Esempio di ucronìa

Le navi azteche entrarono nel porto di Lisbona alle 9,40 della mattina del 2 aprile 1492. Erano nere metallizzate, grandi come transatlantici. La folla assiepata sulle banchine osservava perplessa lo sbarco. Fra i presenti, alcuni rimasero a bocca aperta, altri pregavano, altri mormoravano oddio ma che cazzo sta succedendo, siamo fottuti.

Dall’alto della prua si presentò Huaxanghopitili, il feroce ammiraglio azteco. Prese un altoparlante da 30.000 watt e senza neppure salutare chiese chi fosse il capo di quel posto. Naturalmente nessuno capì la domanda, perché era rivolta in azteco, benché a un volume altissimo e attraverso a un apparecchio sonoro mai visto prima in Europa.

Tuttavia sul molo si fece avanti il duca di Lisbona, sorta di sindaco dell’epoca, un aristocratico coraggioso e xenofobo che però in due secondi netti venne letteralmente disintegrato dalle mitragliatrici azteche. A quel punto, se ancora v’erano dubbi, fu chiaro a tutti i presenti che per l’Europa si metteva male.

Nei decenni successivi l’Occidente fu conquistato dagli aztechi e dagli inca, civiltà assai evolute che d’accordo si spartirono le nazioni da radere al suolo. Gli aggressori americani imposero le loro religioni: con le buone ma soprattutto con le cattive spiegarono agli invasi che in fondo il politeismo era sempre meglio del cristianesimo, e che i sacrifici umani potevano anche essere spassosi, almeno per chi li guarda senza parteciparvi.

Oltre alla schiavitù e all’eccidio, i nuovi arrivati importarono in Occidente altre sorprendenti invenzioni quali la cioccolata calda, gli aeroplani, il piercing al naso, il citofono, la lana merinos e la lavastoviglie, utilizzata nelle case del Perù già dal III secolo dopo Cristo.

Lofoten

L’arcipelago delle isole Lofoten si trova in capo al mondo, sul tetto più settentrionale d’Europa, al di là del circolo polare artico, e tuttavia resta lambito dall’ultimo soffio caldo della corrente oceanica in arrivo dal golfo del Messico. Nonostante siano quasi al polo Nord, quelle isole verdi godono di un clima gentile. Nella bella stagione si arriva perfino a ventotto gradi, e la gente gira in maglietta o in costume da bagno. Molti vengono qui in vacanza, venticinquemila persone ci abitano tutto l’anno.

 

Le Lofoten sono famose anche per il manifestarsi del sole in orari notturni: a quella latitudine, il giorno, d’estate, dura per mesi interi, senza mai calare in un tramonto.
Viceversa, d’inverno, il buio copre tutto l’arco della giornata, e il sole non si degna neppure di sorgere.
L’altro fenomeno curioso, ben osservabile dalle Lofoten, è quello delle aurore boreali, che disegnano i loro arabeschi nel cielo. Insomma, le isole Lofoten sono un posto speciale.

 

In realtà lo dico senza cognizione, giacché in quel posto non ci sono mai stato. Nè credo che mai ci andrò (principalmente per motivi economici). Ho però visitato le isole Lofoten attraverso le mappe geografiche e le enciclopedie: un’assidua commentatrice di questo sito si firmava  appunto “Lofoten” e allora ho pensato di documentarmi sull’etimo di quella scelta. La signora Lofoten era una persona divertente, originale, dotata di un senso dell’umorismo che mi piaceva un sacco. Molto spesso tornavo a spremermi la testa qui, non tanto per pubblicare le mie scemenze ma per leggere quello che lei e gli altri commentatori, con arguzia di gran lunga sempre superiore alla mia, avrebbero scritto in risposta. Ancora oggi, questo gioco sembra l’unica esca per l’indolenza.

 

Per rappresentare alla signora Lofoten la mia ammirazione, le avevo anche inviato un regalo, una di quelle stupide magliette, spedita a Monreale, luogo magico ove lei abitava.
Non ci siamo mai visti: vuoi per la mia timidezza, vuoi perché Monreale, per chi come me abita a Milano Lambrate, risulta un pochino fuori mano. Per tutto il tempo ci siamo dati del lei, un segno d’affetto che riservo solo ai pochi dotati di ironia.

 
Oggi, con parecchi giorni di colpevole ritardo, apprendo che la signora Lofoten è mancata. E’ volata via, m’han detto, all’improvviso, giorni fa, verso il suo privato arcipelago celeste.
Fatico ancora a crederlo, e l’annuncio mi ha commosso, perché pur guardandola da lontano e attraverso uno strano vetro, avevo riconosciuto la signora Lofoten come una persona affine nella sensibilità.
Non so se da laggiù dove si trova adesso possa ancora consultare queste righe; ma se per incanto sì, se per caso potesse, vorrei che accettasse un emozionato ringraziamento per tutti i sorrisi che le sue parole, scritte qui, sui fogli, mi hanno regalato in questi lunghi anni. Soltanto per leggere una di quelle sue parole, cara Lofoten, è valsa la pena che io abbia perduto tanto tempo qua sopra.

Del perché leggere è meno faticoso di scrivere

Dove eravamo rimasti?, come disse Enzo Tortora quando uscì di prigione e tornò a presentare la trasmissione televisiva Portobello? Ah sì, parlavamo di un argomento di estremo interesse: me stesso. Io, il più grande blogger, ma che dico, la più grande blogstar mai esistita in questo Paese.

Sono certo che milioni di italiani si interroghino sul motivo per cui, negli ultimi mesi, anzi negli ultimi anni, io, il titolare di questo glorioso e antico blog, abbia via via ridotto la frequenza di scrittura. So bene che giustamente voialtri del popolino adorante vi struggete dal desiderio di saperlo. Il motivo è proprio questo: avevo ben altro da fare.

Per di più, ho compiuto una scoperta sorprendente: che scrivere è più faticoso di leggere (intuizione acutissima, ne convengo) e perciò, ogni tanto, è capitato che dovendo scegliere fra queste diverse attività, fra lo scrivere e il leggere, in certi momenti di indolenza, ho pensato fosse preferibile la seconda opzione.
Ora, è senza dubbio vero che leggere rappresenta un’attività faticosa per il cervello e il corpo. In molti casi, per leggere, bisogna sforzare la vista. Talvolta persino inforcare gli occhiali. Il gesto stesso di sfogliare le pagine comporta comunque uno esercizio fisico per il braccio e il polso, per il pollice e l’indice.

Ma scrivere – posso dirvelo con cognizione di causa, o plebei, essendo io un artista oltre che un genio – è ancora peggio. Difatti, il lettore può compiere la sua azione, ossia leggere, in diverse posture confortevoli: sdraiato sul divano, in poltrona, a letto o – mi si perdoni se evoco un’immagine letteraria un po’ forte – assiso alla toilette.

Invece lo scrittore, poveraccio, quando agisce è sempre costretto a una posizione scomoda: ritto di fronte al tavolo su cui è posata alla carta con la penna o, in tempi moderni, alla tastiera. Gli è consentito restare seduto, certo, ma comunque senza abbandonarsi sulla schiena come può fare il suo antagonista, lettore.

La fisicità non rappresenta il solo sacrificio di chi scrive, si badi. C’è anche la fatica cerebrale. Una pesante responsabilità per la ristretta cerchia di esseri intellettualmente superiori cui mi onoro di appartenere. Ebbene, mentre quel lavativo del lettore non ha alcun obbligo di farsi venire in mente cose interessanti da esporre e se ne sta lì, beato, ad aspettare il pensiero altrui, lo scrittore, viceversa, deve di continuo trovare argomenti brillanti da esporre per intrattenere il suo pubblico, ossia il lettore medesimo.

Vedete ad esempio come in questo momento tutti voi, folle adoranti, siate rapiti dal mio fulgido eloquio e stiate pensando “ma che sta dicendo questo, si è proprio rimbecillito”, quando io, viceversa, desto il vostro interesse con la mia sapienza.

E dunque è finita così: per parecchio tempo, nel momento della giornata nel quale avrei potuto scrivere laonde deliziare le masse con il mio ingegno, per molto tempo ho pensato: ma se invece di dar sfoggio di fronte all’universo della mia sovrumana propulsione creativa me ne andassi sotto le coperte a leggermi un libro o ancor meglio a dormire?

La nuova social media strategy di questo sito

- Oh bene, ben trovati, cari signori, eccoci qua a trattare di un argomento molto importante, fondamentale direi.

- Sì sì, giusto, svelaci la verità.

- Mi riferisco naturalmente alla nostra futura strategia sui social media.

- Evviva, evviva.

- Per rilanciare questo blog da tempo in disarmo, il titolare mi ha assunto affidandomi la responsabilità della comunicazione sui social media, fonte di certi ritorni forsanche economici.

- Giusto, parole sante, che gli dei ti benedicano, te e quel pirla del titolare!

- Vi confesso che io non so neanche bene cosa siano, ‘ste benedette social media strategy, però non lo sapete neppure voi, e comunque ogni giorno uso facebook dal mio iphone per scambiarmi messaggi con mia moglie, e quando vado in vacanza pubblico lì le foto delle mie vacanze.

- Non essere modesto, le tue competenze sono smisurate: mostrarci la via verso il Futuro.

- Anche stamane ho messo sul profilo (è così che si dice, vero?) una foto del mio cane, ricevendo un discreto numero di like. D’accordo, erano solo 6 like di cui uno da mio cognato, quattro di miei ex compagni di scuola che per inciso mi stanno pure sui coglioni, e uno, il primo like, era mio. E tuttavia credo di poter ritener sia stato un discreto successo social.

-  Bravo, bravo, te ne metto uno anche io, di like.

-  Grazie, ricambierò. Ma veniamo a noi: l’ordine del giorno di questo meeting prevede di discutere della nuova social media strategy di questo sito. Confesso e ribadisco a scanso di equivoci di non aver affatto chiaro cosa sia, una social media strategy, e tuttavia di tale argomento ne parlo lo stesso, tanto nessuno di voialtri oserà contraddirmi.

- Bravissimo, evviva.

- Ordunque, cosa facciamo con ‘sti social media? Dobbiamo averli anche noi, perché oramai se non hai i tuoi account su Twitter e Facebook sei considerato un cretino, almeno in questo ambiente della comunicazione multimediale nel terziario digitale. Persino il panettiere sotto casa mia ha intrapreso una sua social media strategy per promuovere il negozio, peraltro con ben poco successo (al momento ha soltanto 6 follower: sua cognata, quattro suoi ex compagni delle elementari e un finto account creato da lui stesso con un nome falso).

- Geniale, bravo, bravo.

- Ci sarebbero altre strategie, come quella di comperare follower e fan finti in Brasile, o in Indonesia, o in Bangladesh, a prezzi modici, circa 0,02 euro a cadaun fan, per poi vantarsene con i clienti ignari della truffa, come io sto facendo con voi decerebrati che mi applaudite senza capire assolutamente nulla di quanto sto affermando.

- Bravo, bravo!

- E tuttavia sarà chiaro anche a voi che un blog in italiano ha come scopo la lettura da parte di gente che possa comprendere ciò che vi è scritto, ossia testi in italiano, appunto; e se se i tuoi fan, o follower, parlano benissimo l’indonesiano o il malgascio ma non capiscono una beata ceppa di italiano, non ha molto senso avere costoro come lettori …

- Ma quante ne sa, quante ne sa!

- E naturalmente useremmo anche degli hashtag.

- Gli hashtag, che figata, gli hashtag.

- Grazie, amici, grazie. Proprio tutto vi bevete. Meglio per me, non certo per voi. Ma andiamo avanti. C’è poi la nuova strategy di pubblicare fotografie, perché come dice il famoso guru del social networking americano, quel tizio famosissimo di cui non ricordo il nome ma in fondo chi se ne frega del nome, più importante è ciò che insegna e pensa, dicevo: c’è poi la nuova strategy di inondare i social media di foto, brutte o belle che siano, senza nessun motivo apparente ma solo al fine di dimostrare a terzi di essere attivi, di aver un sacco di belle foto, di aver poco anzi nulla da dire ma molto anzi tantissimo da fotografare. Penso ad esempio – prendo fiato per creare la necessaria trepidazione – a Instagram.

- Sei il nostro idolo, quanta saggezza nelle tue parole, o vate.

- Per concludere, amici…

- Come concludere? Non ci hai ancora detto nulla di concreto, soltanto scemenze.

- E lo so ma la riunione sta finendo, e io ho un altro impegno.

- Sì ma quindi ‘sta social media strategy?

- Ma niente, aprite una pagina Facebook, apritevi un Twitter, magari anche un Instagram, e via, aumentate il numero di come si dice, follower, e mortà lì.

- Ehi ma tutto qui, ci stai pigliando in giro?

- Suvvia, i soldi non crescono sugli alberi ma i like invece crescono da soli, metto sul piatto anche del buzz, del viral, un video su youtube, un assaggio di native advertising, mezzo etto di gamification, qualche altro hashtag…

-  E…

-  E basta.

-  Tutto qui?

-  Sì.

-  Bravo, bravo, evviva. (euforici, lo portano in trionfo)

La nuova linea editoriale di questo sito (verbale della riunione)

- E dunque siamo qui per discutere il rilancio in grande, grandissimo stile di questo leggendario sito, epica dell’internet autopubblicantesi, un tempo qui era tutta campagn…

- Finalmente!

- Evviva, evviva!

- Bravi!

- Diamo la parola ora al nuovo direttore editoriale, che ci illustrerà la strategia di contenuti prevista per il nuovo corso.

- Bravo!

- Evviva, evviva!

- Cretino!

- Cretino? Chi ha osato insultare il nuovo direttore editoriale? Per cortesia uccidete a revolverate questo sabotatore davanti a tutti e poi date il suo cadavere in pasto ai cani, suvvia.

- No, no, aspettat… aaaaah.

- Ecco, è morto. Bene. Dicevamo: la parola al nuovo direttore editoriale. Ci dica, o vate, quali fulgide idee ha in serbo per il nostro amato pubblico?

- Amici, innanzitutto vi ringrazio per aver pensato a me, siete tutti così…

- Sì vabbe’ dai, ci dica qualcosa sul futuro di questo sito.

- Ho in mente grandi progetti per voi lettori: questo blog diventerà un…

- Un?

- Un foodblog.

- Un cosa?

- Un foodblog. Vedo che siete impreparati. Un blog di cucina, di ricette. Food in inglese significa cibo. Vanno molto forte le ricette, sapete? Zilioni di signore e di signori che non sanno cosa preparare per cena ai loro familiari, prima di uscire dall’ufficio e lasciarsi dilaniare dal caos impazzito della metropoli invasa dal traffico, ebbene costoro prima vanno su Google a scrivere “fusilli all’amatriciana” e zac, come per magia, trovano in cima ai risultati le istruzioni del…

- Ma cosa dice, signor direttore editoriale, il nostro autore, il nostro blogger, qui, non è manco capace di farsi due uova al tegamino senza bruciare loro, il tegamino e se stesso – quali ricette vuole fargli scrivere, andiamo, siamo seri.

- D’accordo, d’accordo. Allora in alternativa propongo uno scintillante e fastoso – attenzione al colpo di scena – fashionblog.

- Ma allora lei è impazzito.

- Moda, fashion, una puntina di lifestyle, qualche incursione nel design, i gadget. L’iphone, instagram, cose così.

- Mi scusi signor direttore editoriale appena assunto eppure già in procinto di inabissarsi nuovamente nell’infinito da cui viene: ma questo qua, il nostro blogger, non c’ha manco i soldi per farsi rattoppare i pantaloni dalla sarta  del piano di sotto, stiamo pur sempre parlando di un poveretto che indossa i golf con i pallini o le calze prese ai saldi dell’ipermercato. Quale fashion e fashion, siamo seri.

- Ho capito, però guardi che i fashion blogger di questi tempi vanno per la maggiore, ci sono aziende disposte a sponsorizzare, a investire in piccola pubblicità, e lo stesso vale per…

- Si faccia venire qualche altra idea, forza.

- Allora un bel family blogger: istruzioni, consigli, dritte e altre vaccate per mamme e papà disperati che non sanno più cosa fare per intrattenere i bambini feroci senza esser assoggettati dagli stessi o ricoverati in una clinica psichiatrica. Questo credetemi è un tema che va alla grande, marketing, advertising, sold..

- Signor direttore editoriale, ha finito di dirci castronerie o dobbiamo buttarla fuori dalla sala riunioni a calci?

- Ma io veramente pensavo anche a un bookblog, un litblog…

- Basta scherzare. Allora?

- D’accordo, poiché tutte le mie idee sono state scartate, propongo che la linea editoriale, in tutta semplicità, non vi sia.

- Oh, finalmente una trovata orginale.

- Insomma, questo viene qua e scrive il cazzo gli pare.

- Uhm.

- Devo ammetterlo. Geniale, proprio geniale.

- I fatti suoi, tanto per capirci.

- Davvero un gesto anticonformista, però.

-  Pura avanguardia.

- Evviva, evviva!

- Bravi!

-  Non sarà un po’ troppo anche per il pubblico più smaliziato?

- Pubblico? Ma quale pubblico, scusi? Volete pure il pubblico? Non vi basta che questo scriva?

Attenzione: il grande rilancio di questo sito è imminente

La preghiamo, signor Confusa, non abbandoni il blog.

Firmato: i suoi fans.

Lo so che sei una persona sola e non tante, anche se ti firmi “fans” (con la esse, poi, ma vabbe’). Ma sappi che non abbandono: io resisto. Anzi.
Ti svelo un segreto, visto che siamo qui a tu per tu e non è rimasto nessun altro ad ascoltarci, posso confidarmi. Siediti. Sto progettando il rilancio di questo sito che un tempo solcava gloriosamente le acque della blogosfera e ora invece giace in disarmo alla fonda come un vascello fantasma,

[prego apprezzare la metafora, lo smalto c'è ancora - ma non divaghiamo che tutto sommato la metafora marinara è desueta e soprattutto non c'entra un cazzo]

Dicevamo? Ah sì. Sto rivedendo il design! Ti rendi conto: il design! Vorrei che il  sito avesse un vestito nuovo, insomma come quando Geppetto compra il vestito di carta coi fiorellini a Pinocchio, e

[Orcogiuda, guarda con quanta disinvoltura mi esibisco nel vecchio numero della citazione letteraria: sono in forma smagliante, non c'è che dire - oddio si poteva far di meglio, ché Collodi lo conoscono tutti, ci sarebbe voluto un... ma basta, torniamo a noi]

e a questo punto tu mi dirai: “Sì d’accordo ma a me, scusa se te lo dico, del design non me ne batte un fico secco (op. cit.), mica siamo qua per i colori pastello e la grafica à la page. Vero,  ma

[ecco, come nel 2003 sfodero pure il virtuosismo dell'op. cit., parodia senza senso delle note a pie' di pagina nelle bibliografie, fra nonsense e finta erudizione. E ho perfino scritto pie' con l'apostrofo, quale raffinatezza in tempi di apostrofi e accentate alla viva il parroco, mi ci soffio il naso, con l'italiano, io; e la satira del design, accidenti, quante trovate, quant] 

Ma soprattutto il Vostro ahem, scusa il Tuo eroe tornerà a scrivere. Scrivere, capisci? Incredibile. Oddìo, non ho ancora capito dove scoverò il tempo, giacché  in questi dieci anni di cose ne son cambiate parecchie, nella realtà fisica da questa parte dello schermo, gli impegni si son moltiplicati. Eppure sento che posso farcela: già da queste prime righe un nuovo vigore già mi ha avvinto. Mi scopro pieno di idee (anche se tutte sono riguardano  E storie, spunti, articoli, colpi di genio, rievocazioni, recensioni, digressioni, pensierini, astrazioni metafisiche prive di qualsivoglia significato. E naturalmente la specialità della casa: la padellata di fatti miei, vanto del menu locale, ricetta semplice ma a buon prezzo (gratis, esatto) e servita in modo da sempre quasi interessante anche per il prossimo, che poi saresti tu.

Una cosa però, in tutta a franchezza devo dirtela: ma visto che siamo rimasti in due, invece di mettere in piedi tutto sto casino… non è che facciamo a prima a scriverci delle email?

 

Cosa ha fatto Confuso in tutto questo tempo?

  • E’ uscito a prendere una boccata di protossido d’azoto.
  • Ha fiutato un odore di cimici uccise.
  • Ha scongiurato un’angoscia attraverso il solipsismo.
  • Ha tentato di stipulare un armistizio con la malasorte, ma lei esitava.
  • Ha aderito con entusiasmo all’etica dell’inazione.
  • Ha inforcato gli occhiali da vista per scrutare meglio un abisso metafisico.
  • Si è sdraiato sui binari del tram e aspetta che passi il 27 barrato.
  • Ha sofferto di claustrofilia.
  • Ha mutato il Sassicaia del 2004 in acqua.
  • Si è preoccupato dal crescente aumento dei trigliceridi all’interno di sua cognata.
  • Ha premuto per sbaglio il tasto dell’autodistruzione.
  • Ha partecipato a uno spettacolo circense nel ruolo di valletto.
  • Ha oltraggiato un mutilato dalla guerra.
  • Ha annegato una farfalla in un bicchiere di vino rosso.
  • Ha assegnato una valenza simbolica a un bene superfluo.
  • E’ sceso in piazza per protestare contro l’ostentata ipocrisia dei commessi nei negozi di scarpe.
  • Ha chiesto asilo politico all’Uruguay.

 

Notizia di importanza capitale per l’universo tutto

Notizia di importanza epocale per l’universo intero. Chiunque tu sia, prendi una sedia. Dunque. Ero lì bel bello, fermo al terzo semaforo sulla provinciale per Vignate Brianza a bordo della mia scattante vettura immatricolata dieci anni fa. Ascoltando musica classica barocca e guardando serafico l’orizzonte, riflettevo sulla letteratura nonché sui misteri del cosmo allorquando – all’improvviso, e senza neppure bussare – dentro il mio bagagliaio è entrato il signor Ripoli Gianluigi nato a Foggia il 03/02/1936 e residente in Pioltello Limito (Mi). Ma la cosa più spiacevole è che con lui vi aveva fatto ingresso la parte anteriore della sua automobile. Ossia una vettura la cui targa, assieme a tutti i dati anagrafici sopra elencati, ora risulta scritta in stampatello sulla constatazione non amichevole che io e il tamponante abbiamo compilato durante la sosta in una piazzola antistante il luogo dell’impatto, mentre egli si scusava tanto e io osservavo perplesso la carrozzeria posteriore deformata a causa di lui, e la confrontavo con il suo paraurti illeso.

L’intrepida allegria del cinema contemporaneo

Iersera sono stato al cinema a vedere L’intrepido, il nuovo film di Gianni Amelio, bravissimo regista seppur non esattamente specializzato nel dispensare allegria a mazzi. In questa nuova opera dell’Amelio il protagonista è un cinquantenne disoccupato cui le cose in famiglia non girano proprio benissimo: la moglie lo ha lasciato per l’amante; il figlio ventenne, depresso e isterico, lo maltratta.
Il suddetto cinquantenne disoccupato & cornuto si rivela comunque persona colta, ma al fine di tirar su qualche lira per mangiare si vede costretto a praticar mestieri molto ma molto occasionali, talora nemmeno retribuiti, quali: pulitore di bare, facchino al mercato notturno del pesce, badante, venditore di rose nelle pizzerie, spazzatore di immondizia negli stadi dopo le partite di pallone. Egli ogni sera torna nel suo misero appartamento ove vive solo e per cena si prepara il caffellatte con i biscotti. Un bel dì costui conosce una donna: lei è brutta, lui se ne innamora lo stesso, ottiene persino di incontrarla ma il lieto fine è come al solito dietro l’angolo e lei già dopo il terzo appuntamento va a casa e s’ammazza. Il Nostro si reca all’obitorio ma non lo fanno entrare, per ripicca prende abbandona l’Italia ed emigra in Albania (è tutto vero, non sto inventando nulla) a lavorare in miniera. Insomma, io e gli altri spettatori siamo usciti dal cinema talmente felici che per festeggiare tutti assieme volevamo buttarci in un fiume con dei mattoni in tasca.

Ciclista gregario in fuga da se stesso

Per la prima volta in vita mia ho utilizzato la bicicletta quale mezzo di trasporto nel viaggio da casa verso l’Azienda. Circa 8 km. Pensavo che sarei stato investito da un autotreno già al primo chilometro, o quantomeno che sarei scoppiato per infarto al secondo. E invece ce l’ho fatta: quasi incredulo, sono arrivato vivo.

Anzi, già durante la traversata ho persino cominciato a maturare i convincimenti ideologici tipici del ciclista militante: lotta dura contro l’imperialismo delle camionali, dell’industria automobilistica e soprattutto dei guidatori distratti che aprono la portiera senza guardare. Devo ancora migliorare l’attrezzatura e capire come diavolo funziona il cambio, ma nella mia qualità di esordiente mi ritengo abbastanza soddisfatto. Per il resto, si replica oggi pomeriggio, al ritorno. Oremus.