SENTO CHE IL MIO POSTO NON E’ QUI MA IN UN ALTRO TEMPO

Sento che il mio posto non è qui, ma in un altro tempo, in un’altra vita. Ad esempio, so per certo che sarei un bravissimo aristocratico ottocentesco. Uno di quelli che passa le giornate in vestaglia nella sua biblioteca privata a sfogliare libri antichi e ascoltare musica sinfonica a tutto volume, senza alcuna inquietudine eccetto coltivare la propria decadenza di facciata. La mente, invero, lontana anni luce da preoccupazioni di ordine pecuniario – perché sarei ricco sfondato e il mio unico problema consisterebbe nel cercar sollievo all’anima, e alle carni. I quadri, l’amore nel pomeriggio, la conta del danaro, infinita rendita dai latifondi. Mi struggerei un poco, ma solo un pochino, recitando alla perfezione la mia parte.

Sento che il mio posto non è qui, ma in un altro tempo, in un’altra vita. Ad esempio, svolgerei con zelo la professione di feudatario medievale: un valvassore, o anche un vassallo o un valvassino. Mi alzerei a mezzodì, e dalle finestre del mio castello osserverei gli schiavi già dall’alba al lavoro nei campi. Ordinerei al mio servo di prepararmi la colazione e di far armare il cavallo per la solita passeggiata nel bosco prima di pranzo così da farmi venire appetito. Poi però cambierei idea, farei frustare il servo che troppo presto m’aveva obbedito, e me ne tornerei a letto.

Sento che il mio posto non è qui, ma in un altro tempo, in un’altra vita. Ad esempio, sarei un ottimo patrizio romano: facoltoso, inveterato e inarrivabile cultore nell’esercizio del più puro ozio, trascorrerei giornate intere sdraiato sui sofà a mangiar con le mani polli arrostiti, bere vino dalle anfore e declamare poesie agli amici. Poi il bagno nella piscina tra gli olivi, e di sera le orge, le danzatrici e i musici sino a notte fonda. E così per mesi e anni, una noiosissima vacanza senza sosta, al sole della mia immensa villa di marmo, in Sicilia di fronte al mare.

Sento che il mio posto non è qui, ma in un altro tempo, in un’altra vita: e invece vivo proprio in questi tempi qua, e per di più abito a Lambrate e sono un morto di fame senza una lira, futuro incerto, il conto sempre in rosso e il bollo dell’auto scaduto. Non è il mio ruolo, non lo sento mio. Ci deve essere un errore, o signori che assegnate li umani destini. Urge, da parte vostra, un rimedio.

SALUTI DA MARTE

Cospargendomi il capo di polvere e guano, ti chiedo perdono in ginocchio su un letto di ceci e di fagioli borlotti per non averti dato notizia di me per tutti questi giorni. Il fatto è che ho deciso di abbandonare questo mondo crudele e fuggire lontano, molto lontano. In questo preciso momento mi trovo su Marte.

Un bel posto, non c’è che dire. Tutti ne parlano male, e invece ci son parecchie cose che si dicono di Marte e non sono vere. Ad esempio.

Il clima di Marte è inadatto alla vita.
Falso. Io sono qui senza nemmeno la giacca, ho solo un golf e una maglietta e sto benissimo. Anzi, tra un po’ mi metto in costume.

Su Marte non si può respirare.
Falsissimo: una leggenda metropolitana messa in giro dalla Nasa e dai governi terrestri, forse per evitare forti flussi di emigrazione umana verso questo bel pianeta. Su Marte si respira da dio, c’è una bella arietta salubre e balsamica che manco lì da voi in montagna.

Su Marte ci sono solo sassi e deserti.
Falso. Avete presente quelle foto del robottino a quattro ruote che passeggia sui ciottoli? Ora dico io: ma davvero credete che quella specie di falciatrice a pile fosse in grado di arrivare vivo sin qui? (che, insomma, Marte non è proprio dietro l’angolo) E addirittura di fare delle foto? Ma dai. Le foto sono finte, le hanno scattate in una pietraia alla periferia di Piacenza di mattina presto e poi ritoccate col computer per farci il cielo rosso. In realtà, il cielo è blu. E non ho mai visto una natura rigogliosa come qua. Boschi. Foreste di alberi da frutta. Mare pescoso. Un paradiso.

Su Marte non ci ha mai abitato nessuno, nemmeno i microbi.
Altra bugia. Regà, non vorrei dire ma qui è pieno di gente, il vero problema di Marte casomai è che iniziano ad esserci troppi turisti e i prezzi, dicono, non son più quelli di una volta. Ci sono pure degli animali stranissimi, c’è persino il bar di Guerre Stellari (giuro, esiste, ci sono stato ieri sera) e poi tutti gli dei greci, l’intera Paperopoli, civiltà invisibili, oggetti parlanti. Tutta gente con un gran senso dell’ospitalità, simpaticissima e tanto, tanto gentile.

Marte è lontana e irraggiungibile dall’uomo.
Palle. E non serve nemmeno l’astronave, né lo shuttle, né l’aereo: ci si può andare anche in macchina! E’ vero! Ad esempio: io sono venuto qui con una Punto del ’97. Certo, il viaggio è lungo, e durante il tragitto capita di aver voglia di tornare indietro. Ma con un pieno di benzina, due caffè per star svegli e un panino al cotto mentre guidi, bè, se non fai soste e non trovi traffico, in un paio di giorni ce la puoi fare.

BUONE NOTIZIE

Edizione straordinaria. Oggi gli uomini più potenti della Terra, i più importanti fra governanti e imprenditori, si sono riuniti in un congresso segreto per affrontare un grave problema. Questo blog, in esclusiva assoluta, è riuscito a ottenere la stenografia di quello che si son detti, e lo pubblica qui di seguito:

(gli uomini più potenti della Terra entrano in sala e si siedono. Silenzio. Il più potente di tutti apre il congresso con aria afflitta:)

- Amici ho da darvi una brutta notizia: se continuiamo così nel 2100 il mondo sarà finito.
- Ma che dici, smettila.
- No, amici: è la pura verità. Il clima sta impazzendo e gli scienziati del mio governo hanno calcolato nel 2100 ci saranno cinque maremoti al giorno e un uragano ogni quarto d’ora. La notte di natale al Polo Nord farà un caldo da morire mentre a ferragosto nel Sahara nevicherà. E a pasqua…
- A pasqua?
- …a pasqua a Milano pioverà merda. In estrema sintesi: la fine del mondo è vicina. Se non facciamo qualcosa subito, intorno al 2100 l’intera umanità verrà sterminata da una catena di terribili catastrofi naturali.
- Ommioddio, e noi come possiamo evitare tutto questo?
- In un solo modo: fermare l’inquinamento, fermare le economie. Abolire l’uso dell’automobile in tutto il pianeta, vietare l’utilizzo dei frigoriferi e bloccare le produzioni industriali di qualsiasi tipo per almeno un secolo.
- Ohibò, ma è terribile. Io ho comprato una mercedes nuova proprio stamattina!
- E se le nostre multinazionali smettono di lavorare, dovremo licenziare trilioni di persone!
- Bè, questo non mi sembra poi così grave.
- Sì, ma se chiudo la mia fabbrica non guadagnerò più un soldo, e non potrò nemmeno pagarmi il tenore di vita a cui oramai sono abituato: la casa, il cibo, il motoscafo, le vacanze ai Caraibi.
- Cristo, che tragedia.
- Mi spiace, signori, ma se il mondo vuole sopravvivere deve rinunciare al progresso e al benessere. Altrimenti, l’intero globo verrà raso al suolo dai tornadi più incazzati della storia dell’universo.

- Aspetta un attimo: avete detto che tutto questo casino si compirà nel 2100, giusto?
- Sì, ma che c’entra?
- Come che c’entra? Ora siamo nel 2007. Quindi, noi, nel 2100 saremmo belli che morti. Comunque. Che ce ne frega del 2100?
- Hai ragione! Sei un genio.
- Bravo, questo sì che è parlare!
- Un momento, e i nostri figli? Non siete preoccupati per loro?
- No: i miei saranno morti pure loro, hanno già vent’anni, quindi tra altri cento saranno defunti, e da un bel pezzo.
- Signori, signori! Ma che dite? Mi meraviglio di voi! E ai posteri non ci pensate?
- E chi sarebbero questi posteri, scusa?
- Le generazioni future. Le persone che verranno dopo di noi.
- E chi li conosce? Perché dovremmo interessarci a costoro, se non sappiamo neanche chi sono, come si chiamano? E cosa hanno fatto, loro, per evitare il disastro?
- Nulla, hanno fatto: non esistono ancora! Come avrebbero potuto fare qualcosa?
- Va là, che questi signori del futuro, al nostro posto, si comporterebbero alla stessa maniera.
- Anzi, magari anche peggio!
- Bene, amici la riunione termina qui, mi pare che la decisione sia unanime: la fine del mondo è prossima ma a noi non ce ne deve fottere una beata fava.
- Saggia decisione.
- Parole sante.
- Sì, è l’unica soluzione sensata.

(applaudono, poi escono, dandosi pacche sulle spalle)

MANUALE PER COLLEGARE IL LETTORE DVD NUOVO ALLA TELEVISIONE

In un’epoca in cui ci bombardano di tecnologie ultrasofisticate e superpotenti, siamo pieni zeppi di persone che spendono miliardi in impianti homevideo stellari e poi per capire come usarli chiamano i parenti, i vicini, il 113. O tempura, o mores. Viviamo nell’era del “sa io di queste robe qui non ci capisco niente” (e allora cosa cazzo lo hai comprato a fare?) e perciò questo sito, nella sua immensa bontà, fornisce il servizio ossia la soluzione: ad uso e consumo dei più (senza offesa) rincoglioniti, ecco il manuale per lettori dvd a prova di fesso. Stampalo pure e portalo a tuo nonno che ha comprato un Toshiba da 1.999 euro ma non riesce nemmeno a capire da che lato appoggiarlo, e si è pure soffiato il naso con le istruzioni. Cominciamo? Via.

Innanzitutto, accertarsi che l’apparecchio sia acceso. Se non lo è, premere il pulsante su cui è scritto l’enigmatico ideogramma "ON / OFF". ON significa acceso, OFF spento. E’ inglese, sì. Schiacci una volta, l’oggetto si accende, schiacci di nuovo si spegne. Il pulsante ON/OFF sta sul frontale del malvagio marchingegno.

Ancora nessun segno di vita? Accertatevi che il marchingegno sia collegato alla corrente elettrica – se non lo è, sarà assai improbabile che l’apparecchio funzioni correttamente, cari i miei vecchietti rincitrulliti. No, le pile non servono.

Attaccata la spina? Bravi. A questo punto, il macchinario emetterà una sorta di ronzio ad indicare di esser acceso, e per la prima volta illuminerà qualche spia colorata. Inserite il disco dvd nell’apposito alloggiamento. L’alloggiamento è una piastra che si estrae da sola una volta che abbiate premuto il pulsante OPEN (yes, inglese per “aprire”).Tale pulsante trovasi anch’esso sul frontale dell’ostile marchingegno. Richiudete l’alloggiamento con una lieve spinta della mano, senza far troppa forza, però. Niente? Allora avete sbagliato i collegamenti. E qui viene la parte più complessa. Seguitemi, o tecnocrati.

Il lettore dvd deve comunicare con il televisore, in modo che il secondo possa riprodurre le immagini trasmessegli dal primo. Tale comunicazione avviene attraverso uno o più oggetti chiamati “cavi”.
E’ molto probabile che il negoziante truffaldino (che vi ha convinto a comprare questo oggetto chiaramente fuori dalla vostra portata sia economica che intellettiva) si sia preoccupato di vendervi anche un cavo chiamato scart (savona como ancona roma torino). I cavi di tipo scart di solito hanno prezzi sotto i due euro ma a voi babbei di sicuro avranno rifilato quello d’oro zecchino da 30 euro e passa. Il cavo scart ha due estremità, come dire, di forma quadrata, con dei dentini metallici. Bravo nonno, è proprio quello lì che stavi gettando nella monnezza. Ora: sia il lettore dvd che il televisore sono dotati, sul retro, di un’uscita della stessa forma quadrata. Inserite lì l’estremità del cavo, sia nella tv che nel lettore: a questo punto i due malvagi arnesi possono dialogare tra loro.

Ora prendete il telecomando. No, quello è il telecomando del televisore: l’altro, quello del dvd. Sì, adesso ne avete due, di telecomandi, e sono quasi identici, ma potete distinguerli grazie al logo del produttore. Ecco, quello lì. Tra i vari tasti del telecomando (molti dei quali inutili o incomprensibili, tema di cui comunque tratteremo in una prossima lezione che oggi è tardi) ve n’è uno che riporta l’indicazione "PLAY" e il simbolo di una piccola freccia voltata verso destra: premetelo e… magia! Il film ora si vede, vero? No? Non si vede una ceppa? Pippo Baudo? Come Pippo Baudo?

Se ancora non si vede un tubo di film e sullo schermo compare sul serio Pippo Baudo i casi sono due: a) da Blockbuster per sbaglio avete noleggiato il dvd di un film con Pippo Baudo; oppure  b) siete ancora su raiuno e non sul canale del lettore dvd. Se la condizione è quella b) dobbiamo fare ancora un passettino e illustrare l’annosa questione del canale dedicato. Niente paura, ci siam quasi. Dovete sapere che il televisore dedica al lettore dvd uno dei suoi canali: il quale, in genere, non ha un numero come gli altri, ma una sigla strana che potrebbe essere AV o AV1 o qualcosa del genere. Ma attenzione: per sintonizzarvi su quel canale, ora dovete fare un ultimo sforzo (in effetti è tutto molto complicato, ma d’altronde i produttori di queste robe qua vi odiano, e quindi voi rassegnatevi o perite): riprendete il telecomando della televisione – non quello del lettore dvd, quello della televisione! – e cercare il tasto giusto (nella disperazione, premete tutti i pulsanti a casaccio, prima o poi qualcosa succede). Individuato il canale del lettore dvd, non dovreste più aver problemi, e le prime scene del film dovrebbero scorrere limpide sul vostro schermo piatto Sony da ottomila euro a rate mensili. Dovrebbero. Forse.

Bene, questa era la prima lezione. Nelle prossime impareremo a usare il cellulare che al negozio vi hanno detto fa anche le foto, i filmini in 3 dimensioni e si collega a Internet ma voi non riuscite manco trovare la rubrica. A presto, e auguri.

CHI QUANDO DOVE COME PERCHE’

Non so se capiti anche a te, ma qua sempre più spesso arrivano email di gente che chiede interviste. L’ultima è arrivata poco fa da parte di XXX XXXX. A cui ho offerto un’alternativa: mettiamo le domande sul sito, e vediamo cosa succede, magari a qualcun’altro vien voglia di risponde. E XXX ha detto: va bene.

E allora, eccoti le domande. E’ tutto vero. Per aiutarti nel faticoso compito mi son permesso di suggerire alcune possibili risposte.

1 – Perchè tieni un blog?

a) Non è un blog: è un codice cifrato che solo noi adepti conosciamo. Siamo una setta segreta e tutte queste chiacchiere senza senso apparente contengono il piano della rivolta. Stiamo organizzando l’Instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale: presto tutti voi non-blogger sarete giustiziati. Siamo quasi pronti, ancora pochi giorni e poi verremmo nelle vostre case per darvi un sacco di botte. Tremate.

b) E perché perché perchè. Boh. E’ come dire, perché ti piace la pizza, perché ti piace dormire, perché ti piace stare al cesso a leggere? E che ne so. Mi va, e basta.

c) Perché sono un povero sfigato senza amici, senza parenti, solo come un cane, la fidanzata mi ha messo le corna e poi mi ha lasciato, al lavoro mi trattano male e mio papà quando ero piccolo mi picchiava senza motivo, e allora una sera ero indeciso tra il suicidio col tubo del gas e quello coi sonniferi ma giusto un secondo prima di buttarmi dalla finestra ho pensato: “ehi, aspetta un attimo, ma cosa sto facendo, forse potrei… forse potrei tenere un blog!”. E così, eccomi qua.

2 – Per te il blog è anche una comunità di amici pronta ad aiutarti in caso di bisogno?

a) Sì. Anzi, già che ci siamo: cari amici, mi servono i soldi per l’affitto, per la bolletta dell’enel e per il mutuo del motorino: non è che c’avete un tremila euro da prestarmi? Me la fate una collettina, per favore? Perfetto, domani vi pubblico qui numero di conto corrente, abi, cab e tutto il resto. Grazie in anticipo, amici. Dai che poi quando gira male a voi vengo io sul vostro blog a darvi una mano.

b) Non ho amici e non ne voglio. Vaffanculo.

c) Sì, siamo tutti amici e ci vogliamo tanto bene tra di noi, e voi là fuori siete solo invidiosi. Gnè gnè gnè.

3 – Confideresti mai alla rete un tuo problema personale?

a) Confidarmi con una rete? Ma la rete de che? Quella da pesca o la rete del letto?

b) No.

c) Io non ho mai problemi personali. Io mi drogo.

4 – Pensi che ci sia del vero in chi dice che il blog è tenuto da persone alienate che non hanno contatti umani e cercano conforto in amici virtuali?

a) Ebbasta con sta ‘storia degli amici virtuali… non è un videogame, perdìo. Di contatti tra noi ne abbiamo parecchi anche di molto poco virtuali, non so se mi spiego, eh.

b) Sì, il tizio che dice così ha ragione, siamo tutti dei malati di mente senza speranza, tutti tranne lui. E io sento pure le vocine. La la la la.

c) Te pareva. Dopo esserti beccato del tossicodipendente, dell’asociale, dell’introverso e – tra le righe – del coglione, ti pigli pure dell’alienato. In un paese dove il 90% della popolazione passa intere giornate a rimbecillirsi davanti alla tivvù, in un paese dove tutti hanno almeno dodici telefonini e sei playstescion, in un paese dove Internet viene usata quasi esclusivamente per spedire email di lavoro che nessuno legge o farsi le seghe sui siti porno, sta vedere che il pirla sono io solo perché invece un paio di volte a settimana scrivo delle scemenze su ‘sto aggeggio qua. Roba da matti.

FATICOSA LA VITA IN UNA CITTA’ DELL’ENTROTERRA PER UN POLPO CHE OGNI TANTO VORREBBE FARSI UN BEL BAGNO

Che giornata, che giornata. Mi spiego. Come forse ti ho già raccontato, sto allevando un polpo in casa. E proprio oggi decido di fargli una sorpresa: stavolta lo porto in piscina a fare il bagnetto. C’è una piscina pubblica coperta, a pagamento, qui vicino, e quindi mi metto il polpo in tasca e ci vado, anzi, ci andiamo. Alla reception pago l’ingresso solo per me, il polpo continuo a nasconderlo in tasca – so che mi farebbero delle storie se gli dicessi due biglietti uno per me e uno per il mio polpo.

Ma quando arriviamo a bordo della piscina e estraggo il polpo dalla tasca, ci si para contro un bagnino, un bagnino grande come una casa, che ci insulta, a me e pure al polpo, grida che nessun animale è ammesso alle vasche – il suo linguaggio, in realtà, è assai più colorito. Tento di far valere le mie ragioni, certo, (“Ma questo è un animale marino, avrà pure il diritto di farsi un tuffo!”) però il tipo non vuole saperne, non ci lascia passare, ci dà pure un paio di spintoni. Il polpo mi guarda con aria interrogativa, come se volesse dire ehi ma chi è questo qui, cosa diavolo vuole.

E allora, a questo punto. A questo punto prendo coraggio: inizio a roteare il polpo in aria. Poi – con un colpo di reni e tutta la forza che ho – lo lancio in alto, oltre il bagnino, verso la piscina. Il polpo vola, centra in pieno una signora anziana sulla schiena, e infine scivola sott’acqua. I bagnanti si mettono a urlare (che schifoooo un polpooo!) e corrono fuori dalla piscina, ma a me non interessa – sì, nel frattempo i bagnini mi stanno picchiando, pretendono che vada a tirarlo fuori da là – ma a me non frega niente, voglio solo osservare il mio polpo che finalmente nuota e si gode le sua abluzioni. Che tenerezza.
E invece lui si trascina fuori dall’acqua. Oddio, sembra stia male. Rutta, tossisce, tira su col naso. Vomita. Il cloro. Porco giuda, il cloro, non ci avevo pensato.

Adesso siamo al pronto soccorso, ma non vogliono farci entrare nemmeno qui.

ESTATE

Mi dicono che siamo oramai nel pieno di una svolta climatica che in pochi anni porterà alla definitiva scomparsa delle stagioni. Ovunque sarà sempre ESTATE, tutto l’anno. Non capisco cosa ci sia di preoccupante: a me pare una bellissima notizia.
E non sarà neppure necessario andare al mare, perché l’acqua ce la avremo sotto casa, in strada (si sa, i ghiacci si sciolgono, gli oceani stanno salendo e presto invaderanno la terraferma): non vedo l’ora, ho sempre sognato di tuffarmi dalla finestra. Mare e sole, ovunque e in eterno.
L’apocalisse sarà un infinito ferragosto a domicilio.
Gioisci: sei alla vigilia della più lunga vacanza dI tutti i tempi.

BEFANA

Cari amici, spero che qualcuno mi legga là fuori: mi presento, sono la Befana. Piacere. Per chi non mi conoscesse, sono una creatura di fantasia della mitologia paracristiana: mi manifesto a voi mortali in forma di donna racchia e attempata, di solito nella notte del 6 gennaio, giorno dell’Epifania che tutte le feste si porta via così finalmente tornate a lavorare. Io, di mestiere, mi introduco furtiva nelle vostre case, ma non vengo scacciata come un ladro, anzi mi si lascia fare in modo che io possa possa riempire le vostre calze con dolciumi, caramelle, piccoli giuochi fabbricati in Cina e altre porcherie.
Però iersera m’è successa una disgrazia. Debbo aver sbagliato indirizzo e per errore son finita a casa di tale sig. Personalitaconfusa. Questi è un pazzo, un alienato e secondo me piglia anche la droga! Non solo mi ha impedito di riempirgli le calze di regalucci (peraltro a buon mercato), ma mi ha pure sequestrata! Non vuole più farmi uscire: dice che mi ha catturata e che ora debbo fargli da donna di servizio. Che proprio gli serve una signora capace di far il bucato, di stirare e di pulire i pavimenti. Insomma, son prigioniera! Mi obbliga a faticare tutto il dì e non vuole nemmeno pagarmi. Non parlo di mettermi in regola coi contributi e il permesso di soggiorno, ci mancherebbe, non ho certe pretese, ma questo mi ha proprio ridotto in schiavitù! Mi tratta come una cretina e mi fa sgobbare aggratis, mi fa.

Adesso se ne è andato fuori un momento, mi ha chiuso in casa a chiave (pretende che nel frattempo passi il cif in bagno e gli lavi i vetri, pensa te) ma per fortuna ha dimenticato acceso questo arnese qui che sembra un’incrocio tra una macchina da scrivere e un televisore. Intuisco che il folle si serva di codesto singolare utensile per comunicare con voi. E allora lo uso in sua vece, e poiché sento che siete brave persone, vi prego, vi imploro: salvatemi.
Aiuto.
Salvatemi.

PICCOLA GUIDA ALL’UFFICIO POSTALE

Consiglio a tutti i curiosi di piccola antropologia e sociologia d’accatto di andare a farsi un giro all’ufficio postale. Non sto scherzando, è un luogo divertentissimo. Per comprenderlo appieno, bisogna aver parecchio tempo da perdere (o un pacco da spedire, o una bolletta da pagare, vabbè) ma la visita vale più di qualsiasi lezione.

Fino a pochi anni fa, l’ufficio postale era ancora un monumento all’arretratezza amministrativa: luogo buio, famoso per le code sovrumane, quasi sempre chiuso (stava aperto 3 ore al dì se andava bene), pareva quasi che non ti volessero. Ma adesso le cose son cambiate: l’ufficio postale si è evoluto. In primis: è tutto colorato secondo il nuovo look aziendale. Era spoglio e sfigato, ora invece ha quelle allegre insegne blu e verdi, e i poster di clienti felici appesi alle vetrine. Le luci al neon sono state sostituite dai faretti alogeni, gli arredi rinnovati, manca solo il festone di benvenuto.

In secundis, l’ufficio postale si è adeguato ai tempi. Sì, è così. Ad esempio: la porta di ingresso è diventata elettronica, proprio come quella delle banche. Per passarla bisogna schiacciare dei pulsanti. Solo che gli avventori – specie i più anziani – fanno casino coi tasti e ci restano imprigionati dentro, e per tirarli fuori bisogna chiamare i vigili del fuoco.

Se riesci a introdurti illeso nell’ufficio postale, dovrai affrontare la misteriosa macchina che emette biglietti numerati per regolare i turni. Il problema è che anche questo arnese ha dieci bottoni diversi, e scegliere quello giusto è pressoché impossibile. Perciò i pensionati non stanno più in fila davanti agli sportelli. Ora stanno in fila davanti a questa macchina, interrogandosi su come farla funzionare.

Non si sta più in piedi, ora c’è la sala d’attesa, con delle magnifiche poltroncine che manco al cinema. Potrai sederti dopo che sarai riuscito a ottenere il bigliettino – di certo sbagliato, ma di questo te ne accorgerai solo quando arriverà il tuo turno, cioè dopo tre ore allorchè verrai chiamato allo sportello dei pagamenti multe e invece tu sei lì per spedire una raccomandata. Dovrai tornare indietro, alla macchinetta, e ricominciare daccapo.

La sala d’attesa, dicevo, è una meraviglia, e infatti è sempre piena di gente, tutti i posti occupati. Qualcuno ci va solo per leggere il giornale al caldo, altri per chiacchierare o far amicizia e passare un mattino in compagnia. C’è anche un negozietto di libri – c’è davvero, giuro – il che risulta utile per ingannare il tempo, visto che bisogna aspettare parecchio.

Infine, lo sportello, modernizzato pure lui. Hai presente il trito clichè dell’impiegato da ufficio postale? Te lo ricordi, qualche anno fa, com’era svogliato, a volte scortese? Dimenticatene. Egli è cambiato: è divenuto molto più umano. Ti saluta, persino. A volte ti domanda come stai. Si è adattato al nuovo corso, adesso sembra un’altra persona. Se non hai già compilato il modulo, ti sgrida, ma in maniera paterna. Se gli chiedi di prestarti la penna, ti risponde di no, ma sorridendo. Se non hai gli spiccioli, si incazza, ma sottovoce.

Insomma, il futuro è arrivato, ed è in giacenza all’ufficio postale. Per una volta, tocca parlar bene di qualcosa.