SENTO CHE IL MIO POSTO NON E’ QUI MA IN UN ALTRO TEMPO
Sento che il mio posto non è qui, ma in un altro tempo, in un’altra vita. Ad esempio, so per certo che sarei un bravissimo aristocratico ottocentesco. Uno di quelli che passa le giornate in vestaglia nella sua biblioteca privata a sfogliare libri antichi e ascoltare musica sinfonica a tutto volume, senza alcuna inquietudine eccetto coltivare la propria decadenza di facciata. La mente, invero, lontana anni luce da preoccupazioni di ordine pecuniario – perché sarei ricco sfondato e il mio unico problema consisterebbe nel cercar sollievo all’anima, e alle carni. I quadri, l’amore nel pomeriggio, la conta del danaro, infinita rendita dai latifondi. Mi struggerei un poco, ma solo un pochino, recitando alla perfezione la mia parte.
Sento che il mio posto non è qui, ma in un altro tempo, in un’altra vita. Ad esempio, svolgerei con zelo la professione di feudatario medievale: un valvassore, o anche un vassallo o un valvassino. Mi alzerei a mezzodì, e dalle finestre del mio castello osserverei gli schiavi già dall’alba al lavoro nei campi. Ordinerei al mio servo di prepararmi la colazione e di far armare il cavallo per la solita passeggiata nel bosco prima di pranzo così da farmi venire appetito. Poi però cambierei idea, farei frustare il servo che troppo presto m’aveva obbedito, e me ne tornerei a letto.
Sento che il mio posto non è qui, ma in un altro tempo, in un’altra vita. Ad esempio, sarei un ottimo patrizio romano: facoltoso, inveterato e inarrivabile cultore nell’esercizio del più puro ozio, trascorrerei giornate intere sdraiato sui sofà a mangiar con le mani polli arrostiti, bere vino dalle anfore e declamare poesie agli amici. Poi il bagno nella piscina tra gli olivi, e di sera le orge, le danzatrici e i musici sino a notte fonda. E così per mesi e anni, una noiosissima vacanza senza sosta, al sole della mia immensa villa di marmo, in Sicilia di fronte al mare.
Sento che il mio posto non è qui, ma in un altro tempo, in un’altra vita: e invece vivo proprio in questi tempi qua, e per di più abito a Lambrate e sono un morto di fame senza una lira, futuro incerto, il conto sempre in rosso e il bollo dell’auto scaduto. Non è il mio ruolo, non lo sento mio. Ci deve essere un errore, o signori che assegnate li umani destini. Urge, da parte vostra, un rimedio.