BREVE DISCORSO SU COME SI POSSA STUDIARE L’UNIVERSO ANALIZZANDO I PALINSESTI TELEVISIVI DELLE EMITTENTI LOCALI DOPO L’UNA DI NOTTE

Che questi sia l’Età Aurea, e che non dovremmo lamentarcene, lo si vede da molte cose.

Per dire. Dopo molto tempo mi è capitato di guardare la televisione a notte fonda, cosa che non facevo da anni. Non c’era nulla di rilevante e quindi mi sono buttato nel magico mondo dei canali regionali, tanto per curiosare. Chi non lo ha fatto, almeno una volta? Ebbene, laggiù è cambiato tutto. Penserai: lo so, le solite signore attempate che indovinano i numeri al lotto e ragazzine bielorusse che leccano il telefono e ti implorano di chiamarle subito altrimenti non si levano il reggipetto. Cioè le due categorie di imbonitrici che, secondo l’immaginario collettivo di noi dormienti, regnano invitte nei palinsesti antelucani per la gioia di scommettitori disperati e degli adoloscenti segaioli, insomma due categorie che rappresenterebbero bene il pianeta che siamo, o che crediamo di essere: un popolo di poveri illusi senza una lira e senza amore.

Ebbene, sbagliato. Codeste due categorie di imbonitrici (maghe del lotto e sgallettate extracomunitarie che si infilano il cordless nelle mutande) sono pressochè estinte dal mondo del commercio (si fa per dire) telemediatico notturno.
Adesso la parte del leone spetta ai concessionari di porsche decapottabili e ai televenditori di rolex d’oro. Sono tantissimi. E non esiste televendita che non offra prodotti sotto i ventimila euro. Giuro.

Che cosa si evince da questo mutamento mal percepito? Qualcosa di simbolico. Insomma, si deduce che non siamo né poveri né illusi. Siamo ricchissimi, ricchi sfondati. E il bello è che non ce ne siamo neanche accorti.

SOMMARIA ANALISI SCIENTIFICA APPLICATA AL PROBLEMA DELLA MACCHINA CALDA E SUA MANCATA RISOLUZIONE

Parlando di cose estive, oggi ci tocca affrontare il problema della macchina calda. Prima o poi d’estate capita a tutti. Di che si tratta? Mi spiego meglio, è una piaga comune a molti, o almeno a chiunque sia in qualche modo automunito. Il fenomeno si manifesta in questi termini: la tua vettura, povera bestia, è rimasta parcheggiata al sole per ore ed è diventa caldissima. E tu ci devi entrare. Il bello è che quando l’hai mollata lì faceva ancora fresco, o era notte, e non ti era venuto in mente quello che poteva succedere col passare del tempo. Ma ora col sole a picco è diventata un fornace, sia fuori (il metallo attira i raggi tanto che sul cofano ci puoi friggere le uova al tegamino, ma fin qui poco male, mica devi sederti sul cofano) sia dentro. Il problema dell’interno è duplice. Da un lato la spaventosa temperatura equatoriale che vi si è sviluppata mette in serio pericolo la vita tua e degli altri passeggeri, e hai voglia tenere i finestrini aperti. Dall’altro il volante è a sua volta divenuto incandescente, e risulta quindi impossibile toccarlo senza contrarre un’ustione o almeno un eritema.

Quali rimedi?

L’orribile pezzo di cartone colorato da appoggiare sul cruscotto? E’ vero, risolve la questione del volante arroventato, ma non quella del clima torrido nell’abitacolo. E poi, diciamo la verità, a mettere quell’affare lì in bella vista un po’ ti vergogni: non è da te.

Entrare di corsa, sparare l’aria condizionata al massimo e poi uscire aspettando che la ventilazione rinfreschi? Bello, però tu l’aria condizionata non ce l’hai. E quindi siamo daccapo.

Posteggiare l’auto all’ombra di un albero? Gli uccellini che lo abitano ti bombarderanno di guano il parabrezza per tutta la durata della sosta, ma almeno tu, dopo, non morirai arrostito. Peccato che nel parcheggio di albero ce ne è solo uno, e lì sotto la macchina ce la mette sempre quel tizio che arriva apposta alle cinque del mattino per esser certo di accappararselo.

Insomma, vedi come non sia sempre facile trovare una soluzione. L’unica certezza è che quello della macchina calda è una sciagura sempre più urgente, che anche le case automobilistiche, i governi, i climatologi, Al Gore, Bono, l’Ocse e gli scienziati di tutto il mondo dovrebbero decidersi ad affrontare prima che ci scappi il morto. Ecco, il mio contributo al dibattito l’ho dato. Ora sta a loro.

SULLA QUESTIONE DEL TOGLIERSI O MENO LE SCARPE E RESTARE A PIEDI NUDI E/O IN CIABATTE IN CASA PROPRIA

Urge porre al centro della riflessione un argomento di capitale importanza, ingiustamente trascurato sia dai media di massa sia nelle banali conversazione a tempo perso fra noi mortali.
E cioè: ma in casa bisogna stare con le scarpe ai piedi, in ciabatte o a piedi nudi?

E’ un dilemma. Pare che le scarpe in casa siano sconsigliate, di questi tempi il suolo degli spazi esterni rappresenta un serio pericolo: potresti aver camminato sullo sporco, o nel fango, o pestato dello sterco di cane (succede), e in tutti questi casi rischi di insudiciare anche i pavimenti domestici. C’è poi da dire che alcuni (in particolare le donne, più use all’igiene) considerano l’entrare nella stanza da bagno con le scarpe ai piedi in bagno come un fatto inaudito, un affronto alla stregua del delitto.

E dunque che fare? Piedi nudi? Anche qui vi sono serie controindicazioni. In primis perché talora il pavimento della casa non è pulitissimo (la polvere) e quindi a fine serata non lo saranno neppure piedi. Che a loro volta, al momento del sonno, andranno a lordare le lenzuola. In secundis, il piede nudo nei mesi invernali può soffrire il freddo, mentre in quelli caldi suda e lascia le orme sulle piastrelle, che non è un bel vedersi. Terzo, il piede nudo a fine giornata produce cattivi odori e perciò dà fastidio al prossimo come al possessore del piede stesso. Quarto, il piede nudo è indifeso: se per terra ci fossero dei vetri rotti, o – vai a sapere – delle puntine da disegno? O dei chiodi?
Persino la semplice calza non pare adatta, sempre per via del pericolo ma anche degli afrori: e se poi ti trovassi a ricevere ospiti?

Resta quindi l’ultima opzione: la cosiddetta ciabatta. Qui, tuttavia, il problema è di natura estetica. Le ciabatte cosiddette sono comode, ma da sempre chi le indossa, a vedersi, mette tristezza: è un clichè negativo (soprattutto nell’uomo, ancor di più se alle babbucce si accompagnano la canottiera, le mutande e magari la tivvù). Difatti si dice pantofolaio, in senso dispregiativo, di colui che un tempo fu robusto, attivo e ora invece è ridotto all’indolenza, forse rassegnato all’età matura (o senile). Insomma, pantofolaio è sinonimo di insulso, moscio. Un pappamolla. Uno sfigato.

Vedi anche tu quanti siano i pro e contro, e quanto sia difficile trovare una soluzione – ammesso che una soluzione esista – a questo gravissimo problema. Insomma, il dibattito è aperto. Di certo il tema importante merita maggiore attenzione.

DEL PERCHÉ LE VACANZE ESTIVE IN SARDEGNA SIANO UN FALSO PROBLEMA

Amici belli, un buongiorno speciale dal vostro inviato in avanscoperta nell’agosto 2007. Ricorderete senz’altro di tutte quelle profezie catastrofiche per cui il mondo sarebbe stato sconvolto da cambiamenti climatici epocali tipo la repentina desertificazione dell’intera Europa, l’inizio dell’estate a gennaio, il ritorno dei dinosauri. Ecco, pare che purtroppo non se ne faccia niente. Ci spiace, apocalisse e giudizio universale sono stati cancellati causa maltempo. Lo so, ci tenevamo tutti, sarebbe stato un grande spettacolo, ma d’altronde i meteorologi faticano ad indovinare le previsioni di domani figuriamoci come cazzo potevano sapere cosa sarebbe successo nei prossimi secoli. Buongiorno a tutti dal futuro, siamo a ferragosto e in Algeria nevica. Complimenti a tutti coloro che stanno ancora pagando le rate del condizionatore d’aria e agli ossessionati dalla prova costume: questa estate in spiaggia va di moda il cappotto, lungo. E voi che ancora potete, annullate le vacanze al mare: farà un freddo della madonna e non si potrà nemmeno fare il bagno perché oramai con tutti quei trichechi e i narvali che aggrediscono i canotti, il Tirreno sarà diventato pericoloso. Eanche se andrete più a Sud portatevi la felpina, ché qui a mezzogiorno fa freschetto, in questo preciso momento stiamo cercando di prendere un po’ sole nel Sahara occidentale ma ecco che comincia a piovere di nuovo, vaffanculo. Bene, per ora è tutto, a voi studio.

SOCIOLOGIA DEL CENTRO BENESSERE

Ah sì, viviamo nell’era dei templi del relax. Per stare bene e rilassarsi oramai c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ad esempio:

Il Bagno Turco
Un pezzo di Turchia trapiantata in una metropoli italiana. La perfetta ricostruzione di un vero hammam turco, con mosaici turchi alle turchissime pareti e piscine turche di acqua calda importata direttamente dalla Turchia. All’ingresso, si è accolti da bandiere turche e danzatori turchi che nel tipico costume turco svolazzano al suono di musiche turche offrendovi tè turco. Tutto molto turco, non c’è che dire. Talmente turco che, per creare un atmosfera così turca, persino il personale, pur conoscendo l’italiano, si rivolge a voi solo in turco. E pretende che voi facciate altrettanto.

Le Terme
Bellissime per un soggiorno di una settimana: sono fuori città, dentro un albergo. Sembra di essere nell’antica Roma. Oddio, una Roma un po’ attempata, va detto: l’età media è novant’anni. Novantacinque, per esser precisi. Folle di anziani che girano nudi per le vasche e vogliono fare amicizia credendovi loro nipote. A pranzo e a cena, solo frutta cotta. Spettacolari serate a russare tutti assieme davanti alla televisione e tornei di ramino tra vedove e ammogliati.

Idrobeauty Wellness Center
Molto rilassante, consiste in un percorso di trattamenti basati su continui sbalzi di temperatura: prima una bella doccia gelata, poi sauna torrida seduti sulla brace viva, quindi di corsa ancora sotto la doccia a zero gradi e così via, freddo polare e caldo disumano avvicendati uno dietro l’altro senza pausa. Tutto ciò fa benissimo, pare. A dire il vero, ogni tanto qualcuno si becca la polmonite e ci lascia le penne, ma è raro, e comunque nel caso il locale dispone anche di un medico, di una camera mortuaria e di un prete.

Oriental Relax
Luogo ove la ricerca di originalità e di esotismo arriva all’estremo. Si comincia con la fangoterapia a base di guano di tartaruga birmana (molto piacevole, anche se il fetore vi resterà addosso per mesi); segue la fustigazione con fascine di ortica malese (assai dolorosa ma salubre) e gli impacchi di argilla rovente e sulle piante dei piedi e sui genitali (un tortura, però vedrai che benefici). L’estasi la si raggiunge col massaggio giapponese del viso (vi chiudono in una stanza con un lottatore di sumo nudo che vi prende a pugni in faccia con delle pietre profumate: un toccasana) o con l’imperdibile la ceretta greca, con lame infuocate e senza anestesia. Se non vi hanno ancora ricoverato, verrete condotto a festeggiare con gli altri sopravvissuti nella piscina allo sterco caldo di capra armena (esperienza divertentissima). Al caffè letterario etnico potrete sorseggiare tisane bollenti di carciofo indonesiano (fa schifo ma depura dalle tossine), pagare il conto ("orca miseria") e fuggire a casa. Per potervi, finalmente, rilassare.

SUV

Va bene, lo confesso. Stavo osservando le automobili parcheggiate intorno alla mia, e notavo che tranne la mia erano tutte dei Suv. Ma proprio tutte. Tutte tutte.
E’ stata una folgorazione, perchè un quel preciso momento ho capito: sono l’unico pirla che in questo quartiere (apparentemente popolato di soli morti di fame con le pezze ai pantaloni e i buchi nelle calze) non è ancora riuscito a comprarsi il suo Suv. C’è qualcosa che non va.

Per chi non lo sapesse, la parola SUV è un acronimo di cui mi sfugge il senso ma che – questo lo so per certo – indica quei veicoli del tipo fuoristrada: un incrocio tra una jeep e un camion. Una grande macchina possente, enorme (in effetti parcheggiarla dev’essere un bel casino) ma capace di affrontare i deserti, di scalare le montagne sullo sterrato, di guadare i fiumi. Ideale per un safari nella foresta. Perfetto per correre sulle piste del Sahara. Ottimo per uscire dalle paludi, salire in cima all’Himalaya o avventurarsi nella tundra. Ah, come li invidio tutti questi vicini che hanno il loro Suv, devo trovare un modo per averlo anche io, magari indebitarmi, ma non posso più farne a meno, no, non posso… devo, devo…

Poi ci ho pensato un momento. E mi son detto. Però. Ma io che abito in una città che sta al centro di una pianura completamente lastricata d’asfalto… cosa cazzo me ne faccio di un Suv?

SULLA DIFFICOLTA’ RELAZIONALE VENDITORE-CLIENTE AL MOMENTO DELL’ACQUISTO DI SCARPE NUOVE

Ho notato che molti miei contemporanei, specie se donne, provano gioia nell’acquistare scarpe. Al maschio che scrive, invece, il negozio di calzature da sempre incute un timore reverenziale. Entro e questa giovane commessa mi ordina, con il tono perentorio da dentista, di sedermi e tacere. Maneggia i miei piedi scalzi senza imbarazzo, come fossero oggetti, per farmi misurare delle scarpe che a me non piacciono ma a lei sì, e mi aiuta a infilarle come se non ne fossi capace, per poi chiedermi di camminare mentre lei, severa, osserva e afferma che senza dubbio sono bellissime e comode. Non è vero, ma bisogna assecondarla, anche a costo di mentire: contraddire la commessa è reato, spetta a lei decidere.

Tasta la punta per vedere se le scarpe, selezionate da lei per me, siano troppo corte o troppo lunghe. Quindi propone confronti con numeri più grandi e più piccini. Inutile aggiungere che quello che sarebbe il mio vero numero non c’è, lo hanno finito nel 2001, ma l’acquisto va completato lo stesso. E perciò lei dispensa consigli sull’inesistenza del numero esatto di scarpa, che è un’astrazione, una leggenda urbana messa in giro dalla lobby dei clienti tirchi: se le scarpe all’inizio sembrano strette si sappia che con l’usura si allargano. Viceversa se son larghe occorre ricordare che col tempo e l’acqua sono destinati a restringersi. La fisica degli indumenti è una scienza imperscrutabile.

Insomma, alla fine è lei a scegliere quale tipo devo comperare. Mi avvio all’uscita del negozio con un paio di scarpe orrende, che mi fanno pure un male dell’accidenti. Non le metterò mai, lo so, anche se la commessa continua a ripetere che mi stanno benissimo, mentre mi mi sorregge pur di accompagnarmi alla cassa. Ero venuto per un morbido paio da ginnastica estive e me ne vado zoppicando con addosso dei moonboot verdi.