CAPODANNO!
Ah, e ancora una volta torna il 31 dicembre. Non è forse un giorno magico?
Vuoi mettere? Tutta questa gente indaffarata. La poesia dei preparativi, il fascino della corsa all’acquisto di un paio di mutande colorate, lo struggente lirismo di un pomeriggio trascorso in cucina a cuocere lasagne per venticinque persone. E poi la vestizione, il ritrovo in casa con amici, imbucati e sconosciuti, – tutti pronti a celebrare gioiosi il ricordo dell’anno morente e l’inizio di una nuova età dell’oro, certo (?) foriera di piacevoli imprevisti e di chissà quante belle soprese che ancora non conosciamo.
E l’incanto degli oroscopi, già capaci di prevedere tutto quel che ci accadrà nei prossimi mesi. E la grazia dell’ennesimo cenone, anticipato dal meraviglioso appalesarsi delle autorità che attraverso il tanto amato mezzo televisivo ci augurano, paterne, “un felice anzi felicissimo anno nuovo e adesso scusate ma devo andare a tavola pure io che mi si fredda il cappone”.
E allora via, con la festa presso la baita isolata raggiungibile solo con gli sci o in slitta, via con la cena tra pochi intimi (“una cosa semplice, ognuno porta qualche cosa”) e via all’allegro e affollato banchetto, imbandito con gli avanzi del natale. Via alla scesa nella grande piazza ad ascoltare tutti assieme il concerto del cantante a fine carriera e ad ammirare il tripudio di uno spettacolo pirotecnico offerto dai contribuenti. E poi la tenerezza delle interminabili battaglie a colpi di petardi dai balconi, l’emozione del conto alla rovescia scandito, ancora, dall’onnipresente mezzo televisivo, l’improvvisa esultanza che scoppia e fiorisce negli abbracci e nei baci, sempre con sconosciuti. E il tintinnare dei bicchieri di spumante, di marca o comprato al discount che sia! E che dire dell’esplosione di telefonate e di essemmesse a parenti lontani, che dire delle code al freddo per entrare in una discoteca, o del prodigio dei ristoranti e dei loro menù con prezzi (miracolo!) quadriplicati. E ancora danze, musica a tutto volume, tonnellate di auguri, il dovere ma soprattutto il diritto di sorridere almeno per una notte, la notte più lunga, sfrenata e di conseguenza – giustamente, clamorosamente – costosa.
Non è magico, tutto questo? Come farne a meno?
Eppure, pensi, anche stavolta, senti qualcosa ti tratterrà lontano. Ti capisco: non ce la fai a sopportare tanta letizia. Rischi di commuoverti. Quasi quasi disdici, e ti dai per malato.