PAOLA E LE SUE S…


PAOLA E LE SUE SORELLE


Sono sul divano con una confezione di Wuoi crudi in grembo, ho sonno e vorrei essere altrove, accendo la tivvù e sul secondo canale una signora dai capelli verniciati di arancione parla dei giorni della merla, di Tremonti e dei rischi incombenti sul mercato del pollame tailandese.
Tempo fa mi voleva rifilare imperdibili notizie sulla Sars, il cui unico effetto è stato il crollo nelle vendite degli involtini primavera, ora bercia sull’influenza dei polli che proprio non riesco a capire cosa sia. Mi immagino polli con il raffredore, poveretti, in gabbia con la tosse, i fazzoletti di carta e il vixvaporub, o magari sotto le coperte e il termometro nel becco. E mi chiedo ma cosa me ne frega a me se dei polli hanno l’influenza.


O forse mi sbaglio, non sono i polli a pigliarsi l’influenza ma chi se ne ciba. Sono polli avvelenati: li mangi e ti viene la febbre, così puoi stare a casa dal lavoro. L’altro giorno mi sentivo il naso chiuso e il mal di gola, e non riuscivo a capire perchè stessi così male. Insomma quando esco mi copro sempre, sciarpa e cappello, non ho mica preso freddo. Poi ci ho pensato. Porcogiuda, ma certo, le spinacine dell’altro giorno.
Fisso i Wuoi con sguardo interrogativo come se loro potessero reagire, poi corro in cucina, apro il freezer e leggo l’etichetta su ciò che rimane della confezione di spinacine (dentro ce n’è ancora una, infreddolita).


No, sono made in italy. Sollievo. Di fronte a me scorrono filmati: cappanoni zeppi di galline prigioniere: un tizio le inonda con un getto d’acqua o dio sa cosa.


Anni fa ho fatto un viaggio con una gallina. Un’amica di mia madre aveva tanto insistito per farle un regalo, e il regalo era una gallina. L’amica viveva a Pisa e io per caso mi trovavo da quelle parti. Così sono passato da casa della signora per ritirare il dono da portare a Milano. Soltanto che il dono era vivo. Pisa-Milano in automobile, io al volante, sul sedile del passeggero una gabbia contenente un pollo vivo che nel frattempo avevo battezzato Paola. Mia madre non ne voleva sapere di allevare Paola sul balcone, preferiva accordarsi con il macellaio per trasformarla nel pranzo di natale. E allora siamo partiti, ancora una volta io e Paola, in macchina. Destinazione: la bottega del signor Giovanni. Mi sentivo triste come la suora di Dead Man Walking quando accompagna Sean Penn lungo il corridoio alla sedia elettrica. Paola, invece, non capiva e mi osservava serena. Quanta inconsapevolezza. Mi veniva quasi da piangere.


Ieri mi ha telefonato la mia cugina più piccola, ha quattro anni ma quando i genitori indaffarati non se ne accorgono lei alza la cornetta, compone i numeri in memoria a caso e inizia a chiacchierare. Voleva domandarmi quale fosse il mio animale preferito. Le ho chiesto quale fosse il suo e lei fresca della visione di un colossal cinematografico disneyano mi ha risposto sicura: il pescecane. Quindi toccava a me. Ci ho pensato qualche secondo, non sapevo che dire (cane? gatto? salamandra? licaone?). Ma sì.
“Il pollo, è ovvio”. Le ho promesso che un giorno la porterò in campagna per giocare a inseguire le galline nei prati.










DEDICATO A STEFANIA (ieri sera, ore 20 circa)


- Pronto buonasera sono Stefania della XXX, potrei parlare con il signor Confuso?
- Eeee… no, guardi, non c’è…
(molto insistente) – Posso provare a richiamarlo tra dieci minuti?
- Mmm… non credo, è in bagno, sta malissimo.
- Allora tra venti minuti?
- Puff… Vabbè, lo ammetto, sono io.
- Bene, signor Confuso, la chiamo per proporle il nostro nuovo serviz…
- In che mondo siamo finiti, Stefania?
- Non ho capito scusi.
- In che mondo siamo finiti, Stefania mia?
- N-non saprei ma..
- Te lo dico io. In un mondo che ti costringe a pedinare sconosciuti per tentare di vendergli servizi di cui non hanno bisogno. Perchè se ne avessimo bisogno saremmo noi a telefonare a te. E invece no, ti obbligano a fare questo, e a te non piace questo lavoro, vero Stefania?
- E no… ma…
- Ti fa schifo, lo so. Hai finito gli studi, magari ti sei pure laureata, hai mandato quattrocentomila curricula ma non ti ha risposto un cane di nessuno. Allora ci sei rimasta male, te ne stavi in casa ad aspettare avvilita ma nessuno ti cercava, tranne la XXX Telemarketing & Telesales & vattepalesca…
- Sì, è così…
- Con la tua laurea in tasca sognavi un bel lavoro, un futuro sfolgorante, ma senza prima occupazione non si va da nessuna parte e allora hai dovuto accettare questo, ed eccoti qui, in un call center al centro direzionale di Agrate Brianza, in batteria come i polli, a bombardare il mondo per proporgli di comprare prodotti di cui nessuno ha davvero necessità…
(sconcertata) – Senta ma…
- E tutti i “no”, tutti i vaffanculo che ti prendi ogni giorno… E tutti i maleducati che ti appendono il telefono sul naso… Le bugie, i vigliacchi senza il coraggio di dirti che non gliene frega un tubo dei servizi XXX e allora rimandano, si negano, ma tu li richiami, li devi richiamare perchè qualche stronzo di team leader in carriera alle tue spalle ti controlla, anzi ti monitorizza, e pretende che almeno declami il bel discorsetto imparato a memoria, altrimenti ti manderanno a casa e ti sostituiranno con qualcuno più bravo e motivato di te.. Ma il mondo vive di commercio, Stefania, l’intera economia del pianeta è finalizzata solo a questo momento, proprio a questo preciso momento, e quindi devi vendere, vendere, vendere. E per cosa? Per guadagnare tre lire e camparci pure male?
(in lacrime) – Sì, è vero! E’ vero, è vero, cazzo!
- Che cosa abbiamo fatto di male Stefania per meritare tutto questo?
(piange) – Ma-a tu chi sei scusa?
- Io sono il tuo potenziale cliente, Stefania. Ora dovresti tentare di vendermi la cosa che non mi serve.
(singhiozza) – Ma io non ce la faccio pi…
- Nemmeno io. In che mondo siamo finiti Stefania? Io e te, due sconosciuti, siamo qui al telefono, e tu come un automa devi per forza tentare di propormi qualcosa e recitare il copione per la centesima volta in poche ore… Non siamo più due persone che parlano al telefono, siamo solo una inutile trattativa commerciale. A questo ci hanno ridotto… Dove sono andati i nostri sogni, Stefania? Cosa ci facciamo io e te, qui, al telefono, stasera?
(filo di voce disperato) – …E adesso?
- E adesso scappa, Stefania, scappa via, fosse l’ultima cosa che fai: scappa.






























Maldestramente ispirato ai modelli di Leonardo (che mi perdoni, se può)



BESTSELLER CONVERSATOR 1.0

I tuoi amici ti trattano come un orribile snob di merda che legge romanzi sconosciuti e introvabili al solo fine di far bella figura con il prossimo? Ti senti tagliato fuori dalle conversazioni perché non sai nemmeno chi diavolo sia Melissa P e per questo i tuoi colleghi ti prendono in giro e non ti invitano a cena? Non sentirti escluso: informati.

A uso e consumo di chi crede, un breve sunto delle quattro carabattole da dire a tavola sui maggiori successi editoriali della nostra epoca, con tanto di parere critico. Ora anche tu potrai discuterne, anche tu potrai dire la tua senza vergognartene e soprattutto senza averne mai letto un rigo! Entra anche tu nel magico mondo dei conversatori di bestseller: non serve comprarli, basta avere un proprio opinione e fingere di averli letti!

Coelho, Paulo – Brasiliano, baffuto e sorridente, un tempo era matto e depresso, lo avevano persino chiuso in manicomio poi lui in qualche modo è riuscito a scappare. Adesso scrive romanzoni ove con parole semplici e narrazioni consolanti spiega all’universo mondo cosa siano la vita, la morte la felicità, l’amore, Dio e l’iperuranio. Per alcuni, un fenomeno, per altri un surrogato dei manuali sull’autostima. Risultato: miliardi di copie vendute in ogni paese del globo. Attenzione: si pronuncia Coeglio (se dici Coelo si capisce subito che stai bleffando).

P., Melissa – Melissa, giovane liceale catanese senza arte ne parte annota sul suo diario una cronaca dettagliata delle sue performance erotiche, durante le quali peraltro sembra divertirsi nemmeno tanto. In questo modo ti catturo diversi tipi di audience, dagli studenti ai voyeur, dalle madri turbate alle figlie inquiete, da chi fa le stesse cose di Melissa e se ne rallegra pure ma non lo dice in giro a chi le vorrebbe fare ma quei ritmi lì non li regge. Qualcuno dice che il libro non lo ha scritto lei bensì un equipe di studiosi di marketing editoriale. Fatto sta che Melissa è famosa, ha un bel conto in banca e la sera va da Costanzo.

Yoshimoto, Banana – Narratrice giapponese. Diventa celebre con il libricino d’esordio dedicato ad adolescenti di Tokio ossessionati dagli arredi delle cucine componibili. Da allora la signora Banana non si è più fermata, e sforna inarrestabile romanzetti sushi e sashimi. Regina indiscussa dello scaffale dei libri di ogni supermercato che si rispetti, ostenta il vero segreto del suo successo: il soprannome Banana, che suscita tenerezza.

Vespa, Bruno – 800 pagine vergate da tale Bruno Vespa, e contro ogni ragionevole aspettativa pare sia uno degli scrittori più venduti d’Italia. Ora, io delle leggi del mercato editoriale non ci capisco nulla, ma proprio nulla. Immagino che Bruno Vespa sia in grado di fare pubblicità al suo libro con strumenti che altri nemmeno si sognano (il fatto stesso che lui sia in tv ogni sera temo dovrebbe in qualche modo avvantaggiarlo). Però: ma chi lo legge un tomo così? Tu ce lo vedi la sera il signore sposato di mezz’età, alle dieci e mezzo in pigiama e sotto le coperte con un libro di Bruno Vespa sul comodino?
Moglie: - Spegni la luce, caro?
- No, cara, prima leggo un po’ di Vespa: sai, è così avvincente.
- D’accordo, caro. Quando lo finisci me lo passi, vero?
- Certo, però mi mancano ancora 600 pagine.
- Peggio del Signore degli Anelli, questo Vespa. A che punto sei arrivato, caro?
- Siamo nel 2002 dopo Cristo, cara, e il Governo ha appena varato la finanziaria, chissà cosa succede ora…
- Mmm… Intrigante. Buonanotte, caro.
- Buonanotte, cara.


Grisham, John – Ex avvocato diventato miliardario riciclando storielle sentite nelle aule di tribunale, ritoccate per trasformarle in “thriller giudiziari mozzafiato”. In genere dopo due anni il romanzo diventa un film con Brad Pitt, Harrison Ford o succedaneo nel ruolo del protagonista.

Potter, Harry – Bambino orfano miope e maltratatto dai genitori adottivi invece di chiamare il telefono azzurro intraprende la professione di mago. Seguono pagine e pagine di avventure, draghi, misteri e castelli medievali dove al posto della geometria e dell’inglese si insegna la telecinesi, la quale, non ho dubbi, è più divertente dei teoremi di Euclide. Morale: se ha un bel po’ di fantasia anche un minorenne sfregiato può stare bello allegro e credere di volare. Al chilo i costosissimi volumi Harry Potter pesano più della Bibbia, ma forse sono anche più leggibili. Per chi proprio volesse tenersi al corrente esiste una comoda versione cinematografica (te la cavi in un paio d’ore).

Zelig, quelli dello – Istruzioni per vendere milioni di copie di un libro senza troppa fatica:
1) Prendere un attore comico sui trenta/quaranta finito a tirar la lima nei teatrini di provincia e/o nei centri sociali.
2) Portarlo in tv (lui non vede l’ora) e pomparlo a tutto spiano su Zelig previa iniziazione a Maidiregol e session nel principale talk show italiano.
3) Promuoverlo a più non posso sino a che il popolino preso per sfinimento non si ritroverà a citare i presunti ritornelli umoristici del nostro e ad infilarli in ogni tipo di conversazione onde suscitare simpatia & ilarità
4) Ora che l’ex-comico sfigato è un divo, procurarsi i monologhi dell’attore e pubblicarli paro paro con Mondadori, Baldiniecastoldi o simili – il fatto che un monologo stampato perda la forza della recitazione non importa, l’audience oramai ipnotizzata comprerebbe qualsiasi cosa, basta mettere in copertina la faccia del divo in costume di scena e intitolare il libro con il più trito dei suoi slogan (il nome non se lo ricorda nessuno, lo slogan sì)
5) A questo punto il piatto è pronto, servire in tavola: l’attore comico è diventato ricco, la casa editrice fattura alla grande e la plebe, accusata da sempre di investire poco o nulla in libri, legge e ride.

(continua?)


Disclaimer: mi scuso fin da ora con chi dira’ che mi sbaglio, che guai a chi mi tocca harrypotter, che Coelho è un genio, che Grisham vincerà il nobel, che il libro di del finto meccanico di schumacher in realtà è un capolavoro: hai senz’altro ragione, non li conosco, non li ho mai letti. Insultami pure nei commenti o via email, ma per favore non infierire.








































RISVEGLIO DI ALTRI T…

RISVEGLIO DI ALTRI TEMPI

Ed ecco, te ne stai lì, al caldo nelle coltri del tuo lettuccio sprofondato nel letargo quando piano piano in lontananza senti arrivare una voce.
E cresce. Diventa quasi un grido e si avvicina ancora di più. Una cantilena, ripetuta ancora una volta, sempre uguale.
Il volume aumenta, aumenta, aumenta. Esce da un megafono, pare.
Ora rimbomba nella strada.

“Donne, venite!”


Donne? Che succede?


“Donne, è arrivato l’arrotino!”


Zzzz… Sequenza di pensieri nel tuo cervello intorpidito sulla sottile linea di confine tra dormiveglia e la narcosi:
1) sto sognando, ed è un sogno bizzarro.
2) no, non sto sognando, il cretino che urla là fuori esiste davvero.
3) se il cretino urla in questo modo e non è ancora stato linciato dai condòmini inviperiti significa che il sole splende alto nel cielo da parecchie ore, e che oggi è un giorno feriale.
4) sì, è un giorno feriale, certo.
5) quindi io dovrei alzarmi e andare in ufficio.
6) che palle.
7) probabile che io sia pure in ritardo, non avrò sentito la sveglia, meno male che il signor arrotino mi ha svegliato.
8) grazie, signor arrotino.
9) non ho voglia di andare a lavorare. e ieri sera son tornato a casa pure tardi, saranno state le quattro.
!) ah, devo smetterla di dormire così poco.
?) aspettaspettaspetta… ma no… ma ieri era venerdì, sono sicuro! E quindi oggi è sabato!

Oggi è sabato mattina. E’ festa. Occazzo. Cosa avrà da strillare questo impunito? Come mai non lo hanno ancora arrestato?

Al buio, a tentoni, con una mano raggiungi la sveglia sul comò, premi il bottoncino che ne illumina il display, apri solo uno dei due occhi e guardi i caratteri a cristalli liquidi.
8:33.
Sono solo le otto e trentatre.
Di un sabato mattina.

“Donne, venite è arrivato l’arrotino! L’arrotino e l’ombrellaio!”

Allora tu inizi ad odiarlo, quest’uomo che ti sta rubando preziose ore di sonno. E maledici lui e la sua famiglia, bestemmi il santo patrono degli arrotini, cafone di un arrotino che tu sia dannato in eterno, ma non potevi comprarti un negozio e svolgere lì la tua molesta attività artigianale invece di girare per le strade all’alba del sabato mattina e disturbare la povera gente che ha pure il mal di testa?

“Avanti, donne, c’è l’arrotino!”


“Sì, donne, venite, scendete in strada in massa e tutte insieme uccidete a coltellate l’arrotino, che è pure maschilista” – mormori tra te cercando di riprendere sonno.

“L’arrotino! Affila mezzalune, trinciapolli, temperini, forbici…”

Te le ficco nei polmoni, le forbici, se non te ne torni a casa.

“L’arrotino! L’arrotino e l’ombrellaio!”


E c’è pure l’ombrellaio, accidenti a lui. In due, sono venuti fin qui a romper l’anima con gli altoparlanti.

Ah no: l’arrotino e l’ombrellaio sono la stessa persona. E magari impaglia pure le sedie e pulisce i tubi del camino, ‘sto mascalzone.
Che rabbia. Cerchi di alzarti, ma non ce la fai. Vorresti spalancare la finestra, puntare, mirare e prendere a fucilate l’arrotino, l’ombrellaio e pure i pneumatici del loro veicolo così se sopravvivono non possono nemmeno scappare, lì raggiungerai sul marciapiedi e li finirai lì.
Ma non puoi, è proibito.


Soffri. Allora ti chiudi le orecchie stringendo il cuscino sulla testa, anche se non basta perchè questo arrotino ha montato sul tetto dell’auto un impianto di amplificazione da concerto allo stadio.


Passa il tempo, lui strepita come un muezzin impazzito. Tu ti giri e ti rigiri nel letto, imprecando sottovoce.

Poi il suono sfuma.

Si allontana.
Finalmente.
Ancora un’ultima eco: sempre più tenue nella distanza, una frase su certe lame spuntate. Infine, che sollievo, di nuovo il silenzio.
Ci pensi ancora un poco, e nel buio ti viene quasi da ridere, prima di addormentarti di nuovo.




















































VIDEOGAME GENERATION


Un giorno nessuno si ricorderà più di loro. Già me li stavo dimenticando, ma se come me non hai mai avuto una playstation, bè, gli unici videogame che conosci davvero sono quelli in dotazione con windows, i più famosi del mondo:

Prato Fiorito – Già conosciuto negli anni 90 come Campo Minato. Trama: saltelli felice tra numeretti e caselline e poi all’improvviso ti esplode una bomba sotto i piedi. Qualcuno alla Microsoft deve essersi accorto che il finale era un po’ macabro, e cosi’ adesso il campo è diventato un praticello, e quando muori sboccia un bel fiore.
Mai capito cosa volessero dire quei numeretti: cliccavo a caso sperando di arrivare fortunosamente incolume alla vittoria, e invece – bum! – perdevo ogni volta. Mai vista la tabellina dei record, il record non lo ha realizzato nessuno.
Protagonista assoluto del gioco: il faccino giallo da ecstasy al centro. Sorride sempre ma al clic schiude la boccuccia a culo di gallina per simulare suspence. E se tu crepi i suoi occhi diventano croci.

Solitario – Fin dal nome incute tristezza. La parte più divertente del gioco è forse l’opzione che permette di cambiare il dorso del mazzo di carte, la più gratificante è godersi il trionfo dell’ultima mossa, posare l’ultima donna sul re, fare “tiè, ciapa!” al monitor e quindi guardare la carte precipitare velocissime. Son soddisfazioni. Subito dopo il signor Solitario, indispettito chiede la rivincita, ma io non te la do la rivincita, così impari. Ti lascio lì, caro il mio solitario, con il rammarico della sconfitta. Sei proprio sicuro di voler abbandonare la partita? Sì.

Freecell – Del tutto incomprensibile. Qualsiasi mossa tu compia, il computer ti sgrida, suona beep! e te la annulla. Forse il gioco consiste proprio in questo.

Hearts – Gioco di carte a quattro. I tre avversari virtuali da me si chiamano sempre Mario, Gianni e Giuseppe. All’inizio i tre nomi erano diversi, non li ricordo, ma a quei tre gli ho cambiato battesimo cento volte. Ho giocato contro Totò, Peppino e la Malafemmina. Contro Dio, Allah e Zoroastro.
Contro John, Paul e Ringo.
Contro le mie vecchie insegnanti di latino, geometria e storia
Contro Ofelia, Giulietta, Desdemona (con Ofelia molto brava a tagliare di prima mano e far cappotto di cuori)
Contro quasi tutti i trii rock, compresi Kurt, Dave e Chris (e Kurt poveraccio chissà perche’ arrivava sempre ultimo, carico di punti già dopo due giri di mazzo – e io cercavo pure di aiutarlo).
Ora ci sono Mario, Gianni e Giuseppe. Me li immagino come tre vecchietti da bar immersi nel fumo dei loro stessi sigari e il bicchiere di Braulio nella destra. O tre pokeristi rimbambiti, o tre pensionati campioni di asso piglia tutto al torneo della bocciofila. Giuseppe, quello che gioca seduto alla mia sinistra, è fortissimo. Secondo me bara o è d’accordo con gli altri due. Mi molla sempre la donna di picche all’ultima mano, il maledetto.
E ride, pure.





















CERCANSI AMICI


CERCANSI AMICI

E va bene, si va. Forse lo sai già. Si va a Napoli, una città magnifica, una città che non vedo da tempo, una città dove non conosco un tubo di nessuno.

Sì, sabato sera 14 febbraio c’è una festa a Napoli. Proprio a Napoli. Ci vieni? Sì, lo so che non conosci nessuno. Nemmeno io, se è per questo.

E pensa che io prima della festa devo andare dai ragazzi di Galassia Gutenberg. A parlare di blog. Dovresti venire lì, sederti e fingere che io stia dicendo delle cose interessantissime facendo di sì con la testa.

Insomma, si va a
Napoli
.

Ah. Ehi, tu! Sì, dico a te, tu che sei già lì. Non è che potresti venire a prendermi alla stazione?
















Nuovi Mestie…



Nuovi Mestieri… bzzz… 2004, aria di rivoluzioni interiori. E’ ora di svolte, ora di cambiare: cambiar lavoro, cambiare vita. Immaginarsi in nuovi scenari, con una nuova esistenza. Potresti mollare tutto e prendere esempio dal


VIAGGIATORE

Il viaggiatore, lui sì che si diverte. Ha fatto il giro del mondo in bicicletta, ha attraversato l’Africa in tram, la Siberia con gli sci di fondo, l’interrail nei cessi dei treni, l’Asia in motorino e l’Oceano Pacifico in canotto.

Vive con lo zaino sulla schiena e la paleria snodabile della tenda a igloo sulle spalle. Non si cura molto di se stesso, infatti ha un’aria trasandata, e puzza pure un pochino (ma poco), visto che in genere si fa la doccia solo nei bagni dei campeggi o in quelli delle stazioni ferroviarie.

Lo conosci per caso nello scompartimento di un intercity: tu scendi a Como, lui – beato – prosegue fino ad Amsterdam. Tu sfogli il solito fumetto, lui una logora guida lonelyplanet in inglese che Dio sa quante ne ha passate. Ma fate amicizia lo stesso. Ti racconta che sta girando da sei mesi, sei mesi di avventure, strani incontri e perquisizioni con cani lupi che lo annusavano alla frontiera. E ne ha viste, di cose. Oh sì. Ha cantato con i suonatori di strada a Dublino. Si è fatto le canne sul sedile dell’Inca a Macchu Picchu. E’ stato in Patagonia a fotografare l’alba. Ha dormito nel saccoapelo all’aperto in cima all’Annapurna. Si è lavato le ascelle nei Laghi Masuri. Ha vomitato nella baia i pesciolini fritti acquistati da una bancarella di Hong Kong . E’ stato in prigione in Guatemala, solo per poche ore, ma ci ha rischiato la vita. Ha imparato a dire ‘ciao’ in turkmeno, svedese e birmano.

Il viaggiatore ha amici pronti a ospitarlo a qualsiasi ora del giorno e della notte in ogni capoluogo di provincia del pianeta. Adesso sta andando a trovare una bella ragazza olandese, si sono conosciuti l’estate scorsa in Cambogia in una foresta, ora lei vive sola nel quartiere studentesco, lui la va a trovare e poi chi lo sa cosa succede. Però poi il viaggiatore tornerà a casa: intende scrivere un libro sul suo vagabondare. Ma se non resistesse alla tentazione potrebbe ripartire presto, ha un mezzo appuntamento con certi amici che lo aspettano sul Baltico per una festa di compleanno e il rafting sulla Vistola.

Il viaggiatore, tuttavia, ha lo stesso problema del
punkabbestia e del pensatore: non si capisce come guadagni, come diavolo campi.




















Nuovi mestieri


Nuovi mestieri
2004, aria di rivoluzioni interiori. E’ ora di cambiar vita, cambiar lavoro. Cambiarsi del tutto. Ad esempio, potresti diventare un




PENSATORE

Il pensatore ha un bel mestiere. Cosa faccia, lo si capisce dal nome della professione: pensa, pensa molto.
Lavora da casa: le sue mansioni glielo consentono. Si alza. Si lava. Fa colazione. Un’occhiata al giornale, poi si veste e infine si mette alla scrivania.
Eccolo lì. Assume un espressione seria e molto raccolta: poggia la mano sulla fronte e inizia a lavorare. Cioè pensa.
Non gli serve nulla, nemmeno il pc. Mica è telelavoro, quello del pensatore.

Il suo studio è nella penombra, poiché la luce distrae. Ogni tanto il pensatore socchiude gli occhi, per pensare meglio.

A volte, la colf entra nello studio del pensatore con l’aspirapolvere accesso, ma lui con un cenno la ammonisce severo:
- “Maria, ti prego, non vedi che sto lavorando?”
Questa professione richiede silenzio e concentrazione.

Nelle pause di lavoro, il pensatore cammina in circolo nella sala, le braccia dietro la schiena. I suoi passi, lentissimi, risuonano sul parquet. Prende un libro dagli scaffali e lo sfoglia disattento: lo porta all’orecchio e ne ascolta il frusciare delle pagine, come se volesse carpirne significati oscuri. Lo ripone e torna a sedere. Con la destra si nasconde lo sguardo e sostiene la testa: un gesto che serve a riflessioni più profonde.

A fine giornata, il pensatore leva la mano dalla fronte e lascia la postazione di lavoro. Esce dallo studio e lo chiude a chiave. Si siede alla tavola apparecchiata, e sospira: “Ho pensato tutto il giorno, sono stanco morto.”

Sulla carta di identità del pensatore sta scritto:
Professione: pensatore
Quando la mostra alla dogana, i poliziotti lo guardano incuriositi ma non osano chiedergli nulla.


Anche per il pensatore, vale il problema del
punkabbestia (vedi post precedente): non si capisce come guadagni, come diavolo campi.


(nuovi mestieri – continua?)