TRAFFICO SCORREVOLE MA INTENSO

Finora avevo resistito ma qui tutti parlano di questo ponte del primo maggio: pare sia assolutamente imperdibile, e pur non avendo la minima idea di dove andare – non né case al mare né al lago né in montagna, né parenti disposti ad ospitarmi gratis e neppure soldi per pagare un albergo a mezza stella – mi sento di dover dare in qualche modo il mio piccolo contributo all’espansione del casino: trascorrerò l’intera vacanza in autostrada, senza uscirne mai. Ma sì. Andrò pianissimo in corsia di sorpasso, mangerò a pranzo e a cena negli autogrill più affollati del pianeta e  dormirò in coda al casello di quelli che non hanno nemmeno la viacard, cose così. Ci si rivede al rientro, o magari in fila allo Spizzico di Fiorenzuola.

L’ANNOSA QUESTIONE DELLE ANAMORFOSI CONICHE APPLICATA ALLA COSCIENZA DELL’AUTOREFERENZIALE OVVERO "MA DI CHE COSA PARLIAMO OGGI" (A SAPERLO, SIGNORA MIA, A SAPERLO)

Da qualche giorno non scrivo qui e penso di doverti una spiegazione. No, la salute tutto bene, per carità. E’ che mi è venuto il blocco dello scrittore. Sì vabbè, scrittore nel mio caso è un termine un po’ forte, diciamo che mi è venuto il blocco e basta. Motivo? E’ presto detto.

Proprio oggi avevo appena finito di scrivere un buon pezzullo ispirato a certe vicende familiari – un articoletto sapido parasociologico e molto autoironico – quando ho scoperto che tra i  miei parenti si era sparsa la voce: non solo da tempo sanno dell’esistenza di questo sito, ma lo leggono pure, gli impuniti, forse per sapere cosa penso di loro e riprendermi in privato (“ma perché hai raccontato di me e non di lui”, “ma non è vero che…” eccetera). Perciò dopo tutta quella fatica ho dovuto cestinare tutto.
 
Ma non mi son dato per vinto: di buona lena e di pennello ho composto una nuova magnifica, divertentissima prosa: questa volta il tema erano i miei colleghi d’ufficio – un articoluzzo allo stesso tempo lieve e divertente (e per nulla offensivo, tengo a precisarlo) – dicevo: avevo già corretto ortografia e punteggiatura ed ero pronto a pubblicare allorché dalla scrivania di fronte mi si informava che oltre ai parenti anche i colleghi d’ufficio leggono questo sito, e lo commentano tra loro alla macchinetta del caffè. (“Hai visto che coso ieri sul suo comesichiama sul suo sito ha parlato di me, di te invece non parla mai gne gne" e così via). Al fine di evitare imbarazzi, ho dovuto cancellare e ricominciare daccapo con un’altra materia.

Ho quindi avuto la bella pensata di scrivere un pezzullo su certi miei amici, i quali tuttavia mi hanno subito telefonato per far sapere che anche loro lo avrebbero letto, e perciò l’ho cestinato per passare ad altri trafiletti ove trattavo prima dei vicini di casa, poi della signora dello stavile di fronte e infine del panettiere all’angolo, tutti signori molto gentili che si sono precipitati a comunicarmi che certo, avrebbero letto quel che si sarebbe scritto di loro e che di volta in volta si sarebbero sentiti offesi o lusingati.

Insomma, qui non posso più parlare di nulla senza che l’argomento stesso in persona non venga a leggere. Ragion per cui da oggi in avanti da queste parti si discuterà solo di soggetti immaginari (alieni, divinità, personaggi storici mai esistiti) o incapaci di leggere (defunti, animali, conchiglie, licheni). Mi spiace. Magari è un bene.

ZARI

Per affittare i film, c’è Blockbuster e c’è Zari.

Blockbuster è la colossale catena di videonoleggio con negozi di un chilometro quadro ciascuno, insegna luminosa e vetrine sulla strada, sedi ovunque o quasi. Il catalogo di Blockbuster comprende un trentina scarsa di titoli: tutto Tom Cruise, tutto Bud Spencer & Terence Hill, l’opera omnia di Winnie The Pooh. E basta, o poco altro. Però di ogni film sono disponibili copie multiple, casomai quella sera tu non fossi l’unico a volerti pippare Tom Cruise (o Bud Spencer & Terence Hill o Winnie The Pooh).

Oppure c’è il fondaco di Zari.
Zari non è un brand: è il cognome del titolare, signor Zari. Costui sta in uno stambugio tra i garage di un condominio. Nessuna insegna all’esterno, solo chi ci è già stato sa dove sia. (E la prima volta come si fa? Boh).
Entri nello stambugio e ti trovi davanti monsieur Zari, omino di mezz’età cogli occhiali e aria da bibliotecario gentile.
Qui Egli custodisce il Cinema come un sacerdote: almeno 7.000 (!) titoli diversi, paradiso per i nostri cuori. Hai presente quel bel filmettino poetico e leggero che nessuno a parte te sembra aver mai sentito nominare e che da anni vai cercando senza speranza e ti piacerebbe davvero tanto rivederlo ma alla televisione lo hanno dato solo una volta secoli fa su telecapodistria alle 4,30 del mattino di un lunedì d’agosto e comunque, che jella, quel giorno avevi pure il registratore rotto? Hai presente? Ecco, Zari quel film lì ce l’ha. Giuro.
Per dimostrare meglio ciò di cui stiamo parlando, ipotizziamo per assurdo che tu sia un fanatico del defunto regista angloarmeno Krnz Usmeqtxz (un nome di fantasia), autore dello splendido L’Orma della Farfalla (me lo sono inventato adesso, è solo un esempio), capolavoro perduto che tanto ti fece ridere e commuovere:
- “Senta, caro Zari: ha per caso L’Orma della Farfalla, di Krnz Usmeqtxz?”
- “Ma certo, che domande.”
E non deve mica andare a rovistare in un magazzino, no. Senza guardare, senza neppure muoversi dal banco, Zari allunga un braccio all’indietro e pesca dallo scaffale alle sue spalle la videocassetta giusta. “Eccolo qui”.

Dice: si vabbè, chissà quanto costa. Meno di Blockbuster, molto meno. E la cassetta puoi tenerla per molto più tempo. Una specie di benefattore.

Il negozio, pardon, lo stambugio, chiuso il sabato pomeriggio perché nessuno è perfetto, risiede nel cortile interno del condominio di via Soperga 20, a Milano.

E tu che abiti a Barletta, a questo punto come fai? Niente, ti arrangi. Oppure segnalaci lo Zari locale nei commenti: anche lui ha bisogno di un po’ di pubblicità gratuita.

CANTIERE

Al momento ci troviamo in un cantiere. Un caos che non ti dico. No, non è che trovato lavoro come muratore (non ancora, almeno): è che qui fuori, una volta al mese ristrutturano il palazzo di fronte. Alla fine dei lavori il palazzo sembra uguale a prima. ma forse questo è voluto. La strada invece la asfaltano ogni tre giorni. La aprono, scavano un buco, ci guardano dentro. Piazzano le transenne tutte intorno (in modo che a nessuno venga la brutta idea di cascare nel buco) e poi se ne vanno. Il giorno dopo tornano, ma forse è passato troppo tempo e non si ricordano più tanto bene perché mai la sera prima avevano sventrato la strada: e allora, nel dubbio, la richiudono. Ma quando l’hanno già chiusa si accorgono che ci hanno dimenticato dentro qualcosa – una vanga, un mazzo di chiavi, un operaio vivo – ed ecco che la riaprono di nuovo. E quindi la richiudono, la riasfaltano. Poi, dopo un paio di giorni, arrivano degli altri signori (o gli stessi, non si sa) e la riaprono. E così via. Ma perché? E’ un gioco?

GUIDA TASCABILE AL PRIMO GIORNO DI LAVORO

Cari imbranati che avete cambiato o trovato lavoro e vi preparate ad affrontare l’esordio con terrore: vi sentite come il bimbo spaurito al primo giorno di scuola e non avete neanche la mamma che vi tenga per manina sudata? Nessun problema: ecco a voi un semplice manuale d’istruzioni per superare le prime difficoltà di ambientamento:

"E questo è Coso, si occuperà de…"   Primo giro di presentazioni: tu, l’esordiente e un vorticoso giro di strette di mano con sorriso. Se l’azienda è grande ti presenteranno un sacco di persone, ognuna con un nome e un ruolo diverso: è il momento di immagazzinare il maggior numero di nomi di battesimo e di provare ad associarli a facce. Compito pressochè impossibile, dopo il tour guidato servirà un po’ di esercizio e di conversazione informale coi nuovi vicini per conoscerli. Nel dubbio, i primi tempi evitate saluti con vocativi avventati:

    – "Caro Giampietro, è stato un piacere chiacchierare con te, penso che ci troveremo bene".
    – "Anch’io. Però mi chiamo Ernesto".

Lo stesso vale per l’attribuzione di ruoli: attenzione alle gaffe del tipo:

    - "E dunque sei qui da molti anni. E di cosa ti occupi?"
    – "Beh, veramente…"
    – "Magazzino? Pulizie?"
    – "Veramente sarei l’Amministratore Delegato."

Esplorate la geografia. Assimilate il maggior numero di informazioni utili possibili, non solo sul lavoro in sè (è ovvio) ma anche sulla logistica: poiché passerete in questo luogo le vostre prossime giornate, farete bene a individuare l’ubicazione dei tre luoghi chiave, cominciando da:
a) il cesso: se preferite osare e trovarlo senza chiedere, sappiate che come nei ristoranti, negli uffici il cesso è sempre “in fondo a sinistra”. Sempre. Non si capisce perché, negli uffici, i cessi siano sempre, inevitabilmente, in fondo a sinistra, dev’essere una regola non scritta degli architetti che progettano edifici aziendali;
b) l’area fumatori, se avete il vizio: di solito un angusto pianerottolo all’aperto;
c) la macchinetta del caffè: collocata in altro vano malfrequentato specie di mattina presto (un pio veterano vi avviserà subito che qualsiasi bevanda tu scelga "fa schifo" ma non c’è che di preoccuparsi, la maldicenza accomuna tutte i distributori automatici di caffè del globo).
d) Altre location di interesse su cui informarsi: il fax, la fotocopiatrice, l’uscita, eccetera.

Con l’orientamento siete quasi a vostro agio: nelle prossime lezioni vedremo come affrontare con serenità la nuova scrivania, i nuovi dirimpettai (strano: sembrano allegri e cortesi) e quindi il più malvagio tra gli esseri con cui vi troverete a coesistere ossia il vostro nuovo computer (lui sì che vi odia, e da subito farà di tutto per dimostrarvelo con bizzarri malfunzionamenti al vostro primo accesso: portate pazienza).

Bene, intanto il primo giorno è già passato. Visto? Non vi hanno neppure ammazzato. Anzi, vi hanno persino chiesto di tornare domani.

ANTIAMERICANATE

A costo di pigliarmi gli strali di mezzo mondo, ovvero: della riprova che gli Stati Uniti saranno anche un grande paese ma sul piano artistico non ha mai prodotto un tubo (a parte il jazz nero, ma quelli erano africani importati e nostalgici, mica americani).

Eppure da decenni siamo sommersi da miti statunitensi che se solo fossero nati in Ciociaria anziché a Philadelphia non se li sarebbe filati nessuno. Per dire: Keith Haring. Ma sì, quello degli omini radianti. Nella sua ahimè breve vita, Keith Haring disegna quasi esclusivamente ‘sti pupazzetti stilizzati, e siccome qualcuno deve avergli detto “Hey, Keith, forti qvesti pupazeti!” lui li replica in tutte le posizioni possibili, con ogni colore esistente. Sempre e solo omini coi raggetti sulla testa, seduti, in piedi, sdraiati a pancia in su, sdraiati a pancia in giù. E’ da quando andavo all’asilo che ci propinano in tutte le salse gli omini di Keith Haring. Il quale, per carità, come grafico sarà stato anche bravino, avrà avuto anche un’idea originale (disegnare trilioni di ometti stilizzati tutti uguali) ma adesso basta, dai. Non se ne può più. Morto un papa se ne faccia un altro. E lo stesso vale per il sopravalutatissimo Basquiat, secondo me famoso non tanto per le sue pitture ma perché si faceva le pere e vomitava nei cessi dei locali più fighi di New York, o per Roy Lichtenstein, il furbone che prendeva le vignette di fumetti altrui, le ingrandiva a dismisura e poi diceva che erano opere sue. Ma per favore.

FARMACIE CONTRO SUPERMERCATI

Messaggio per la farmacista del quartiere che tutte le volte che siam lì in fila si lancia nella solita invettiva per denunciare che (cito testualmente) “adesso anche i supermercati si metteranno a vendere le medicine bastardi che non sono altro, ci toccherà chiudere per colpa di questi supermercatacci del menga e io come lo pago il mutuo me lo volete dire dove andremo a finire di questo passo signori miei se pure quei pescecani (in realtà lei usa un termine più forte, ndr) dei supermercati si mettono a rubarmi i miei lo capite i miei clienti ingordi di aspirina? Me lo spiegate quali competenze ha una cretina di cassiera da supermercato per prescrivere una (urla come un’invasata e si strappa il camice dalla rabbia) aspirinaaaa???"

Ma cara la mia farmacista. Innanzitutto, si calmi. Si è calmata? Brava.
Ma anche lei, tutto bisogna spiegarle. Stia a sentire: i supermercati le rubano i clienti? E lei li rubi ai supermercati.
Gli renda la pariglia, santa donna.

Mi spiego meglio: oltre all’aspirina, cominci pure a vendere le zucchine. E il gorgonzola. E i biscotti del mulino bianco. Si metta lì con le sue cassette di melanzane e pomodori, e prepari il cesto coi guantini di plastica per sceglierli con mano. Vedrà che così qualche acquirente nuovo se lo fa pure lei. Già sento le voci per strada: “Vado un attimo dal farmacista a prendere i carciofi”.

E se qualcuno le dovesse chiedere spiegazioni, lei gli risponda chiaro e tondo: mi sto vendicando dei supermercati.

E faccia dei begli sconti, così la gente smetterà di andare a far la spesa alla Conad per venire da lei, che magari in questo modo mi diventa pure più ricca.
A quel punto saranno i supermercati stessi a chiederle scusa, a dirle “ok, signora, se lei smette di vendere i cavolfiori noi smettiamo di vendere le supposte e siamo pari e patta, amici come prima.”
Questo sì che è un metodo di lotta, cara lei. Mica romper le balle a noi avventori in coda con le sue catilinarie a vanvera. E andiamo, su.