NON RUBERESTI MAI…

Messaggio ai direttori marketing di tutte le case cinematografiche del globo, tema: lo spot rumorosissimo che trasmettete nei cinema prima del film, quello che dice che non bisogna scaricare i film da Internet. Ebbene, esso fa venire in mente alle persone proprio questo: che è possibile scaricare film da Internet, e pure gratis.

Ve lo giuro, state sbagliando modo di comunicare. Innanzitutto, il tono. E’ come se io fossi, che so, il proprietario di un negozio e accogliessi tutti quelli che ci entrano urlandogli in faccia “Uè, che non ti salti in mente di rubare qualcosa, eh!?!”.  Dico: vi sembrerebbe normale? Ci tornereste altre volte, in un negozio così?

E poi, il messaggio. Non dissuade: istiga. Io stesso, ero al cinema e durante quello spot – peraltro girato in un ridicolo stile fintamente giovanile, ma vabbè – dicevo: ero al cinema, e durante il fastidioso fragore di quello spot mi son sentito un cretino proprio perchè voi (sì proprio voi, signori belli) mi avete ricordato che avrei dovuto starmene a casa e vedere quello stesso film a scrocco scaricandolo da Internet anziché, fesso che sono, uscire, prender freddo, disperarmi per un parcheggio e quindi spendere soldi per il vostro cinema del piffero. (Che poi davanti a me c’era un tizio troppo alto che mi ostruiva la visuale, e questo se permettete nel mio salotto non capita mai, quando guardo film pirata dal divano.)

Ve lo ripeto: quella pubblicità lì è una vaccata controproducente, e ne ho la prova: durante il vostro geniale spot, ho udito la seguente conversazione tra i due signori seduti nella fila dietro la mia:
- "Ah, si possono scaricare i film gratis da Internet? Non lo sapevo."
- "Certo! Quando torniamo a casa ti spiego come si fa."
- "Lascia perdere, non sono mica tanto pratico di computer."
- "Ma figurati, è facilissimo, ti insegno io, vedrai!"

Capito? Se volete convincerci, non dite che è proibito. Casomai dite che è un casino. Che ci si mette un sacco di tempo, che bisogna usare dei programmi complicati, che per farlo ci vuole una laurea in ingegneria delle telecomunicazioni, insomma quelle robe lì:  non son vere, ma magari spaventano un po’ di più.
Oppure dateci un incentivo: ringraziateci di esser venuti. Offriteci i popcorn. Ma basta gridare, santodio.
Persino il vostro mestiere, ci tocca insegnarvi.

AMELIE NOTHOMB

Da anni sono perdutamente innamorato di Amelie Nothomb. Amelie Nothomb è, credo, la scrittrice di lingua francese più venduta al mondo. Ma io non l’amo in quanto scrittrice – anche se conservo tutti i suoi romanzi in un reliquario come fossero tibie di un martire paleocristiano – no, io l’amo proprio come donna.

Iersera, alla premiata libreria del centro, Amelie Nothomb incontra il pubblico. S’inizia alle 18 ma un’ora prima la sala è strapiena, tanto piena che si crepa dal caldo. Amelie sale sul palcoscenico in paltò, cappello settecentesco, anfibi ai piedi, aureola. Incedere da rockstar impaurita. Io sono in prima fila, al suo passaggio mi genufletto e faccio il segno della croce, lei si guarda attorno spaventata, poi con nonchalanche mi sferra un calcio in pieno viso e sale i gradini tra applausi scroscianti. Sento di amarla ancora di più.

Silenzio in sala, comincia la conferenza. Amelie è seduta tra l’interprete e l’intervistatrice (entrambe oscurate dal mesmerismo della nostra, che là in cima sembra una divinità sumera apparsa per miracolo). Intorno, folle adoranti pendono dalla sue labbra. Lei legge brani dell’Antico Testamento con sottofondo di Amnesiac suonato al contrario. Io per tutta la durata dell’incontro lancio sul palco rose viola. Lei fa segno alla security di mandarmi via.

Si va avanti: Amelie Nothomb recita l’Apocalisse di San Giovanni in piedi sul tavolo dei relatori roteando l’asta del microfono in aria (e poi la lancia addosso a un signore in prima fila, ferendolo). Quindi fa stage diving in perfetto carpiato sulla platea: è il delirio, non si capisce più niente. La gente impazzisce, il servizio d’ordine interviene con manganelli e lanciafiamme per riportare la calma. Lei scappa nei camerini, io approfitto del casino e a fatica la inseguo. La trovo già in accappatoio, fresca di doccia con l’asciugamano in testa. Beve champagne a canna dalla bottiglia.

- Che vuoi, o suddito?
- La vostra benedizione, o imperatrice. E un autografo inciso nella carne viva.
- No, al massimo ti firmo questo libro. Come ti chiami?
- Mi dicono Confuso, Vostra Maestà.
- Che nome assurdo. Hai tutta la mia solidarietà, Confuso.
- Grazie. Posso baciarvi i piedi?
- Sì. Ma dopo vattene. E non raccontarlo a nessuno.

Va bene, in verità, non è andata proprio così. Benchè sia una delle autrici più venerate d’Europa – e benchè sia molto consapevole di esserlo – Amelie Nothomb è una diva modesta. Non si dava arie per niente. Sorrideva, arrossiva. Parlava di sé senza la boria che suoi colleghi assai meno noti sfoggiano in questo genere di occasioni. Per questo, anche lei merita la nostra solidarietà.

CARNEVALE

Finalmente stamattina alle 8 te ne esci di casa di tutto punto in costume da Pulcinella. Non siamo più bambini non lo siamo da un pezzo, è vero, ma le festività come il carnevale vanno onorate. E quindi scendi in strada, c’è un bel viavai ma subito ti rendi conto di esser l’unica persona in maschera: questa città sta diventando troppo seria. La gente ti guarda con aria imbarazzata (non capisci) però non t’importa e così in gran allegria vai prima al bar per un caffè (non vogliono farti entrare, i malfidenti) poi all’ipermercato (anche qui, facce scure nonostante tu faccia scherzi a tutti). Ma non t’arrendi: se carnevale dev’essere, che lo sia davvero. Con una nuova divisa (stavolta sei un Arlecchino da applausi) intervieni a questa riunione molto importante: fai il tuo ingresso lanciando stelle filanti in aria ma gli altri sono in giaccacravatta o tailleur, e nessuno ride. Cominci ad offrire lingue di Menelicche e nasi finti ai presenti ma ti sgridano subito (“siam qui per lavorare diosanto”). E tuttavia, poichè l’atmosfera pare assai cupa e poco carnevalesca, pur di ravvivare il tutto svuoti sulla moquette il bidone di coriandoli che hai portato da casa: a questo punto ti viene chiesto di pulire e di allontanarti. Va bene. Sali sulla tua macchina, che il giorno prima avevi provveduto ad addobbare da carro allegorico di cartapesta, e in auto fai il giro dell’isolato tredici volte, suonando il clacson a tempo di samba. Al quattordicesimo giro arrivano i vigili che ti domandano patente e libretto e ti intimano di levare la mascherina. Il mondo non è più capace di divertirsi.

IN DIFESA DELLA COPPA DEL NONNO

Vorrei porre la tua attenzione su un gravissimo, improcrastinabile problema. Mi riferisco alla Coppa del Nonno. Sì, il gelato. Era un bel po’ che non la vedevo in giro, finchè mi si è manifestata in offerta del 30% proprio in questi giorni al supermarket sotto casa, e mentre ne mngiavo mi sono accorto che essa non solo è ancora buonissima, ma anche – ahimè – di proprietà dalla multinazionale svizzera Nestlè.

Ora, non mi fraintendere: io non ho nulla contro gli svizzeri (per carità, son brava gente, troppo spesso vittime di luoghi comuni) né contro le multinazionali (poverine, tutto sommato fanno il loro mestiere: produrre, innovare, cercare il profitto, licenziare migliaia di persone, ecc.). Ma la Coppa del Nonno, quella no, santodìo! Quella devono ridarcela indietro! E’ come se la Nestlè avesse il copyright sulla pizza, o sugli spaghetti al pomodoro.

In primis la Coppa del Nonno esiste da sempre, quasi come l’acqua o l’aria. La sua ricetta è di una semplicità sconcertante. Poco più di un caffellate surgelato, stop. Gli altri semifreddi, viceversa, sono molto più complessi, hanno mille ingredienti (praline, nocciole, anacardi, cacao afrodisiaco, cialde ergonomiche, biscotti con barzellette disegnate sopra, ecc.). Quindi, la Coppa del Nonno non può essere nè del Nonno nè di un’azienda ma di tutti: ci appartiene.

Se non ricordo male, già anni fa la si voleva affossare. Per un certo periodo, inspiegabilmente la Coppa del Nonno sparì dai mercati, divenne introvabile. Andavi al banco, chiedevi una coppa del nonno perfavore e ti rispondevano che si era estinta: “Mi spiace, però abbiamo il gelato al peperoncino con lo stecco di liquirizia, il ghiacciolo alla coca cola light o il calippo con il kebab ai mirtilli dentro”. Un direttore marketing assai lungimirante aveva deciso che quella coppetta marrone non aveva futuro, e che il di lei budget andava destinato a nuovi prodotti – più moderni, più trendy. Ma il prodotto trendy, alla lunga, non ce la fece, il direttore marketing fu licenziato e a furor di popolo la Coppa del Nonno - seppur alla chetichella, quasi vergognandosene - fu lasciata rientrare nei frigoriferi dei bar. Con un tocco di esotismo ci piazzarono sopra un paio di chicchi di caffè decorativi, poi si decise che pure quella era una cazzata e si tornò alla vecchia formula: gelato, tazzina e amen.

Va detto che il nome è pochissimo a la page e mal si presta alle logiche pubblicitarie contemporanee. “Coppa del Nonno” evoca la terza età, i pensionati sulle panchine, i cessi delle case di riposo. E’ peraltro vero che la questione del nome, per così dire, sfigato accomuna la Coppa del Nonno ad un altro celebre gelato: il Cornetto. Ma questo ultimo nell’immaginario collettivo risulta comunque più giovanile, per via dell’involucro colorato e forse della fruizione (senza cucchiaio ma subito per via orale, che ha un non so che di erotico). Eppoi per lui, per il cornetto, da tempo è stata adottata una marketing strategy di svecchiamento ben precisa, con spot televisivi e concerti rock – il famoso Cornetto Free Music Festival. Tutto ciò, per la Coppa del Nonno è impensabile. Te li immagini i Subsonica al “Coppa della Nonno Free Music Festival”? E’ inutile, non funzionerebbe mai. I musicisti si rifiuterebbero di cantare, la gente penserebbe a un torneo di ballo liscio, diserterebbe le piazze.

Insomma, prima che ce la portino via di nuovo, salviamo la Coppa del Nonno. Essa è del popolo, e soprattutto è del popolo italiano. E’ un bene pubblico.
Che almeno venga nazionalizzata, o che intervenga il governo.

IL MISTERO DELLA MULTA PERDUTA E L’ENIGMA DELLA CARTELLA ESATTORIALE

— Notifica di riscossione/cart. Esatt. 666 –
Gent.le Sig.re/Sig.ra,
Le ricordiamo che Lei deve € 56.00 al ns. Ente per quanto sottoindicato:
Contrav. Cod strada l. 589/81 00000456 c0001456x art. 07 c.1 pmn 1/03/001127 notif. 45ghjjjz666zz03 Comun. Mil. -> TOTALE: EURO 56,00!
La avvertiamo che in caso di mancato pagamento entro le scadenze indicate procederemo ad esecuzione forzata nonché al sequestro di beni mobili registrati (ad es.: i Suoi arredi, la Sua auto, i Suoi familiari), all’ipoteca sulla casa e alla fustigazione in pubblico della Sua persona.
Cordialmente,

L’Ente Riscossore

Allegato: bollettini postali più 12 pagine di istruzioni su modi alternativi per pagare le multe (tramite telefono, internet, cellulare, wap, google, bonifico, tutte le carte di credito, assegno, bancomat, viacard, apposito sportello presso il più vicino monte di pietà, ecc.)

Gentile Ente,
ho ricevuto la sua cortese lettera di cui in oggetto e la ringrazio molto. Confesso di aver trovato il testo della sua missiva un filo, come dire, ermetico. Intuisco tra le righe che volete da me una cosa chiamata "56 euro" e che ci sia di mezzo una mia presunta violazione del codice stradale (evento di cui peraltro non ricordo molto: quando è accaduto? Dove?) E quindi ho qualche piccolo dubbio su come le informazioni fornitemi vadano interpretate: cosa diavolo è la Contrav. Cod strada l. 589/81 00000456 c0001456x art. 07 c.1 pmn 1/03/001127 notif. 45ghjjjz666zz03?
E perché volete tutti quei soldi da me? Ditemelo, e poi ne riparliamo.
Cari saluti,

Il riscosso

— Secondo avviso! –
Gent.le Sig.re/Sig.ra,
non faccia troppo il furbino, se Lei non sa leggere una cartella esattoriale non è colpa nostra: il messaggio è inequivocabile, Lei ci deve la bellezza di 56 euro quale sanzione per il seguente reato:
Contrav. Cod strad. l. 589/81 00000456 c0001456x art. 07 c.1 pmn 1/03/001127 notif. 45ghjjjz666zz03!
Chiaro? E se non rispetta la scadenza prevista (cioè oggi, adesso), il prezzo quadruplica. Ha capito, testa di legno? O vuole che Le mandiamo i pignoratori a casa?
Cordialità vivissime,

L’Ente

Allegato: 10 risme di bollettini postali più istruzioni per pagare via ipod.

Caro Ente,
no, non ho capito.
Io una multa con quei numeri non l’ho mai ricevuta. O non la trovo. Non sarà che l’ho già pagata e ti stai sbagliando? In effetti potrei anche averla persa (sono un tipo distratto, lo ammetto) e allora hai ragione tu, ma se vuoi quei soldi lì almeno mi dovresti ricordare:
- dove ho preso la multa;
- perché l’ho presa;
- quando.
Ciao.
 


Gent.le Sig.re/Sig.ra,
in allegato trova altri 6 chili di bollettini postali più istruzioni per pagare in contanti col nuovo servizio postale Multapost (Lei ci spedisce i contanti in busta chiusa e noi smettiamo di romperLe i coglioni).
Al momento non abbiamo alcuna voglia di darLe ulteriori spiegazioni: l’unica cosa che possiamo comunicarLe con assoluta certezza è questa: Lei ci deve dare euro 56. Subito. Altrimenti fra interessi di mora e penali domani gli euro diventano 560. Se ancora non comprende il motivo di tanta insistenza, può agire secondo una delle seguenti modalità:
I) pagare e tacere per sempre (opzione consigliata);
II) chiamare il ns call center 800.800.800 nei giorni feriali pari (linee perennemente intasate e nessun operatore disponibile fino alla metà del prossimo secolo);
III) presentarsi presso il ns Ufficio Informazioni & Ricorsi Senza Speranza di via Xyz, aperto nei giorni feriali dispari dalle 9.00 alle 9.15 (attenzione: code di migliaia di persone nelle Sue stesse condizioni).

Addio,

L’Ente

(continua?)

SUI CENTRI COMMERCIALI

Non ce la faccio, non resisto. Buon ultimo, vorrei tenere il mio lucido intervento sull’annosa polemica (per chi se le fosse perduta, beato lui) che in questi giorni imperversa tra i blog italici, e che quindi, se tanto mi dà tanto, presto approderà sulla stampa e in televisione.
La questione, in sintesi: ci si chiedeva se fosse giusto (oltre che, talora, necessario) andare al centro commerciale di sabato mattina. E soprattutto: se fosse più chic colui che evita di frequentare i centri commerciali di sabato o colui che viceversa li frequenta pur nell’amara consapevolezza che vi troverà parecchia altra gente in coda e pochissimo parcheggio. E infine, si disputava su quale fosse più snob tra il Despar e l’Ipercoop, e tra il Carrefour e il Gigante.

Non so rispondere a queste fondamentali domande (e in tutta sincerità – a rischio di apparire snob a mia volta – confesso che non me ne importa granché) però vorrei dire la mia lo stesso, fornendo qualche notevole spunto di riflessione: all’Esselunga di via Rubattino hanno messo i detersivi per la casa (pavimenti, lavandini, ecc.) in una corsia diversa da quella dove stanno i detersivi per capi d’abbigliamento. Diversa, capisci? Ecco, a me questo sembra gravissimo. Chi cerca i detersivi, si aspetta che stiano tutti nella medesima zona. Se il direttore marketing dell’Esselunga di via Rubattino legge questo sito – e non ne dubito – ebbene, che veda di porre rimedio. Oppure che apra un pubblico dibattito sul tema, magari anche in tivvù, o almeno sulle prime pagine dei quotidiani nazionali.
Ci sarebbe poi da chiedersi se sia più snob il detersivo per pavimenti o quello per lana & delicati, ma l’argomento mi pare troppo ostico – e forse noioso – per esser trattato in questa sede: faccio invece notare che per motivi del tutto inspiegabili anche il frigorifero del latte fresco si trova assai lontano dal corridoio del latte a lunga conservazione, peraltro ingiustamente privato di frigo.

Formulo un’altra considerazione, a mio avviso di estrema importanza. I cartelli che stanno appesi in cima e in fondo alle corsie: sono fuorvianti, in realtà non danno quasi nessuna informazione. Ad esempio: se su uno di codesti cartelli c’è scritto “sale – uova – pane”, so che in quella corsia troverò appunto il sale grosso, le uova e del pane. E fin qui. Ma se cerco un bene difficilmente catalogabile come, che so, i pinoli. Dove dovrei cercarli? Nella corsia indicata come “spezie” o piuttosto in quella della “frutta”? O dove altro ancora, visto che in nessuna di quelle due corsie li ho trovati? Insomma, voglio dire: dove cazzo stanno ‘sti maledetti pinoli? E’ questo il delicato quesito che ho posto a uno dei lavoranti del luogo. Mi ha risposto, senza nemmeno pensarci, che i pinoli in busta stanno vicino alle casse. Gli ho chiesto il perché di un simile posizionamento privo di senso e lui mi ha detto – un po’ perplesso e invero un filo irritato – che non lo sapeva, e che adesso lo lasciassi in pace perché aveva altro da fare.

Prima di chiudere la mia concione, ma anche per rinfocolare la polemica, mi pregio di aggiungere un elemento a mio avviso cruciale: ma si può sapere perché in alcuni supermercati il carrello prevede una cauzione di 2 euro, in altri di un solo euro e in altri ancora ci sia perfino la possibilità di scegliere tra monete di 2, 1 o perfino mezzo euro (!), per non parlare di quelli che tuttora accettano le 500 lire? Su questo punto sì che c’è davvero di che dibattere: perché dovrei dare a te, o supermercato, dei soldi in cambio di uno dei tuoi carrelli? Ma cosa hai paura, che me lo porti via senza restituirtelo? Che anziché dartelo indietro me lo tenga a casa, magari in salotto? Ah sì? Ebbene, se così fosse, mi stai dando del ladro. Mi insulti. Propongo quindi la revoca immediata e imperitura dell’oscena caparra per carrelli – o che almeno se ne discuta in parlamento.

Ecco, ho detto la mia. Pant, che fatica. Certo di aver contribuito in maniera decisiva, ora ti lascio. Devo andar a far la spesa.

LOTTO

Qualcuno avvisi la signora che stamattina era con me dal tabaccaio – e che ha perso un quarto d’ora e diversi quattrini per giocare i numeri al lotto – di quale truffa le stanno propinando.
E se non ci sono volontari, ci penso io.

Signora, mi stia a sentire: basta. Basta.
Il Lotto non esiste, signora. Ha mai conosciuto di persona qualcuno che sia diventato improvvisamente ricco sfondato con un gratta e vinci o una (ahem) porcata del genere? No, vero? Certo che no. Perché è impossibile. Magari un premietto, un cento euro una volta nella vita con un po’ di culo – mi scusi, con un po’ di fortuna – potrà anche farli. Ma di miliardi non se ne parla, signora, mi creda. Di biglietti con quelle cifre lì il signor Lotto ne stampa pochissimi. Forse non li stampa nemmeno.

Il signor Lotto è un ladro, signora mia, e la sta derubando. Ha presente quei mariuoli che sull’autobus le mettono le mani nella borsa per fotterle – mi perdoni, volevo dire: per prenderle – il portafogli? Il signor Lotto è uguale. E’ uno scippatore, solo un po’ più furbo degli altri.

La probabilità di vincere dei miliardi con il giuoco del lotto, cara signora, si aggira attorno allo 0,0000… (segue serie infinita di zeri) …001%. Va bene, signora, le spiego meglio: è più probabile che dal cielo le piova sul terrazzino una borsa con dentro sei chili di in banconote, o che un petroliere straricco e ubriaco per errore le versi sul conto corrente l’intero patrimonio. E’ molto difficile che accada, ma in teoria è possibile: col Lotto è lo stesso. 0,00000 eccetera per cento.

D’accordo, signora, lei ha ragione: a tutti piace sognare. Lo dice pure la pubblicità, e con quale insistenza. Ma qui la stanno imbrogliando, signora, le stanno facendo pagare una cosa (i sogni, appunto) che da sempre non costa nulla.  Sì, certo, "è solo un euro o due, cosa che vuole che sia". Cosa vuole che sia un fico secco, signora!
Scusi, ho alzato la voce, scusi. Ma sappia che c’è della gente che a furia di intascare i suoi due euro si fa una bella vita sul serio, altro che sognare.

E quindi, entri in sciopero, signora: si tenga i due euro e provi a sognare gratis. Oggi e tutti gli altri giorni.
E se questi farabutti del Lotto intendono continuare a fregarle i risparmi, signora mia, che almeno lo facciano senza vergogna. Che almeno vengano a rapinarla direttamente in casa, di notte, con la calza di nylon in faccia e il piede di porco, come fanno i loro colleghi delinquenti.

PENSIONI

Ho una grande notizia da dare all’Italia intera: io, sì proprio io, ho scoperto come risolvere il problema delle pensioni.

Cos’è il problema delle pensioni? Spiego subito, e in parole molto semplici per chi non ci avesse capito un’acca. Nel nostro paese ci sono un casino di pensionati. I pensionati sono quelle persone anziane che in quanto tali non possono più lavorare, e perciò ricevono dei soldi, chiamati appunto “pensioni”. Il fatto è che questi pensionati sono davvero molti, e lo Stato (o chi per lui, non sottilizziamo) non è più in grado di pagarli, e soprattutto non sarà in grado di pagare quelli che diventeranno pensionati dopo di loro (è estremamente probabile che io e te rientriamo in questa seconda categoria: quando andremo in pensione, essa non esisterà più causa mancanza di fondi).
Allora, come si fa? Sembra non esserci via d’uscita. E invece.

E invece la soluzione è talmente ovvia che nessuno ci aveva ancora pensato. Suicidio di massa. Tutti i maggiori di anni 65 si ammazzino all’istante (ora, subito) e il gioco è fatto. In questo modo lo Stato accumulerà una quantità immensa di quattrini, che finalmente potrà dissipare nelle altre maniere che lui conosce, o spartire tra gli adulti sopravissuti.

Sento già l’obiezione: "ma porcocane, io ho compiuto 65 anni proprio ieri e sono ancora bello vispo, non c’ho mica voglia di uccidermi!"
In effetti, ti capisco: ammazzarsi controvoglia è una seccatura. Ma se ci rifletti per bene, capirai che alla tua età hai già vissuto abbastanza, e ne hai viste di cose: è ora che ti sacrifichi per il prossimo e per la comunità – la quale, ti assicuro, te ne sarà molto ma molto grata.
E comunque anche quelli che verranno dopo di te si ammazzeranno il giorno del sessantacinquesimo compleanno, nei secoli dei secoli, e il problema delle pensioni non si porrà mai più.

Così l’Italia potrà risparmiare non solo sulle pensioni ma anche sugli ospedali (ne serviranno meno), sulla produzione dei farmaci (molti diverranno inutili) e – se posso osare – sugli ospizi (aboliti del tutto) e sull’importazione di badanti dalle Filippine. Rimarrà in vigore la Festa del Nonno, anche se il festeggiato spesso sarà assente.

Insomma, l’anziano come martire dell’economia. E se qualcuno si rifiuta? Pazienza, ci toccherà costringerlo, per legge, con le buone o con le cattive. Il progresso non può arrestarsi di fronte alla riottosità di un singolo. Alla lunga la gente si abituerà, ci sembrerà una cosa normale e giusta, e tutti si ammazzeranno volentieri. Se poi qualcuno vorrà farlo già qualche anno prima, ancora meglio. Magari lo si incentiva pure.

Tra l’altro questo metodo potrebbe applicarsi con successo anche ad altri campi: ad esempio, per azzerare il tasso di disoccupazione. E’ non è l’uovo di colombo? E’ non è un’idea grandiosa?

ELOGIO DEL PRECARIO 

Vorrei dire una cosa sul problema del lavoro precario e effimero, di cui tanto si parla con toni gravi, dalla Cina a Milano:  non se ne può più.
Ma benedetti ragazzi, sempre a lamentarvi, siete. Volete solo il posto fisso, la pappa pronta. Suvvia, così non c’è gusto, amici miei. Viviamo nell’era della velocità e del rischio, e voi invece cosa cercate? La sicurezza. Tzè. Antichi! Cos’è tutto questo parlar male della condizione di precari? Il precariato è bellissimo. E’ emozionante. Vuoi mettere il brivido dell’imprevisto? L’ebbrezza di ritrovarti in mezzo a una strada dalla mattina alla sera? La suspense di non sapere se la settimana prossima potrai pagar l’affitto o mangiare? Non è, quella del precario, una vita eccitante? Certo, c’è sempre quella piccola e fastidiosa incertezza (“sopravviverò? dovrò andare a dormire sotto un ponte? chiedere un prestito alla banca? vendere un organo interno?”) ma è il suo bello, il fascino dell’ignoto, che diamine. Ah, quanto sarebbe noiosa l’esistenza se non ci fosse l’elettrizzante incognita di arrivare a fine mese.

E quindi: un po’ di entusiasmo, andiamo. Evviva il precariato moderno, che è meglio di un videogame: un videogame tridimensionale, molto realistico, che non si svolge nella playstation ma, per una volta, nel mondo vero. Un po’ come quei giochi di guerra, solo che stavolta i nemici anziché spararti si limitano a dirti che non gli servi. Che, se permetti, sarà poco educato, ma comunque meno doloroso.