti, più adatti all’igiene. Ad esempio: una piccola spazzola, un filo di nylon, stavolta non a tavola ma casomai nella solitudine del bagno, di fronte ai lavandini e agli specchi.
I fabbricanti di stuzzicadenti fallirono, o rivolsero la loro attività verso prodotti meno riprovevoli. Gli stuzzicadenti passarono di moda, furono sepolti nell’oblio: la Storia correva verso l’evoluzione, e giunse a voi, ma senza memoria.

A presto, amici del futuro. Provvederemmo a darvi altre più utili informazioni sul nostro presente (ossia il vostro passato remoto) ma non possiamo. Accontentatevi di queste poche righe.
Ora torniamo alle nostre faccende, e voi alle vostre.

INTERVISTA A UNA PASTIGLIA PER LE LAVASTOVIGLIE

Amici lettori, benvenuti al consueto appuntamento con la rubrica i grandi quesiti del nostro tempo. Un appuntamento dedicato alle  domande che l’intiera umanità si pone, tipo chi siamo, esiste Dio, cosa c’è dopo la morte. Il dilemma di oggi è: per la lavastoviglie, meglio il detersivo in polvere o le pastiglie? E cosa contiene la pallina blu? Ne parliamo con la diretta interessata, la pastiglia.

Carissima pastiglia per lavastoviglie, è un vero onore averla qui con noi oggi. Un bel applauso per la nostra amica pastiglia, emblema della modernità. Senta: ci spiega questa storia della pallina blu? La tiene lì solo per bellezza e al fine adescare le massaie ignoranti ottenebrate dalla pubblicità invasiva, oppure essa ha un qualche motivo di esistere?

Non dovrei parlarne ma siccome la risposta sta scritta sulla scatola, e voi non leggete,  rivelo una volta per tutte, qui di fronte a lei e a questo gentile pubblico, la Verità.
Lei, caro Confuso, di certo ha presente il brillantante, il misterioso liquido giallo o verde da versare nel beccuccio all’interno dello sportello. Ebbene, la mia pallina blu integra e sostituisce il brillantante. In poche parole, se lei compra me dopo può evitare di acquistare il brillantante. Un bel risparmio, insomma.

Be’, allora complimenti davvero: questo è vero progresso, acciderba. Però vorrei porle un obiezione: prima di questa intervista, i nostri tecnici hanno provato per circa un mese le sue colleghe pastiglie igienizzanti  Pril al bicarbonato con pallina blu.

Immagino siano rimasti soddisfatti dall’esperimento.

No, cara la mia pastiglia. Al termine del lavaggio i piatti erano abbastanza puliti, certo, ma puzzavano.

E’ impossibile. Avrete sbagliato qualcosa nella programmazione. Vediamo. A quale temperatura andava la macchina?

Le proibisco di contraddirmi, cara pastiglia. Abbiamo provato tutte le temperature e tutti i programmi: intensivo, delicato, normale, solo cestello inferiore, eccetera. E il risultato era invariabilmente lo stesso: al termine, bicchieri e fondine emanavano un cattivo odore aspro.

Ho capito, il problema è un altro. Avete una lavastoviglie di pessima qualità. Magari italiana. Provate con una tedesca e vedrete. Io sono innocente.

Pure razzista, la nostra amica pastiglia, complimenti. Ma non ho voglia di litigare, cambiamo discorso, le rivolgo un’ultima domanda: cosa succede se un bambino la ingerisce?

Muore dopo un paio d’ore di orribile agonia, ma questo cosa c’entra?

E qui la volevo! Non solo esala un tanfo ripugnante, ma è anche una potenziale omicida. Se ne vada, su questo sito non intendiamo ospitare assassini.

Ma mi lasci spiegare, queste sue domande sono capziose!

Stia zitta, meno parla meglio è, lei si sta rovinando da sola. E la smetta di vestirsi con tutti quei colori finti. Ridicola, e pure antipatica. Amici lettori, la nostra rubrica termina qui, daremmo fuoco al pastiglia ma temiamo sia pure esplosiva e quindi ci limiteremo a sbriciolarla nel water in segno di disprezzo.
Arrivederci.
Sigla.

MONOGRAFIA SULLE POSSIBILI SINERGIE DI SVILUPPO TRA ECONOMIA GLOBALE E DIFFUSIONE DELLA CULTURA SECONDO L’ICONOLOGIA DEI EBBASTA CON STO TITOLO DAI

Buonasera cari lettori, e benvenuti al consueto appuntamento con la pagina culturale di questo blog.

L’argomento di oggi è delicato e merita serietà: si corre il rischio di scivolare sul sottile crinale tra discriminazione e moralismo. D’altronde, pare sia questo il clima ideologico dell’epoca, e il problema va affrontato: la convergenza fra aumento dei flussi migratori e il declino culturale dell’occidente incombe.

Calma, però. Non ci riferiamo al problema dei bimbi cinesi che rubano il lavoro ai poveri bimbi italiani. Né alle minorenni bielorusse che portan via clientela alle bagasce nostrane. E neppure agli zingari che con le loro roulotte sottraggono il parcheggio ai camper di noi nativi, né ai venditori di rose in pizzeria o ai semafori, vera causa del declino dei fioristi bianchi stanziali.

No, amici. Vogliamo dire qualcosa su una categoria ingiustamente dimenticata. Una categoria che non nuoce a nessun concorrente: gli africani che vendono libri davanti ai cinema d’essai o ai negozi della feltrinelli – luoghi solitamente frequentati da un pubblico progressista ma danaroso e quindi incline all’acquisto di oggetto nobile quale tutto sommato è un libro.

Ora, ammettiamolo: la tenacia di questi africani è davvero ammirevole. Io stesso, sconfitto dal formidabile pressing di un ambulante senegalese altro due metri e parecchio loquace ho dovuto cedere, e comprare un libercolo. Il quale libercolo, tuttavia, alla prova della lettura, si rivelato una gran schifezza. Mal scritto, firmato da un autore sconosciuto, poche pagine, un sacco di bianche, pessime illustrazioni.

E allora, lancio da qui la mirabile proposta: grandi editori italiani, vogliamo andare fino in fondo con questa cosa della globalizzazione? Vogliamo dare una svolta al crollo delle vendite? Sì? Coraggio! Chiudete tutte le librerie e arruolate i senegalesi. Di sicuro un senegalese a piedi costa meno di un megastore da 3.500 metri quadri in centro con casse,  personale, scaffali e tutto il resto. Già me li vedo per strada: migliaia di giovani neri carichi di romanzi, decisi nel promuoverli, capaci di  venderli. “Ciao amigo, qua la mano, ha mai letto Borges? Eddai, leggilo, così diventi intelligente e io vado a comprarmi un panino.”

Come mai nessuno ci ha ancora pensato?

NUOVE FRONTIERE DELLA CORRISPONDENZA CON GLI ISTITUTI BANCARI NEL TARDO CAPITALISMO IN STATO AVANZATO

da: security@BancadiRoma.it
a: Te

Gentile Cliente Banca di Roma,
per i motivi di sicurezza abbiamo sospeso il suo acceso on line al conto corrente.
La sua sicurezza e la nostra priorita piu alta. In linea con le migliori pratiche di servizi bancari on line, UniCredit Banca Di Roma richede di confermare imediatamente la presente digitando i suoi codici di aceso al indirizo https://bancadiroma.truf.ocio.it. Questa misura di sicurezza e necessaria per tutti i clienti. La ringraziamo per la cortese collaborazione.

Unicredit Group -  Banca di Roma

Buongiorno Banca di Roma, siete molto simpatici e carini. Tuttavia, c’è un problemuccio: non sono vostro cliente. Peccato. Quindi non ho né conto corrente né password né nulla. Strano che non lo sappiate. Arrivederci, e nel frattempo fatevi un bel ripasso di ortografia, ne avete bisogno.

Gentile Cliente
scusi, ci siamo sbagliati: siamo Banca Intesa. Lo sapiamo benisimo che lei non e cliente Banco di Roma ma nostro. Bravo, ottima scelta. Ora, perro, gentilmante completi la verifica con questa procedura protecta: vada su https://fregatur.bancaintesa.it e digiti i codici di aceso al suo conto currente. E’ toto sicuro, stia tranccuilo.

Caro signor Intesa, come sta? Senta, la ringrazio tanto della lettera. Ma: io non ho mai avuto un conto con voi. Glielo giuro. Mai mai mai. Quindi non posso verificare alcunché. Addio. Ah, mi raccomando, quel corso di italiano.

Gentile Cliente,
le precedenti email rappresentavano un piccolo test per vedere se stava attento o era distatto. Exacti, non siamo né Bancaintesa né Bancadiroma: siamo Bancoposta. E lei è il nostro amato cliente. Complimenti, lei ha vinto il Concorso Bancoposta Ultrasicuro, il programa di feddelta dedicato ai possesori di conto corrente che non cascano nei nostri scherzi. Vocliamo premiarrla con un versamento ommagio di 600 milioni di euro sul suo conto, a nostro carico. Per achettare il versamento clicchi subuto su http://254.mafiarussa.BancoPosta.it e inzerisca i suoi codici di accesso personali e segretissimi. La ringraciamo di aver scelto i nostri servizi e porghiamo gli meyori saluti.

Salve amigu, il bancoposta so manco cos’è, cosa vuole che inserisca. Riprovi, sarà più fortunato. E si compri una grammatica, son soldi ben spesi.

Gentile Cliente,
complimenti! Lei ha superato brilantemmente la nostra prova di siqureza! Noi siamo davero la Sua banca, la sua VERA e unica banca! Stiamo sperimentando nuove misure atitudinnali a campione per accresscere il livello di prudenza nella clientela ed educarvi a combattere quei bastardi che tentatano di entrare illegalmont nei conti bancari e fottervi todo! Bene, per completare l’esame a pieni voti lei deve solo rispondere a queste due semplici domande finali: 1) quale è la sua banca (cioè chi siamo noi) e 2) quale la paswaord del suo contto. Avanti, un oultimo sfjorzo.

Madonna come scrivete male. Comunque no, non mi fido.

Andiamo, ma non ci riconosci? Siamo noi, la tua banqa! La banqa di… di…? E la possward, te la ricordi? Dai, est facille!