LA CHIAVINA

E un giorno anche tu dovrai cominciare a lavorare. Avrai firmato il contratto e con un filo di batticuore e infantile emozione ti presenterai alla tua prima giornata in questo mondo tutto nuovo, il mondo del lavoro del III millennio dopocristo, un mondo tutto da scoprire (vedrai che belle scoperte amore mio).

E la Solenne Cerimonia sarà rappresentata dalla simbolica Consegna della Chiavina.

La chiavina della macchinetta distributrice di bevande calde al gusto di caffè, tè o loro surrogati, elegantemente servite in bicchierino di plastica con listarella anch’essa di plastica atta alla funzione di cucchiaio girevole.

Caratteristica principale della chiavina è la seguente: la chiavina va ricaricata con vil danaro. Una volta effettuata l’operazione di carica, la chiavina assume in sé il valore delle monete infilate. Inserire nell’apposita fessura le monete, attenzione la macchina non da resto attenzione la macchina non accetta banconote false consunte o stirate male, attenzione la macchina può permettersi di rifiutare monete quando cazzo le pare e senza doverne spiegar il motivo.

La chiavina avrà un suo portachiavina che ognuno dei tuoi nuovi colleghi avrà personalizzato con l’addizione di disegnini a pennarello indelebile, pendagli, cinghie, cuori di gomma, nastrini, pupazzetti, marionette e così via. I più prudenti avranno voluto scrivere il loro nome sopra la chiavina a reclamarne la proprietà: un destino tipico della chiavina anonima o poco personalizzata è quello di dissolversi nel nulla, in specie se lasciata incustodita ma carica di soldi. In genere riappare dopo alcuni giorni, scarica.

Insomma, la chiavina ti accompagnerà in questo radioso universo del lavoro, in nuove imperdibili avventure: nel pomeriggio, come un automa il collega scemo staccherà le mani dalla tastiera, si volterà verso di te e ti mostrerà la Sacra Chiavina, senza articolare alcun suono.
In questo sintetico gesto sta tutto un significato complesso, traducibile nell’espressione orale di queste parole mai dette: “Mi sto annoiando, non so cosa che fare e questo luogo prevede solo poche forme di distrazione per una pausa: navigare a sbafo su internet, fumare nei cessi o recarsi a bere un composto chimico spacciato per caffè: intendi condividere con me l’ultima di queste tre opzioni?”

E poi, che dire del rito mattiniero? La mattina, – ogni mattina – in fila indiana tutti insieme scenderete nell’antro delegato all’erogazione meccanica di caffeina per tenervi belli svegli, operosi e produttivi. Ognuno con la sua bella chiavina da girellare tra le dita.
E questo accadrà tutti i giorni.
Quanta poesia.
















CARTA CANTA

L’
antefatto: ieri abbiamo preso questo sito, gli abbiamo messo un vestitino nuovo e lo abbiamo trasformato in un oggetto di carta.

Cos’è?
E’ una raccolta di 30 post pubblicati su questo sito (sì, il sito che stai leggendo, bamba), post scelti assieme a Luca e Jo, i matti di
Jumper che mi hanno fatto la proposta e che quindi rappresentano l’editore di cotanta follia. Non aspettarti un libro in brossura con il dorso dipinto in oro: non ci siamo proprio. Il libricino ricorda casomai le edizioni di Stampa Alternativa, anche se i fogli sono molto più grandi. E’ un’autoproduzione, un’operazione “fatta in casa”, cioè senza aver alle spalle nè industrie editoriali nè investitori nè distribuzione in edicola o libreria nè economie di scala, ammortamenti, stabilimenti o dipendenti, quindi non può certo competere con i prodotti dell’editoria commerciale. Ma il libricino c’è: ce l’ho qui sul tavolo. Esiste, e ha una copertina tutta blu.

Come posso procurmelo?
Per ordinarlo basta andare a
questa pagina web. I ragazzi hanno creato un negozio online per distribuire questo e gli altri libricini tratti dai blog. L’ordine viene gestito via internet con Paypal oppure con un normale bonifico. Per chi non lo sapesse Paypal è un sistema molto usato sui siti personali per gestire in modo sicuro operazioni di questo genere. Altri dettagli li trovi qui. La spedizione è curata dai ragazzi di Jumper con le loro manine e la loro consueta dedizione: per ogni dubbio sulla questione spedizioni puoi contattarli allo jump@jumper.it.

Nel libricino si parla di blog?
No.

Ci sono anche i commenti?
Ahimè no: sarebbe venuto fuori un librone di 3.000 pagine. Per quelli dovrai accontentarti del blog.

Anche io vorrei realizzare il libricino del mio blog e distribuirlo attraverso il blog. Come posso fare?
Sono già usciti altri libricini tratti dai blog (li vedi
qui) e altri ne usciranno nei prossimi mesi. Se ti interessa puoi candidarti scrivendo ai ragazzi di Jumper. Personcine temerarie ma gentili, ecco.




















PERSONALITA’ CONFUSA UNPLUGGED

Basta fili annodati sotto la scrivania, basta internet, basta con le prese elettriche, i modem, la linea telefonica e i cavi attorcigliati che poi ci inciampi e ti fai male! Basta occhi gonfi sullo schermo! Finalmente il tuo blog preferito esce dalla rete e diventa un oggetto di carta!

Ebbene sì, un oggetto da toccare, da tenere sul comodino di fianco a letto o nella borsetta, da mostrare agli amici con malcelata fierezza. Da oggi amore mio il tuo blog preferito viene con te ovunque, ti segue anche dove i cavi non arrivano: in treno, sull’autobus nell’ora di punta, in metropolitana, a letto, al gabinetto, in un bel prato, in cima ai monti o sulla sedia a sdraio in riva al mare.

La versione Unplugged cioè senza fili di Personalità Confusa ora è disponibile a tutti, nell’elegante rilegatura blu e bianca. Pensa, potrai vantartene con colleghi e parenti: “il mio blog preferito è ora sempre con me, non mi lascia mai sola!”

E Personalità Confusa Unplugged può diventare anche un regalo davvero trendy e all’ultima moda. Immaginati al compleanno del tuo migliore amico: tutti che regalano cravatte e penne stilografiche e tu invece sfoggi il dono più originale: un weblog, il tuo weblog preferito. E di carta!

Eh già, 30 post digitali sono diventati materia: carta e inchiostro. Grazie al lavoro di
questi ragazzi qui, che ci hanno messo la stampa on-demand e la piattaforma ecommerce (eh??) per ordinarlo, Personalità Confusa Unplugged potrà entrare nelle case di tutti gli italiani! E anche di quelli che non sanno nemmeno accendere un computer!

E infine: quando i blog non esisteranno più, quando tutto questo sarà solo un perduto ricordo e della rete rimarranno solo i siti porno, i banner e lo spamming, tu avrai ancora con te ancora la tua copia cartacea del blog Personalità Confusa, ultimo cimelio di un’epoca lontana e felice. E magari potrai venderla a collezionisti e archeologi della rete!

Insomma, non vedi quanti vantaggi? Che cosa aspetti a procurarti il tuo Personalità Confusa Unplugged?


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- Un grazie speciale ai ragazzi di
Jumper che hanno creduto in questo folle esperimento e mi hanno proposto di realizzarlo con loro.
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Clicca qui per leggere la benevole presentazione di Luca, il produttore, e prenotare la tua copia di Personalità Confusa Unplugged!
- Se qualcuno avesse domande scriva pure nei commenti: si risponderà a tutti, forse persino ai troll.


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E comunque le sorprese non finiscono qui…
























SALUTI DAL TRASCENDENTE

Pronto?
Pronto, è il signor Confuso, residente in Milano Lambrate nel 2004 dopo Cristo?
Sì, sono io.
Signor Confuso buongiorno qui parla il Customer Service dell’Universo.
Che sorpresa. Mi dica.
Dobbiamo porgerle le nostre scuse, signor Confuso.
Cioè?
Ci siamo accorti solo adesso che lei – o meglio, la sua anima – non era destinata a questa bensì ad un’altra vita.
Ohibò, non capisco.
Vede, qui nell’INFINITO esiste un apposito ufficio addetto all’assegnazione delle anime alle vite terrene. Ora, a causa dell’improvvida distrazione di un nostro impiegato celeste che ha fatto casino con le pratiche – ebbene la sua anima è stata assegnata ad una vita terrena diversa da quella cui era destinata.
Cioè sarei nato qui e così per errore?
Sì.
Sarei dovuto nascere in un altro corpo in un altro tempo?
Esatto.
E come mai, questo errore?
Uno spiacevole disguido nella procedura di assegnazione delle vite, signor Confuso.
E chi avrei dovuto essere, se tutto fosse andato liscio?
Un cittadino indiano del VI secolo.
Quindi un morto di fame. Bene, l’ho scampata bella.
Meglio così.
Per curiosità: che mestiere faceva, il nostro indiano?
Nessun mestiere, signore.
Disoccupato? Poverino.
Era un principe, quindi ricco sfondato: non aveva bisogno di lavorare.
Ah bè. Chissà che noia.
Sì, diciamo che per ammazzare il tempo passava le giornate a mangiare, leggere, ascoltare musica e soprattutto accoppiarsi con le sue dodici fidanzate, le principesse.
Donnacce ripugnanti e zoppe, ci scommetto.
No, dolci e bellissime, tutte laureate in kamasutra.
Uhm. Ma a parte questo trascurabile dettaglio, egli sarà stato un uomo infelice, un solitario.
Infelice non so, ma dubito fosse solitario. Quando non era preso dalle attività di cui le parlavo prima, il nostro invitava gli amici a palazzo e con loro trascorrevai pomeriggi a chiacchierare, ridere e fumare ottima canapa nepalese fino al tramonto.
Però non poteva mai uscire dai palazzi, ‘sto disgraziato. Non vide mai il mondo fuori di là. Lo compiango.
Tutt’altro. Fu anche grandissimo viaggiatore. Poteva permetterselo.
Umpf, immagino sia almeno morto giovane e dopo atroci sofferenze!
Visse in ottima salute, sino ai cent’anni.
Insomma: rischiavo di nascere nel corpo di un perfetto sfigato.
Siamo davvero spiacenti di questa disattenzione, e ci auguriamo che lei non se la sia presa.
No, no, per carità. E quando mai.
Bene, scusandoci ancora, la ringraziamo e arrivederc…
Un momento: non si può far qualcosa per rimediare?
Tipo?
Che so, un giretto nel corpo di quell’indiano, ecco. Una settimana, poi torno qui. Mi spetta, no?
Impossibile, ahinoi: le leggi metafisiche vigenti non prevedono rimborsi. Solo scuse formali.
E già.
Me ne rammarico a nome dell’Eterna Azienda, signore.
Vabbè.
Io la saluto, mi scuso ancora per la svista. Le assicuro, è la prima volta che capita, e in futuro non accadrà mai più. Non ad altri, almeno. E l’impiegato celeste responsabile dello sbaglio è già stato licenziato.
Consolante. Arrivederla.
Buon proseguimento.

















































RE: NO IDEA

[ovvero: puntuale e inutile resoconto di uno scambio di email con il sig.
Marquant - c/o ZittiAlCinema.splinder.com]

Confuso,
sono preoccupatissimo. Stanotte ho sognato che il
Faceroll era pieno di mie foto nelle espressioni più scomposte: mentre dormo russando a bocca aperta, mentre aggredisco un pezzo di pizza con l’unto che mi cola sul mento, mentre col dito cerco qualcosa di inedito nel naso. E’ che questa cosa della fotografia digitale ci sta sfuggendo di mano. A tutti. Ma non li vede? Una volta, pur di non sprecare un centimetro di pellicola, ti chiedevano non dico il permesso, ma almeno di metterti in posa. Persino troppo in posa. Adesso sembra che tutti debbano ammortizzare psicologicamente il costo della macchinetta digitale: e quindi scattano, scattano, scattano. Senza dirtelo, il più delle volte. Sei lì che con la lingua cerchi tracce di schiuma del capuccino sulle tue labbra, e con la coda dell’occhio ti accorgi di essere già nell’archivio digitale di qualcuno. Poi forse su internet, poi chissà. Non ce la faccio più. Rivoglio indietro le mie espressioni facciali.
Ma lei, ce l’ha la macchinetta digitale?


Marquant,
la macchinetta digitale ce l’ho. Ha presente quegli amici che ti dicono che loro quando devono rifornirsi di elettronica vanno in america e “là gli apparecchi elettronici non costano niente anzi a new york c’è un negozieeeeeeeetto che conosco solo io dove le macchine fotografiche digitali non è che te le vendono, te le regalano quasi!“.. Ecco, a uno di quei boriosi amici ho chiesto di procurare una digitale a buon mercato pure per me. E lui, preso alla sprovvista, ha dovuto eseguire. E’ tornato indietro con una canon di cartapesta da 250 euro, insomma non era proprio regalata, però meglio che niente.


Uh. Quelli che a New York si muovono a occhi bendati e che non sanno dov’è Solbiate Olona. Insopportabili. Ma lo sa che ci pensavo proprio ieri sera? Ho 36 anni e non sono mai stato in America (be’, neanche a Solbiate Olona, a dire il vero. In altri posti sì, ma in America e a Solbiate Olona no). E’ triste, no? Mi sento così provinciale, certe volte. Insomma, lo ammetto, la mia è tutta invidia.
Confuso, non ha uno psicoterapeuta da consigliarmi? Uno bravo, per piacere.


Caro Marquant,
non conosco psicoterapeuti, e sono fortemente contrario al turismo negli Stati Uniti: ho giurato a me stesso di non visitare mai i Parchi. Ma le pare che debba farmi ventimila chilometri per trovarmi in un bosco a fotografare un cervo, o un albero? Che poi pure le città americane non sono nulla di speciale, sa? Ad esempio, anni fa fui da Los Angeles. Ebbene, immagini Sesto San Giovanni con una superficie cento volte più grande e le case un po’ più alte. Ecco, Los Angeles è così. Invece, stavo facendo la lista delle regioni italiane dove non ho mai messo piede, e il risultato è stato fin troppo banale: mi mancano solo l’Abruzzo, il Molise e la Calabria.
Sarà grave?


Caro Confuso,
se vogliamo metterla sui numeri, a me mancano solo Sicilia e Friuli. Poi forse Marche e/o Abruzzo e/o Molise, o forse solo una delle tre: sono regioni che francamente distinguo a fatica. Però ci sono passato più volte in treno, quello che segue la linea dell’Adriatico. Ricordo che anni fa, proprio su quel treno, un ragazzo di Sesto stava broccolando spudoratamente con una ragazza inglese, e forse per colpirla le disse: “I’m from Sesto San Giovanni, an industrial town… It’s the Manchester of northern Italy“. La ragazza non sembrò colpita affatto. Io avrei colpito lui, invece: “de mancéster of nortern itali“, ma come gli è venuto? Comunque, prendo atto che tutti e due non abbiamo visitato una regione dell’estremo nord e una dell’estremo sud.
Vorrà dire qualcosa?


Caro Marquant,
quello di non distinguere Abruzzo Molise e Marche è un problema comune a molte persone: scommetto che non si ricorda nemmeno in quale delle tre si trovino Chieti e L’Aquila, e che confonde Macerata con Matera, la quale peraltro si colloca in Lucania o Basilicata che dir si voglia. Sesto San Giovanni – lo sanno tutti – non è la Manchester ma casomai la Stalingrado italiana, e questo per via dell’orientamento politico della popolazione locale. Quanto alla sua domanda vorrei farle tuttavia notare che io ho visitato tutte le regioni del settentrione, ivi compresi il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige. E’ evidente che lei ha problemi non solo con la geografia ma anche con i punti cardinali.
Dunque lei da bambino andava male a scuola?


Caro Confuso,
chissà a che pensavo. Certo che lo so dove sono ubicate le regioni che lei non ha visitato. Però è vero, con la geografia e i punti cardinali ho sempre avuto qualche problema. Pensi che l’altra sera, sentendo parlare di Dubai, ho innocentemente chiesto se si trovasse in Senegal. Inutile ogni tentativo di recupero (e meno male che non me ne sono uscito con una cosa tipo “Ah, scusate, avevo capito Gubai, quel villaggio vicino Drakkar Noir”). Che figura. Però a scuola andavo bene, geografia a parte. Né mi sfugge la differenza tra Matera e Macerata: nella prima hanno girato “The Passion”, nella seconda no. E visto che mi usa questo tono, la sfido a elencarmi da nord a sud i capoluoghi della Puglia.


Foggia Bari Brindisi Taranto Lecce.
Aggiungo che Trani è a nord di Martina Franca e che Otranto è più a sud di Alberobello. Ma mi scusi, non volevo sembrarle scortese. Ad ogni buon conto io alle elementari andavo abbastanza bene, e anche alle medie. Al liceo invece no: disegnavo le caricature dei professori sul diario e facevo le loro imitazioni. Insomma, i professori mi hanno scoperto e l’intero corpo docente ha preso a vessarmi. Avevano deciso che ogni anno mi avrebbero rimandato a settembre in una materia sorteggiata a caso, a prescindere dai voti. Sono certo che lei invece era bravissimo e aveva 10 in condotta.


Senta,
non amo che mi vengano rinfacciati i miei meriti del passato. Che dice, la chiudiamo qua?


Come vuole (quindi è vero, lei era il primo della classe).


















SAI PERCHE’…

Perchè i negozi di tappeti stanno sempre per chiudere?
ci passi davanti e alle vetrine campeggiano quegli enormi cartelli SVENDITA CAUSA CHIUSURA TOTALE IMMINENTE. Tanto imminente che dopo due mesi ci capiti davanti e il negozio sta ancora per chiudere (però non chiude), e lo sbandiera a quattro venti. E vabbè. Alla fine lo chiudono per davvero, ma al suo posto riapre un nuovo negozio di tappeti. Il quale non ha ancora cominciato che pure lui sta per chiudere. E lo annuncia con orgoglio, con altri manifesti. Ma cazzarola anziché vantarvene, vergognatevi, no? Non avete neppure iniziato e già siete falliti?

Perchè gli uccelli fanno la cacca sui parabrezza delle automobili?
Ma dico io, con tutto lo spazio e i bersagli che ci sono al mondo, cosa gli hanno fatto di male i parabrezza? Perchè li odiano in questa maniera? Lo trovano divertente? E’ solo un caso o forse prendono la mira, i perfidi?

Ma soprattutto: perchè nei supermercati tengono le patate prigioniere nella rete?
Perchè, poverine?

Perchè?











DISCORSO INEDITO DEL PAPA

Buongiorno a tuti, riecomi, sono sempre io, il Papa. Propio il Papa senza acento, che l’italiano lo parlo ma scriverlo e un casino perche il polaco tuti sti acenti non li a e io le elementari da bambino le o fate in polonia. Bei tempi, fralaltro.

Come vi ò gia deto altre volte, il titolare di questo sito internet mi a lasiato la password in modo che io posa intervenire cuì oni tanto e racontarvi la mia vita cuotidiana, che dela mia vita cuotidiana sui giornali e in tivu non ne parlano mai, mi chiamano solo per l’angelus e le feste comandate.

Duncue, devo dire questo. Ieri sera, dopo cena, ero sul divano a guardare la televisione insieme alla suora che mi fa da badante e mi accompania in banio quando devo andarci. E insoma in televisione cerano tute queste guere, tuti questi morti e alora o pensato che il mondo di questi tempi fa proprio schifo e io devo far cualcosa per miliorarlo, perche io sono il papa mica il primo che pasa, ci ho una responsabilita. Alora o fato un cenno ala suora e lei mi a deto ancora santita guardi che ci siamo stati solo dieci minuti fa. “Cosa ai capito, impunita” – le o risposto io – “devi farmi un altro favore: devi dire a Navaro, il mio consiliere, di venire subito cui che li devo parlare.”

Ora dovete sapere che Navaro la domenica sera sta nel suo apartamento che lui a la parabola di sky e si guarda il posticipo con li amici e i cardinali piu giovani: fano la spaghetata e si scolano il vino de li casteli. La suora li a busato e lui a deto chi e che rompe a cuestora. La suora li a risposto sinior Navaro sua santita le deve parlare, cora. Lui non voleva venire perche cera il rigore per la juve, la suora a dovuto insistere.
Ala fine la suora mi a portato Navaro tuto scamiciato.


- Oooh, Joaquim finalmente! - li o deto io - mi ai fato pure aspetare!
- Karol vediamo di sbrigarci che di la ce es la partida.
- Joaquim, stami a sentire che ci son cose asai piu importanti dela partita: il mondo e bruto, li uomini si amazano, il sangue score, le guere si moltiplicano.
- Embè?
- Come sarebe a dire embe?!? Io devo far qualcosa. Dami un sugerimento, non poso restare a guardare.
- Scusa Karol ma ne parliamo domani, mi bolle la pasta, ce la roma e o li amici a cena, quin..
- Ma insoma, di qualcosa! Ci vuole un idea!
- Non so.. ah, ecco, ho un idea: potresti fare un apelo.
- Un apelo? Ma a chi? A qualcuno in particolare?
- Per carita. Un bel apelo generico, urbi et orbi, a favore della pace e dela amicizia e dela fraterna convivenza tra i popoli.
- Ma ne o gia fati cinquemila, di cuesti apeli, Joaquim, non servono a nula, lo sai.
- Karol, domatina ti scrivo un bel discorsino, un discorso di ferma condana contro odio distruzione et morte: tu lo declami (si fa per dire) dal balcone, vai sul telegiornale uno e siamo tuti piu contenti.
- Contenti un par de ciufoli, Joaquì!!!
- Senti, ne parliamo domani: scusa ma è tardi, anzi, tu dovresti esere gia a leto. Sorela, accompagni sua santita in camera, ogi lo vedo stanco. Mi racomando li rimbochi bene le coperte e non lo lasci legere, che deve dormire.

E se ne e andato. Anzi prima di andarsene lo sentito che bisibiliava alla suora qualcosa tipo “Sorela mi pare un po agitato stasera li dia le goccine.”

Adeso la suora mi a meso a leto: mi a deto buonanote, a spento la luce e mi a chiuso a chiave nela stanza. Ma cuando e uscita io mi son alzato e in pigiama sono venuto cui al computer.
Eco, io vi saluto, e se qualcuno à dei consili su come dovrei comportarmi scriva pure nei comenti, cosi ci metiamo dacordo e faciamo cualcosa per cambiare cuesto mondo orendo.

Un caro saluto dal vostro

Papa.
































Dedicato – ma non ispirato – alla mia amica Monia

COME SI FA UNA TESI DI LAUREA
[save as tesi.doc?]

1. E’ estremamente probabile che nessuno, a parte te, leggerà mai la tua tesi per intero. E’ triste ma è così. Nei capitoli centrali potresti scriverci l’elenco telefonico, la lista della spesa o la gerusalemme liberata, nessuno se ne accorgerà. Gli archivi elettronici delle università sono pieni zeppi di tesi di laurea mai lette da occhio umano che non fosse quello del povero compilatore.

2. Durante la stesura della tesi sarai preoccupato di scrivere bene, di riportare le fonti correttamente. Ci passerai mesi e mesi. La stamperai cento volte e ogni volta scoprirai un errore e quindi la vorrai stampare di nuovo. Ti studierai anche il manualetto su “come scrivere la tesi di laurea perfetta”, ce ne è uno anche di Umberto Eco. La tesi esiste anche per arricchire i produttori di cartucce a inchiostro e lo stesso Umberto Eco.

3. Oltre alla tesi, dovrai stilare la bibliografia. Anche questa non verrà mai controllata da nessuno. Prova pure a inventarti titoli, fonti, anni di pubblicazione. Cita autori inventati, editori tedeschi, traduzioni dal tale giornale americano, norvegese o slovacco: nessuno si prenderà la briga di andare a controllare. Mai. A questo punto, conviene sbizzarrirsi.


4. Nel tuo percorso verso la discussione della tesi di laurea sarai accompagnato da un professore, il c.d. Relatore. Il suo mestiere è proprio quello di aiutarti, assisterti e consigliarti. Un alleato. E’ pagato per questo – peraltro con le tue tasse, cioè con i tuoi soldi. Peccato che egli sia una creatura infida e malvagia: non gliene importa una ceppa della tua tesi. Ne leggerà tre righe su 350 pagine, distratto, magari di sera, in bagno. Segnerà a pennarello un paio di correzioni solo per dimostrati che ha letto, ma questo non lo ammetterà mai. Quando lo incontrerai nel suo ufficio, nell’orario di ricevimento cui lui sarà arrivato in ritardo e tu puntualissimo, egli fingerà interesse per l’argomento. In realtà ti considera uno scocciatore e non vede l’ora che tu esca e lo lasci in pace.

5. Al momento di stampare le copie forse vorrai scegliere i colori della copertina. Chissà, preso di manie autocelebrative la vorrai in pelle o in cuoio, anche se costa un po’ di più. Soldi buttati nel cesso, amore mio. Scegli la più economica, quella di cartone.

6. Farai stampare parecchie copie della tua tesi: tre o quattro per te, una per la nonna, una per la zia che ci tiene, una per il relatore stesso… Naturalmente, dopo la discussione, nessuno di queste copie verrà mai aperta da essere umano. Dopo alcuni mesi, il relatore userà la sua copia per accendere il camino della casa in montagna.

7. Il giorno della discussione della tesi, sarai molto preoccupato. Una volta entrato nell’aula col tuo vestitino elegante e tanta emozione, ti daranno pure un microfono e tu vorrai solo che tutto finisca il più presto possibile. Ebbene: non temere. Anche il collegio giudicante ha lo stesso tuo pensiero. Anche loro vorrebbero andarsene a casa.

8. Subito dopo, andrai a bere lo spumante e festeggiare con amici e parenti nel bar vicino all’università, che di solito si chiama “Bar Ateneo” o appunto, “Bar Università”. Champagne per tutti, urlerà euforico il nonno: il cameriere si strofina le mani. I bar vicino all’università sono i maggiori beneficiari dell’esistenza dell’istituto della tesi di laurea. Insieme alle copisterie.

E allo studente, forse.


















2004, IN CRESCITA IL FATTURATO DEI NEGOZI PRENATAL

Inverno. La Coppia di Amici Sposati ci ha riunito tutti in un locale: offrono loro, chissà come mai. Chiedono un attimo di silenzio – suspense, ‘sssst’ – poi danno la notizia: lei ha un ritardo. E allora? Incredulità, poi applausi. La gravida è raggiante, lui in disparte sorride virile come dire, eh modestamente ci ho messo del mio, che vi credevate. Accorriamo ad abbracciare la sposa e a baciarla sulle gote. Il fiero fecondatore si deve accontentare di poche strette di mano, qualche risolino e le solite battute su uomini goffi alle prese con pannolini pieni di roba gialla e molle. A notte fonda.

Seconda puntata. La Coppia ha invitato tutti gli amici in pizzeria: ci sono i quarti di finale per la scelta del nome. Nel girone femminile le favorite paiono essere Polianna, Giulia, Venere, Dolores, Laracroft, Martina e Wendy. Poverina, ‘sta creatura. In quello maschile invece si sono qualificati Roberto, Federico, tutti gli evangelisti tranne Giovanni più i ripescati Andrea e Leopoldo, che non piace a nessuno però il nonno paterno si chiama così e ci terrebbe tanto, almeno come secondo o terzo nome di battesimo, ‘così magari quando muore ci lascia il trilocale sulla circonvallazione’. Vabbè.

Passano pochi giorni. Serata comunitaria, la Coppia racconta della gravidanza: oramai non si parla d’altro. Ci informano che stanno facendo ascoltare ore di Bach e Mozart alla pancia: lo hanno letto su un manuale. Noi ci domandiamo cosa mai possa capire di Bach un feto di due etti e quasi privo di orecchie, chiuso là dentro. Ma nessuno osa dirlo.
I fumatori stanno sul balcone, in segno di rispetto.

Un mese dopo, la Coppia invita tutti gli amici a cena per una sorpresa. Arriviamo e lei radiosa ci annuncia quale sia, codesta sorpresa: c’è il filmino dell’ecografia tridimensionale. Tutti applaudono. Comincia la pubblica proiezione: due ore di filmino. Per qualche secondo si intravede il profilo del nascituro, il resto sono 120 minuti di macchie marroni e nere con voce fuori campo di un medico dall’erre moscia. Nelle ultime file scappa uno sbadiglio. In effetti alla lunga non è molto divertente, però la mamma sembra tanto emozionata e va bene così. Il sesso ancora in dubbio, qualcuno ricorda che la pancia a punta significa maschio anzi no femmina, altri aggiunge che sua zia pronosticava con questo metodo infallibile e non ci ha azzeccato manco una volta – insomma si decide che bisogna aspettare.

Quinto mese. La Coppia ci raduna in birreria, i due devono dirci cose importanti, urge convegno degli amici. La sposa proclama che partorirà secondo una dottrina neozen-yoga ossia nuotando a rana in una piscina di acqua calda e latte di capra, nell’aria incenso e musiche indiane diffuse, e lo farà senza l’aiuto di alcuno perché è più naturale e dopo il bambino sarà più sano e più intelligente degli altri. Ostetriche e marito assisteranno in tenuta da sommozzatori, pronti a intervenire soltanto in caso di emergenza. Qualcuno fa notare che forse un bel parto in ospedale, all’italiana e su un materasso, sarebbe meglio, ma lei non ne vuole sapere. Il marito annuisce preoccupato.

E oggi. Ecco. E’ appena arrivato il messaggio: la bimba – sì, una femmina – è nata. In un letto. No, niente piscine, è nata nella maniera usuale anzi col cesareo perché non voleva uscire e ancora prima di vedere il mondo si stava già impiccando col cordone ombelicale. Sta bene, ora dorme.

Auguri, piccolina, benvenuta.