AVVISO


Questa settimana credo che mi assenterò da questo bel fresco di Milano per qualche giorno: un po’ di mare. E non so se da laggiù riuscirò a scriverti. Se non ci sono, tu qui fai come se fossi a casa tua. Le chiavi sono sotto lo zerbino. E serviti pure dal frigorifero.


A presto.

PASSEROTTO VAI VIA



Che clima infame, Milano. Per prendere un po’ di fresco spalanco la finestra e me ne sto lì in cucina, al tavolino, sorseggiando acqua fredda da un bicchiere a calice dell’Ikea.


Dalla finestra entra un passerotto. Oramai non mi sorprende piu’ nulla.


Lui, tranquillo, si posa sullo schienale della sedia, e mi guarda, sembra perplesso. Poi parla. Ha una voce da bambino:


- Scusi ma questa non è casa Del Piero?
- No!
- Come no? Mi hanno detto che abita qui.
- Ti pare che Del Piero, calciatore, vip e ultramiliardario, possa vivere in un appartamento di 60 metri quadri al piano terra e senza aria condizionata?
- Be’, effettivamente e’ improbabile. Forse ho sbagliato numero civico, deve essere la finestra piu’ avanti… vado a vedere.
- Non credo, lì troverai una signora anziana piuttosto incazzata. Temo tu abbia sbagliato città, o universo.
- Boh…

Esce sbattendo le ali stizzito. Ecco bravo, vai a rompere da un’ altra parte.



Dopo una mezzora, io sono sempre li’, e lui rientra in casa, planando festante sul tavolo. Adesso mi ha proprio stufato:

- Ancora qui?????????
- Volevo assaggiare un po’ di Uliveto…
- Non ce l’ho l’Uliveto! Questa è del rubinetto, e togli le zampine dal mio bicchiere che sono ancora sporche di guano, cazzarola, tutte a me capitano.
- Uffa, non hai mai niente, tu. Io ho sete di Uliveto.
- Senti passerotto, io non so che tipo di droghe assumiate voi bestiole della pubblicità ma devono essere molto potenti. Guarda il labiale, dato che sei un animale talmente evoluto che addirittura parli:
V A T T E N E . Io sarei rigorosamente contro la caccia, ma nel tuo caso credo che potrei fare un’eccezione: ti preparo come pietanza per stasera se non la pianti di venire a casa mia a insudiciarmi le stoviglie e a ciarlare.
- E la Uliveto?
- Vattela a comprare al supermarket, mi sa che e’ pure cara.





















TELEFONATE DA ALTRI MONDI


Da un po’ di tempo mi succedono cose bizzarre, e forse dovrei farmi vedere da un medico. Adesso mi telefonano i marziani. Deve essere il peyote che grattugio sulla pastasciutta al posto del grana padano, abitudine ricreativa ma da incoscienti.


L’entita’ aliena aveva cominciato a scrivermi email, e già questo mi meravigliava un poco, ma neanche tanto: internet, si sa, è uno strumento imprevedibile. Poi però siamo passati agli SMS, e qui ho iniziato a soprendermi sul serio. Che la Telecom avesse un sacco di soldi lo immaginavo, ma che riuscisse a dare copertura persino su altri pianeti, be’, proprio non me l’aspettavo.


Stamattina presto, in preda alla mia solita confusione, memorizzo il numero dell’entita’ aliena nella rubrica (lo memorizzo proprio come ENTITA’ ALIENA, lettera E). Gli mando pure un SMS, o un SOS lanciato nello spazio infinito. Anzi gli telefono anche io, porcocane sono proprio curioso di sentire che razza di lingua parla, che voce ha un’entita’ aliena. Seleziono la E, parte la connessione… Risponde subito. Paura. Eccola.


Ha questa voce qui: “TIM! Informazione gratuita…”. Ah no, non è lei… si vede che la copertura su Marte non e’ poi tutto sto granche’, oppure anche gli alieni dormono e staccano il telefono la mattina presto.


Gli mando un secondo SMS: entita’ aliena, che fai, dormi? Dopo un poco mi risponde con un altro messaggio: eh sì che sto dormendo, e non rompere dai. Boh, forse sono io che le allucinazioni, sì, non può essere che così. Col passare delle ore acquisto lucidità, la percezione delle cose si fa più netta e riesco a convincermi che e’ stato tutto un sogno, e che devo assolutamente tornare al grana padano.


Poi, nel pomeriggio, il mio telefono squilla.


Guardo il display: lampeggia il nome ENTITA’ ALIENA. Oddio.


Oddio.


La stanza inizia a tremare, sembra di essere in Incontri ravvicinati del terzo tipo. Ocazzo, sono arrivati, sto per parlare con l’extraterreste, o l’ultraterreno. Squilla ancora. Mio dio, va bene, eccomi, eccomi… va bene, rispondo.


Tic.


- Pronto? (il pronto piu’ terrorizzato della storia)


- P r o n t o . . . .


Cazz… esiste! L’entita’ aliena esiste! E parla! E in italiano!


E con una leggera inflessione del sud… (strana, questa cosa)


Tento di intavolare una vaga, surreale conversazione, in realta’ farfuglio frasi senza senso, sono nel panico e del tutto preso a carpire segreti dalla voce aliena. E’ dolce. Non è una conversazione, non ci stiamo dicendo nulla, solo frasi di circostanza. In realta’ uno scambio di suoni per riconscersi, suoni tutti da interpretare, come quelli dei delfini.


Alla fine ci salutiamo, non ricordo neanche come. Tic.


Controllo se è successo veramente. Menu’ > Registro chiamate > Chiamate ricevute > . Sì, l’ultima chiamata arriva da Entita’ Aliena.


Corro a scriverlo sul mio diario.


INVENTATI UNA SCUSA MIGLIORE

C’e’ quel momento li’. Tu sei in ritardo ad un appuntamento ma non hai giustificazioni. Semplicemente, sei uscito tardi. Ti stanno aspettando tutti e tu non arrivi. E allora devi inventarti, che ne so, che ti si e’ fermato l’orologio, oppure altre cose.

“Scusa scusa scusa scusa ma ho trovato un traffico, ma un traffico…” Seguono invenzioni di tangenziali intasate, circonvallazioni bloccate, lavori in corso, tir carichi di uova a cui si e’ aperto lo sportello proprio quando passavi tu e le ruote della tua auto sono rimaste bloccate nello zabaione caldo… Non e’ vero niente. Attenzione che poi l’interlocutore va a controllare sui quotidiani la verdicita’ del racconto.


Variante:

“Scusa scusa scusa scusa lo so che l’appuntamento era mezz’ora fa, e infatti sono arrivato qui sotto da mezz’ora. Ma non riuscivo a trovare parcheggio! E’ una zona terribile questa, tra l’altro ho visto pure che circolano quegli ausiliari della sosta, quei ragazzetti con la pettorina che danno le multe. Tu lo sapevi che prendono una provvigione sulle multe?” Non lo so, e comunque si vede dalla finestra la tua macchina sul passo carraio con le quattro frecce… dai, sei appena arrivato.

La telefonata improvvisa. “Scusami scusa scusa scusa del ritardo ma mi ha telefonato una mia amica che non sentivo da un casino, sai la…. sììììì, esatto proprio lei, non la sentivo da 7 anni, non potevo mollarla cosi’. E mi ha attaccato un bottone, ma un bottone…”. Nessuna amica, nessuna telefonata. Piantala.

La giornata pazzesca. “Scusa scusa scusa scusa, lo so che sono in ritardo, ma e’ stata una giornata pazzesca!!! Guarda in ufficio e’ un periodo tremendo, non te lo racconto nemmeno perche’ non ci crederesti, eh, sara’ cosi’ anche da voi, e be’ e’ un momento brutto per il lavoro, ccerto, l’economia e’ ferma, dicono che la ripresa e’ prevista per i prossimi tre mesi pero’ qui sono tre anni che ci dicono la storia dei tre mesi, che secondo me poi e’ colpa di quello li’, che da quando c’e’ l’euro i prezzi sono raddoppiati, e comunque scusa…bla bla bla…













UNTITLED

Come direbbe
McUbu, se l’azienda per cui lavoro fosse un aereo di linea, questo sarebbe il momento in cui le hostess dicono ai passeggeri di stare tranquilli, che non sta succedendo niente: “Va tutto bene, signori”. Ma allora come mai le poltrone tremano, l’avviso di allacciare le cinture lampeggia e le maschere da ossigeno scattano fuori dall’alloggiamento posto sopra il vostro sedile? “State calmi, state calmi”. Calmi, sì. Fuori dall’oblo’, nel buio, si vedono i fulmini e le montagne molto vicine. “Va tutto bene, signori, stiamo solo precipitando, calmi!” Calmi un par di ciufoli.



Pensando alla disoccupazione,
Sapo da qualche giorno mi parla del suo disoccupato preferito: il Grande Lebowsky, uno dei tanti capolavori dei grandissimi fratelli Cohen. Nella mia cerimonia personale degli Oscar del 1998 (un solo votante, io) il Grande Lebowsky avrebbe fatto incetta di statuine.
Tutto sommanto, non sarebbe male vivere come il Grande Lebowsky. Non ho capito se e’ felice ma di sicuro è un tipo molto confuso, trasandato e divertente, uno che non riesce a prendersi sul serio. Uno che quando e’ in taxi e la radio passa gli Eagles chiede al tassista di cambiare stazione. Trascorre i martedì sera stravvacato al bowling, con pochi amici pazzi e fidatissimi, spillando un white russian – sempre e solo white russian – e a giocare contro Jesus, l’odioso fuoriclasse che lecca la sfera prima di lanciarla - e Jesus vince sempre. Insomma niente di speciale, basta accontentarsi.

Un solo dubbio: ma il Grande Lebowsky come fa a pagare l’affitto?


E l’enel?


E il conto del dentista?









SWEET HOME TEHERAN (where the skies are so blue)

Non conosco il signor Sinistro ma deve essere un tipo piuttosto tenace: da quattro giorni mi tempesta di richieste di link ad un suo appello:

‘Come voi tutti sicuramente saprete, da ormai più di una settimana gli studenti iraniani combattono la loro battaglia per la libertà. Combattono a mani nude , come è già stato scritto da Massimo Gramellini su La Stampa. “Eppure – continua Gramellini – l’opinione pubblica europea non si scuote, gli eserciti della Pace non sfilano in massa sotto le ambasciate di Teheran.”
Con questo pezzetto di Word mi rivolgo a voi perché le parole di Massimo Gramellini vengano disattese. Quello che spero è che questo appello si trasformi in un grido che dalla rete si diffonda e attraversi le coscienze di tutti. Se io riuscirò a coinvolgervi, avrò fatto metà del lavoro, e allora non sarà un’utopia vedere sfilare qualche migliaia di persone sotto le ambasciate di Teheran. E non sarà improbabile che accanto a chi aveva messo, o ha ancora, una bandiera della pace a sventolare dal suo balcone, manifesti anche chi invece aveva in testa molti se e molti ma. Dobbiamo fare sentire loro che non sono soli, e questo lo dobbiamo fare prima che i partiti si schierino, prima che sinistra e destra parlamentari ci dividano per l’ennesima volta. Sbattetevene della destra e della sinistra. Questa è una lotta per la libertà, è una lotta per la vita e loro, laggiù in Iran, se la meritano come se la meritano tutte le persone di questo mondo.
Se vi sembra giusto manifestare per gli studenti di Teheran, accogliete questo mio appello: parlatene. Informatevi e parlate di ciò che accade in questi giorni in Iran e linkate chi ne parla. Se siete d’accordo con la mia iniziativa fate un articolo (anche copiando questo testo) e intitolatelo: Sweet home Teheran.”


Lei ha ragione, signor Sinistro. Ha fatto bene ad insistere. Ecco il suo link.









POST DI MANIERA E AUTOREFERENZIALE
(MA IN FONDO… MA CHI SE NE FREGA?)


Teatro. Siedo nella penombra, nel mio camerino, sto pensando ai fatti miei. Entra di furia la mia marionetta, il signor Direttore Marketing.
- Forza, sei ancora qui? Dobbiamo andare in scena!!!
- Ma che scena, ma che dici?
- Avanti andiamo,… (mormora) tutto ti devo insegnare!
Mi trascina fuori.


Brusio. Saliamo sul palcoscenico. Tutti i fari puntati addosso.
Improvvisamente, il silenzio tombale.
30 secondi di silenzio.


(lui, sottovoce) – Su, di’ qualcosa, faccio da spalla, vai..
(balbetto) – E cosa ti dico?
(lui parla piano) – Non lo so cazzo, di’ qualcosa! Facciamo uno dei soliti numeri. Fammi ridere.
- Ma non mi viene niente, cosi’, a comando
- Inventati qualcosa, che ne so, fai le boccacce, di una spiritosaggine qualsiasi, racconta una barzelletta, cazzo!
- Ma non sono mica un juke box, non mi escono mica cosi’!! Non le so le barzellette, anzi le ho sempre odiate…
- Dai, prova a metterti questa parrucca…
- Noooooooo!!!
(nervoso) – Che disastro, ma io mi mi domando, era proprio necessaria questa cosa?
- Ma sì, dai…
- Ho effettuato alcune forecast: da questo momento il numero dei visitatori dovrebbe scendere. Ma possiamo recuperare, mi farò venire in mente qualcosa. Ho preparato alcune slide powerpoint con i flussi di accessi unici di maggio e giugno, guarda il grafico dei refer provenienti dai blog di virgilio…
- Senti basta, davvero basta con questa storia dell’audience! B-a-s-t-a!!!! Non la voglio piu’ l’audience. Voglio persone, gente vera. Ho scoperto solo adesso che la gente che legge è vera, non sono cifre, sono persone. Esistono. Sai quanti mi hanno scritto ieri? Queste sono lettere che mi sono arrivate ieri, questa è gente vera!
- Seee’… e “kueste sono emozioni veri” – ma taci che sembri il conte Filippo del grande fratello quando aveva finito le sigarette. Tu sei fuori di testa, parla piano non vedi che ci stanno ascoltando tutti?? Allora, con calma, dobbiamo studiare strategy. Dobbiamo essere pronti al primo commento che dira’ “non fa’ piu’ ridere, ha perso la verve…” – e poi c’è questo troll anonimo che ci perseguita, come possiamo firewallarlo?
- Ma chissenefotte!!!
- Ok, ok, non ti incazzare. Allora dimmi tu. Cosa dobbiamo fare?
- Nulla. Non dobbiamo fare nulla. Non siamo in televisione. Questo è un blog personale, un diario dove appuntare storie, fantasie, ricordi, impressioni. Ogni volta che avrò voglia di scriverle lo faro’. E basta con questa cosa del piacere a tutti i costi. Non siamo qui per l’audience, pezzo di cretino. Siamo qui solo per interagire usando il mezzo, per leggere e per scrivere scemenze. Non le leggera’ piu’ nessuno? Leggeranno in 4 o 5? Pazienza! Alla peggio miei pezzi me li leggerò io, tra 10 anni, per ricordare cosa pensavo.
- Ma… allora io che ci faccio qui?
- Nulla. Tu sei un pupazzo. Ti tiro fuori dal baule quando ne ho voglia. Sei tu che non esisti, mica io.





























IO & ALESSIA

Quando ho aperto questo blog, parecchi mesi fa, non pensavo che sarebbe finita così.

Era una giornata di novembre. Avevo letto da qualche parte che esistevano questi weblog, siti gratuiti facilmente aggiornabili e molto adatti a tenere un diario. L’idea mi era subito piaciuta. Un bel posto dove scrivere ogni giorno quattro fesserie, un sito senza pop up, un diario digitale che avrei potuto compilare da qualsiasi luogo del mondo senza perdere troppo tempo con l’html.

Mi collego a questo misterioso Splinder.it e trovo il solito form di registrazione. Come sempre mi chiedono un indirizzo email. Vorrei dare il mio indirizzo privato ma poi penso che ricevo già troppo spamming. Allora mi ricordo che tempo addietro una collega imbranata mi aveva chiesto di aprirle un account email che poi non aveva mai usato. alessiaonline@katamail.com. Così ho pensato di utilizzare quello, solo per ricevere l’email di conferma di avvenuta iscrizione. Mi chiedono anche una username. Non mi viene in mente nulla. Per fare prima, decido di usare la stessa username dell’email della collega, in modo tale da aver meno dati da ricordare. La mia conoscenza del mondo dei blog era ancora nulla, e non sapevo che la mia username sarebbe apparsa su tutti i commenti che avrei inserito sui blog altrui di splinder.

Il titolo del blog invece mi è venuto subito. Personalità Confusa. Avevo appena letto una bella intervista ad uno dei miei musicisti preferiti, Vinicio Capossela. La’, Capossela spiegava che i testi delle sue canzoni sono dedicati a tutte le personalità confuse, a tutti quei personaggi che non contano un tubo e che vediamo ogni giorno nuotare a fatica nel mare della vita. Via, questo sarà il blog di una nuova, ennesima personalità confusa.

Ho iniziato a scrivere, così, tanto per passare il tempo. I primi pezzi erano scarabocchi, poi mano a mano il sito ha preso la forma di un vero diario, venato di ironia per consolarmi delle mie disavventure quotidiane.

Un giorno, molto presto, mi arriva una prima lettera. Sarà il provider che mi vuole segnalare qualcosa. Ma la lettera inizia così:

“Cara Alessia…”

Alessia? Ma chi cazzo è questa Alessia? Questo deve essersi sbagliato. O sarà un virus, uno di quei virus che spara email altrui a casaccio. Poi ricordo. Sul blog avevo lasciato l’email del giorno dell’attivazione. Riapro il messaggio. Non è il provider, è un lettore. E’ una mail di complimenti. Dice che si è divertito a leggere e mi ringrazia. Boh? Non capisco. Alla lettera ne seguono altre. Sono persone che vogliono salutare, qualcuno mi chiede un link, altri mi segnalano il loro blog. Quasi tutte ringraziano per il divertimento. Molte iniziano con “Cara Alessia”, “Ciao Ale’”, come se ci conoscessimo.

Ommamma. Nel blog non ho mai usato aggettivi o pronomi femminili, ma l’email e la user probabilmente possono ingannare.

Cosi’ inizio a ad affezionarmi anche io a questa Alessia. E poi ripensandoci, mi convinco che torna comodo nascondere la vera identità dietro la mia novella madame Bovary. Nel blog parlo sempre piu’ spesso di persone e situazioni reali, e prendo apertamente per il culo capi e colleghi (l’atroce personaggio del direttore marketing è in tutto ispirato ad un manager dell’azienda per cui lavoro). Per evitare il licenziamento e depistare eventuali sospetti in ufficio sulla mia reale identità mi pare che il travestimento sia quanto di più azzeccato, il mio capo non mi sgamerà mai. Racconto la storia ad alcuni amici che di blog non sanno nulla, con un po’ di vergogna. Temo che si facciano idee strane. Invece loro scoppiano a ridere. “Sei proprio fuori, ah ah ah ma capitano tutte a te?” A volte la sera mi telefonano: “Pronto, c’è Alessia? Buaaaaahhh ah ah ah ah ah!”

Continuo a raccontare le mie avventure, le mie fantasie, i miei deliri, le mie impressioni di trentenne, ma senza svelarmi, cioè lasciando irrisolto l’equivoco. Continuo a sorvolare su aggettivi o pronomi, non ce la faccio proprio a scrivermi al femminile. Si va avanti, così, in questa strana realtà virtuale fatta solo di parole e di storie.
A volte mi sembra di essere Jack Lemmon in A qualcuno piace caldo. Ma non è mio costume prendermi sul serio, e procedo. Comincio persino ad interagire con alcuni blogger di fama e blogger bravissimi, senza incontrarli. Probabilmente molti di loro si aspettavano che dall’altra parte del cavo ci fosse un bel paio di tette, e per questo facevano i complimenti ai miei raccontini. Spiacenti, amici, niente tette. E se il mio blog vi piaceva solo per la storia delle tette, detestatemi pure. Ma non ho mai voluto farvi uno scherzo, non ho mai mentito spudoratamente, ho soltanto recitato un ruolo virtuale anche con i pochissimi con cui ho instaurato un rapporto epistolare. Ruoli, equivoci… E’ la tragicommedia della vita, che attraverso il blog si ripropone.

Nel frattempo, il blog cresce nella sua fisionomia e raccoglie un seguito che comincia a farmi paura. A gennaio PersonalitàConfusa è al primo posto nelle classifiche dei blog splinderiani più visitati, i lettori crescono. 700 accessi al giorno, poi 800, 900, 1.000. Oltre il mille le statistiche di Shynistat si fermano. I commenti aumentano a dismisura e ogni post diventa un piccolo forum. Ma chi diavolo è tutta ‘sta gente? Cosa cerca? Perchè è qui? Entro in paranoia, comincio a chiedermi se sono io che scrivo bene o se il successo spetta a questa Alessia, cioè ad una bonazza che non esiste.

Su suggerimento di alcuni lettori viene persino realizzata un t-shirt con il logo del blog, venduta online. Ci sono giornalisti famosi che lodano il blog e lo linkano, e viene inserito in tutte le liste dei blog più visti. Non lo dico per vantarmi, dai, è la verità. Infatti il fenomeno comincia ad essere ingestibile. Arrivano richieste di interviste, e inviti a parlare in convegni e persino su MTV. Tutto si fa sempre più assurdo. E qui vado in crisi. La gente vuole sapere, non so cosa, ma vuole sapere. Chiedo ad alcune amiche se sono disponibili a presentarsi come Alessia, ma alla richiesta tutte si fanno delle matte risate. E poi hanno paura della folla, delle domande e di fare figuracce. Non sanno nulla di blog e verrebbero subito smascherate.

Che fare? Svelare tutto e vedere che accade? E la povera Alessia? La ammazzo così? E se dopo aver scoperto che Alessia nella realtà fisica non esiste il pubblico si incazzasse e volesse pestarmi a sangue? Mi vedo già torme di fanatici che mi aggrediscono durante il BlogAge perchè la ho uccisa.

Tutto sommato, meglio restare nel buio. Nella vita non sono in grado di affrontare una platea che superi le tre persone, figuriamoci un convegno o un evento. Tanto più se la platea si aspetta una bella ragazza che sprizzi battute e spiritosaggini da tutti i pori. Ma sì, restiamo a casa, che già perdo troppo tempo in ufficio con questi blog, facciamoci un po’ di sana vita reale. Insomma, il funerale di Alessia viene rimandato.

Ma la pressione è sempre più forte, mi arrivano messaggi minatori: “Facci vedere le tette”. Le tette? Ma siete dei porci. Vatti a guardare quelle di tua sorella, di tette.
Torno a pensare al funerale rimandato. Rimandato.
Rimandato.
Rimandato.
Fino ad oggi. Oggi che Alessia è andata in cielo, poverina.
E il blog? Non lo so. Vedremo.








































UN ALTRO LIBRO SUI BLOG (UN ALTRO???)


Roba da matti, adesso mi spediscono pure dei libri da recensire, come se fossi Cotroneo. Sempre più assurdo.


Ma stavolta ne vale la pena. Zop ha trasformato in un volumetto il suo originalissimo blog. Sulle orme degli Esercizi di Stile di Queneau, Zop ripredende l’esperimento. Scrive un incipit e poi chiede ai blogger di rifarlo in mille altri stili. Ognuno riscriva l’esercizio come vuole, con uno stile NUOVO. Il risultato è straordinario, dalla blogosfera emergono centinaia di autori sconosciuti o quasi che sanno scrivere con classe e disinvoltura in milioni di stili di diversi, molti dei quali impensabili all’epoca di Queneau. La selezione dei 99 stili è di alto livello e divertente: pur facendo riferimento a legami letterari forti, ognuno fa il cazzo che vuole. Ecco, proprio in questo “ognuno fa il cazzo che vuole” sta secondo me il nocciolo della questione: la blogosfera è vasta ed è bene che sia così, anzi, le regole non vanno nemmeno tentate, perché è proprio quando si violano le regole che emergono le cose più interessanti.
Bravo Zop, bravi tutti. Chapeau.


 



FAMIGLIOLA AL MULTISALA (ieri sera)

“Sembra di essere nel Minnesota” dice mio cugino scendendo dall’auto. E invece siamo a Pioltello, hinterland di Milano. Fuori dal complesso del cinema Europlex. 14 sale, 3 bar (uno peggio dell’altro), diversi punti vendita di popcorn, cocacola, liquirizie, hot dog, caramelle gommose e porcate di vario genere. Negozi Penny Market e Blockbuster. Sterminato parcheggio all’esterno, incustodito e pericoloso. Mancano solo un McDonald, un Footlocker e un Media World, ma prima o poi arriverranno anche loro.

Entriamo a refrigerarci. La biglietteria pare il check-in di un aeroporto. 14 sale a nostra disposizione uguale 14 film diversi, penso io. E qui casca l’asino. Perché in metà delle sale viene proiettato Matrix Reloaded, e i miei accompagnatori – i miei cugini, un sestetto di mocciosi e sgarzuline distribuiti tra i 15 e i 23 anni – lo hanno già visto. Tutti.

L’unica pellicola su cui troviamo un vago consenso di gruppo è il film con Jim Carrey, benchè due cuginetti abbiano già assistito al “capolavoro”. Uno dei due sostiene di averlo visto tre volte ma si dice disponibile a fare poker, un’altra millanta di averlo noleggiato in videocassetta la sera prima. E insiste. Bah. Vada per Jim Carrey, l’attore mi fa simpatia, anche se prevedo, più che un film sarà uno show comico amerigano. Ma va bene lo stesso, per la pace familiare questo e altro.

Ci incolonniamo. I monitor riportano il numeri dei posti ancora vacanti, la fila è immensa, mano a mano che ci avviciniamo alla cassa i posti diminuiscono. 28, 26… 21, 18… (ad ogni diminuzione, dal gruppo dei cugini esce un “occazzo… noooo la prima fila noo”) 16, 14 … Porcogiuda abbiamo davanti ancora un oceano di persone e i posti disponibili per il film di Jim Carrey sono 12.
…11.
…10.


E’ un disastro. Quando il counter dei posti raggiunge il numero cinque, nella mia famigliola scoppia la rivolta. Il cugino Tommy (una specie di Bin Laden 19enne vestito come il chitarrista dei Sepultura) vorrebbe lanciare il mazzo di chiavi con moschettone contro il monitor, ma glielo impedisco. La cugina Bianca – 22 anni, aspirante punkabbestia nonche’ pusher ufficiale di famiglia – grida che “l’avevo detto io che dovevamo prenotare con internet!!” Mi pare di essere l’insegnante in gita con la classe più indisciplinata della scuola, o l’agente di una rock band fallita e in vacanza a Milano.


Davanti alla bigliettaia-hostess provo a convincere gli scolari a seguirmi nella sala di My name is Tanino, l’ultimo Virzì – mi pare l’unica cosa guardabile e tento di persuaderli:
- E’ il vostro film, parla della vostra generazione.
- La nostra generazione? Ma che dici?
- Sì, una generazione di disperati che inseguono sogni irrealizzabili anzichè obiettivi concreti
- Senti chi parla. – Ma che attori ci sono?
- Non lo so, il protagonista è un interprete sconosciuto. Ma che c’entra?
- E no! Io se non ci sono attori famosi non ci vengo!
- E allora torni a casa a piedi.
- Ok, scegliamo i posti.


Irrompiamo tra le poltrone, siamo un esercito chiassoso, armato di cornetti algida e zaini di popcorn. Pubblicità. Buio. Si gonfia il Vuuuuuuuuuuuuuuu di demo della tecnologia sonora (thx, dolby surround o vattelapesca). Comincia.