La triste vicenda di un innocente deportato dal destino

Persevero dunque nell’ordire la trama autobiografica. Mi spiace, sono cose che capitano.
Dunque ero a Genova, senza sapere di esserlo: avevo solo nove anni quando i genitori, raggianti, mi annunciarono che avrei dovuto lasciare la scuola, i compagni, le amicizie, gli affetti, i colli, il mare, l’amata e solatia Liguria per traslocare, insieme a loro, a Milano.

Nell’apprendere la notizia, restai perplesso. Non sapevo cosa dire. Mi venne fuori solo una domanda istintiva: e che cosa sarebbe, questo Milano?

E’ una grande e bellissima città – mi venne risposto – con luci, grattacieli, fabbriche, panettoni e fumi colorati nell’aria, vedrai che roba, sul tetto del duomo c’è una statua tutta d’oro della Madonna che guarda tutti e tutti protegge, persino i poveri immigrati genovesi come te e come noi.

L’argomentazione religiosa non mi persuadeva appieno. Mi fu poi spiegato che, comunque, c’era poco da protestare, dacché il babbo era stato spostato lassù dai certi signori poco simpatici (in tali personaggi malvagi, a distanza di anni, riconobbi la categoria dei datori di lavoro) e peraltro senza neppure chiedergli per favore, a dire il vero, anzi la richiesta era giunta con modi poco amichevoli, e perciò o si andava a Milano o avevamo serie possibilità di finir a dormire in istrada sotto il cavalcavia come tetto. Non capivo ancora molto di economia e di disoccupazione ma davanti a tale rilievo convenni che forse, in effetti, era meglio Milano.

Un dì fui dunque portato a Milano. Arrivammo di sera, attraversandola dalle periferie: dai finestrini non vedevo tutto quel fascino di cui mi era stato detto. Milano non sembrava la New York che mi avevano prospettato. Casomai assomigliava a Tortona, ma molto più estesa.

Nell’arduo tentativo di rendermi la trasferta più allegra mi condussero dapprima in pizzeria e poi ad ammirare la leggendaria attrazione della metropoli, la grande statua d’oro, svettante in cima alla cattedrale. Solo in quel momento mi resi conto che a Milano non c’era il mare, e trovai che questa, per una città, fosse una pecca intollerabile.

Sull’atroce vicenda che mi occorse a scuola in prima elementare

Non serbo alcun ricordo del primo giorno di scuola, so solo che si svolse nel minuscolo borgo marinaro alla periferia estrema di Genova, paesello ove trascorsi la puerizia e di cui già ti dissi.

Ignoro se la dimenticanza del debutto stia ad indicare un trauma infantile: mi auguro di no, spero sia solo colpa della poca memoria. Di certo, quel giorno e nei successivi, indossavo un grembiule nero con colletto bianco, come tutti i compagni, e la gassa di un fiocco blu, che per le colleghe femmine diveniva rosa. Tale assurdo abbigliamento era inderogabile, almeno nella scuola pubblica che frequentavo, e comunque, a metà mattina, lo scioglimento del fiocco era consentito senza punizioni, anche perché nessuno, fra i giovani discenti, era in grado di rifare il nodo.

 

Modestamente, ero un allievo piuttosto brillante: la maestra talvolta organizzava gare di domande fra alunni, con in palio premi ambiti quali, ad esempio, le figurine di animali del bosco; e io, spesso, risultavo vincitore, cosa che immagino contribuisse a rendermi antipatico al resto della classe e di cui però non mi rendevo conto, almeno sino a quel momento. Ma la boria del saputello andava pagata, e presto si vedrà a quale salato prezzo, con quale perfidia del destino. Di lì a poco il disonore mi avrebbe teso il tremendo agguato.

 

Prima di spiegare meglio il dramma, una precisazione che potrebbe sembrare poco pertinente ma non lo è: mia madre, all’epoca, era tormentata dall’idea di andar di corpo con regolarità. Non gliene faccio una colpa, molte donne hanno quei pensieri. Dapprima, peraltro, riservava tale preoccupazione solo a se stessa. Poi, piano piano, la allargò ai parenti più stretti.

Perciò ogni mattina, quando un familiare usciva dal bagno, lei, con aria militaresca, lo fermava e lo interrogava. Chi dopo l’obbligatoria seduta non avesse prodotto qualcosa, e in dimensioni considerevoli, era trattato alla stregua di un malato grave. Già al secondo giorno di (diciamo così) astensione, il poverino rischiava, secondo lei, di finire tradotto in ceppi da un dottore o persino all’ospedale.

Così, per colazione, sul tavolo insieme a speciali biscotti, ci venivano offerti crusca, bevande molto calde e altri alimenti in grado di agevolare la purificazione dei visceri.

Il giorno infausto stavo appunto sgattaiolando silenzioso dalla toilette illibata quando venni bloccato dall’indagatrice con l’indice spianato sul viso. Dovetti confessare: stavo mancando ai miei doveri già da due giorni di fila. Per evitare di giungere al terzo, fui subito sottoposto a un trattamento intensivo: caffellatte doppio, bicchiere d’acqua tiepida e due cucchiai di crusca. Poi, per finirmi, anche un cucchiaio d’olio d’oliva, che in Liguria è un lassativo naturale molto usato.

In queste condizioni, cioè con quella mistura ancora gorgogliante nella pancia, mi recai incautamente a scuola.
La catastrofe si verificò verso le dieci, mentre l’insegnante spiegava l’alfabeto.
Fui travolto dall’impellenza, lì in classe, davanti a tutti. Non riuscì neppure ad alzarmi dal banco.
Poi, con disinvoltura e sottovoce, chiesi aiuto alla maestra.

Scattò l’emergenza. Una bidella terrorizzata mi condusse in infermeria mentre la preside chiamava i soccorsi: i genitori vennero a prendermi con vestiti di ricambio. Per consolazione, mi riportarono a casa.

Si dirà: a questo punto, per l’imbarazzo, avrai dovuto cambiare scuola e città. Forse anche la nazione.

E invece no. I compagni avevano assistito alla scena, prima in aula e poi dalle vetrate sul corridoio. Ma per fortuna non ridevano. Anzi, credo che nemmanco capissero cosa stesse accadendo, o se ne scordarono in fretta.. Casomai alcuni, i più intelligenti, se n’erano rattristati in segno di solidarietà tra infanti.

O almeno così mi piace ricordare.

La superflua descrizione di un’infanzia apparentemente lieta

Sul mare della Liguria orientale, a poche miglia dai moli di Genova, città ove son nato, si affaccia il paesucolo ove invece ho trascorso l’infanzia. Dopo un breve soggiorno altrove, nei primi anni di vita mi ero trasferito ivi, a seguito della corte familiare che già allora mi manteneva.

Si trattava di un piccolo borgo di mare, inerpicato sulle scogliere e completamente ostile al turismo sia per l’indole poco cordiale dei suoi abitanti (me incluso) sia soprattutto per la pressoché totale assenza di parcheggi per auto. Un paese assiso in posizione scomoda su una collina pur di poter guardare il limpido del mare.
La spiaggia non ha neppure la sabbia ma pietruzze, e questo contribuisce a scoraggiare anche i villeggianti estivi più cocciuti, e i pochi turisti scampati alla riottosità dei nativi.

Per anni, insieme agli indigeni miei coetanei, ho frequentato con profitto l’asilo comunale. Era questo una casa gestita da suore (a quel tempo come oggi le suore avevano un ruolo centrale nell’oligopolio dell’istruzione italiana), munita di giardino e refettorio per la mensa. Ne conservo bei ricordi. Mi ci recavo a piedi, poiché i venti minuti di percorso da casa a lì non presentava rischi – automobili, malintenzionati, briganti, dirupi- tali da pregiudicare la passeggiata di un fanciullo.

A dispetto di quanto si possa pensare, la vita in un paesello, lontano e nell’isolamento delle campagne, può risultare assai piacevole. Specie se si è bambini. E questo non solo nei mesi caldi, quando l’estate rimane lì ad aspettarti da ogni finestra, ma anche nel lunghi inverni nella pioggia o nel silenzio. Ancora oggi, molto tempo dopo esser emigrato nella metropoli, vado là a trascorrere periodi di quiete, nella stessa casa, nei medesimi luoghi, a domandarmi che sarebbe stata la vita se fossi rimasto.

Il ruolo degli influencer nella strategy di rilancio di questo blog (stenografia della riunione interna sul tema)

- Maledizione, questo sito ha bisogno di incrementare i numeri di traffico, evidentemente la strategia di investimenti massicci su Twitter, Instagram, Pinterest, Tumblr, Googleplus, Peulior e…

- Peulior?

- Certo, il social network suggerito dalla nostra agenzia di consulenti.

- Ed esiste davvero?

- Che ne so? Spero di sì, se penso a quanto ci abbiamo speso. Ma stavo dicendo: questa social strategy non ci sta portando da nessuna parte, personalitaconfusa.net non se lo fila nessuno. Ti rendi conto che rispetto al 2003 il reached target è diminuito del diciottomila per cento?

- Lo credo bene: non ci scriviamo mai.

- Cosa c’entra questo?! Non abbiamo tempo per scrivere, siamo troppo impegnati a elaborare strategie. E poi basta interrompermi, sennò perdo il filo, diosanto.

- Scusa. Continua pure.

- Dunque… Ah sì, le criticità. Anche la strategy di puntare tutto sullo storytelling non ha dato i risultati sperati. First of all, perché lo storytelling manco abbiamo capito cosa cazzo sia, e perfino i nostri strapagati consulenti temo abbiano idee parecchio vaghe. In più, la narrazione del vissuto esperienziale pare non interessi granché alle grande masse: l’audience è troppo occupata a raccontare i fatti propri per poter anche leggere quelli degli altri.

- Quindi?

- Quindi non ci resta che giocare la carta finale, la più importante, quella decisiva: chiamiamo gli influencer.

- C-chi?

- Gli influencer. I grandi influenzatori, gli opinion leader della Rete. I Signori in grado di mutare a loro piacimento il sentiment di intere popolazioni. Personaggi very autorevoli, capaci di dettare i modi della comunicazione global & social con un semplice colpo di tosse. Coloro che decidono in totale autonomia quali sono le tendenze, che cosa è out (noi) e che cosa è in (loro). E tutto ciò lo spiegano alle plebi utilizzando la potenza di fuoco dei new personal media.

- Non riesco a capire di chi parli. Intendi gente come Obama, il papa?

- Non esageriamo. Oddìo, in effetti anche quei due lì sono su Twitter, ma temo che il loro engagement nella nostra operation di marketting sia fuori budget. Io mi riferivo agli influencer italiani. Ad esempio: Pistolina93 è una fashion food blogger con un un account twitter molto seguito e soprattutto molto aggiornato – pubblica un tweet ogni 4 secondi, una vera campionessa di resistenza. L’ho già chiamata per chiederle se ci fa un po’ di advertising gratuito. Pare che per un condividere un hashtag voglia un mucchio di quattrini ma secondo me ci prova, credo possa accontentarsi del pranzo pagato alla tavola calda qui sotto e degli spicci per il biglietto del tram.

- Ah.

- Poi ci sarebbe questo Oreste, vera divinità del social media star system nostrano: è un disoccupato di Pinerolo, però pubblica il tumblr di donne nude più letto del Nord Italia, insomma ha più lettori (per così dire) lui del Corriere della Sera, e ormai tutte le aziende lo invitano alle feste e alle presentazioni dei loro prodotti sperando che lui faccia almeno un tweet in cui li nomina. Dicono che una sua parola valga più di uno spot su RaiUno all’ora di cena. Certo, a un influencer del suo rango bisognerebbe pagare il biglietto aereo in business class, ma forse riusciamo a convincerlo che per venire a Lambrate dal Piemonte è più comodo un treno interregionale.

- Ottimo. Altri – ehm – influencer da coinvolgere?

- Se proprio vogliamo svoltare dobbiamo avvalerci di un big influencer del calibro di Giuseppe Rotunno.

- Rotunno, certo.

- Dai, non fare quella faccia, lo so che il nome non ti dice niente, ma tu sei vecchio, e qui ci vuole il nuovo. E Rotunno, caro mio, è il titolare di giusepperotunno.wordpress.org, il blog di giardinaggio più influente d’Europa.

- Giardinaggio? Ma…

- Sì, d’accordo ha iniziato con il giardinaggio, ma adesso si sta allargando ad altri temi: cultura, costume, cinema, musica, internet, giornalismo, cronaca nera, politica, metafisica kantiana. Tutto. E poi commenta in diretta su twitter i talent show della De Filippi e le partite di calcio della nazionale. Insomma, gode di una visibility immensa. Pensa che una settimana fa la foto del suo cane su Instagram ha ricevuto 84 like, di cui solo quindici venivano dai suoi parenti!

- Perciò tu sostieni che questi tizi, questi influencer, se parlano di noi, possono finalmente rovesciare le sorti di questo blog e riportarlo all’antico splendore.

- Certo. Li invitiamo, gli diciamo quattro pagliacciate, siamo gentili con loro, fingiamo di essere simpatici, eccetera. Magari offriamo la merenda, gli lasciamo pure un regalino, un gadget, un omaggio, un bacio sulla guancia, che ne so. Poi quando se ne sono tornati a casa, ci mettiamo a monitorare i risultati. Hai visto mai che qualcuno di loro, dopo, parli anche brevemente di noi ai suoi fan. A quel punto il gioco è fatto. Finalmente folle oceaniche torneranno sul nostro blog. E allora saremo noi a fare gli influencer…

Autobiografia di un’infanzia foriera di presagi

Il primo ricordo della mia vita è una macchia di vomito, stampata sulla moquette verde. L’autore del vomito sono io, probabilmente ho due o tre anni. Il proprietario della moquette, invece, è un signore romano che ha affittato alla mia famiglia un appartamento sul vicolo.

 

Sono nato a Genova, come tutti i miei parenti, ma ho vissuto i primi anni della mia vita a Roma, a seguito di madre e padre ivi trasferiti per i soliti motivi di lavoro.
L’abitazione della primissima gioventù, cioè dai miei zero ai quattro anni, era questa piccola casa in via degli Spagnoli, a pochi passi da piazza Navona. Si dirà: beato te, che lusso, famiglia abbiente. Ma no, ma quale lusso. Oggi quel quartiere si riserva a giornalisti, attori, deputati e altri milionari, ma ai tempi della mia infanzia – cioè nella prima metà degli anni Settanta – era un rione popolare, se posso osare pure un po’ zozzo: mi ricordo – e questo è forse il secondo ricordo della mia dolente esistenza – che avevamo i sorci in casa.
La loro presenza si manifestò a sorpresa la sera in cui la signora madre, assisa sul divano a guardare la televisione in bianco e nero, intravide un oggetto irsuto e semovente, con la coda rosa correre sulla moquette sotto le tende per nascondersi dalla luce o dal rumore.
Così l’augusta genitrice fu costretta a comperare le trappole, quelle a scatto con il pezzetto di formaggio che aziona una molla per imprigionare il topolino o eventuali amici suoi. Anzi per ammazzarli, ma ai bambini questo non lo si poteva dire.
Non ho peraltro mai saputo di ratti catturati, né delle condizioni fisiche in cui furono ritrovati. Sospetto che ne sarei rimasto turbato.

 

Il primo istituto scolastico frequentato in vita mia si trovava in via dell’Arancio, a Roma, ed era un asilo. Ho dimenticato tutto di quell’esordio nel mondo dell’istruzione. Dalla memoria riaffiorano soltanto gli abiti bianchi e gonfi delle suore all’ingresso e l’impressione di una scala, poi nulla più. Sommarie ricerche mi informano che quell’asilo oggi potrebbe aver cessato le sue attività.

 

Tra le reminiscenze spuntano anche i primi spostamenti in triciclo sui quadrucci di piazza Navona, l’acquisto di una mela caramellata per Natale, parecchie visite al giardino zoologico, la gentilezza dei vicini, cioè una famigliola di camionisti romani che all’occorrenza mi facevano da balia.
Il ricordo più chiaro nei contorni resta lo stereotipo dell’epoca: il percorso del trenino elettrico allestito in salotto dal padre, con la campanella della stazione in grado perfino di suonare al passaggio della locomotiva sui binari. Ma il montaggio delle rotaie era troppo complesso per l’ingegneria di un minore d’età, e malgrado le mie proteste temo non si potesse occupare il tinello, già angusto di suo, con una ferrovia, né costringere il padre ad assemblarla ogni sera.
Mi sembra però che nell’ultimo mio pomeriggio romano, proprio mentre intorno a me s’alzava il putiferio del trasloco per rientrare a Genova, in mezzo al viavai e alle scatole, il trenino fosse in allegramente funzione, forse per distrarmi dalla partenza.
Poche ore dopo Roma finì, e tornò solo nei viaggi o nei ricordi.

L’inizio della fine (o la fine dell’inizio?)

Oh, ecco che inizio a usare questo coso per quello che è, cioè un diario, un taccuino, chiamalo come ti pare. La lunghissima assenza ha sortito l’esito: oramai ha sterminato anche gli ultimi lettori, quelli più ostinati. Ora siamo soli io e te, caro il mio me stesso dei miei stivali, pronti a esporci al privato ludibrio dei semplici passanti, come un spettacolo di funamboli inesperti, improvvisato di fronte a un semaforo in una strada dove non passa quasi nessuno. Finalmente posso dirti tutto quello che penso di te, brutto scemo.

Esempio di ucronìa

Le navi azteche entrarono nel porto di Lisbona alle 9,40 della mattina del 2 aprile 1492. Erano nere metallizzate, grandi come transatlantici. La folla assiepata sulle banchine osservava perplessa lo sbarco. Fra i presenti, alcuni rimasero a bocca aperta, altri pregavano, altri mormoravano oddio ma che cazzo sta succedendo, siamo fottuti.

Dall’alto della prua si presentò Huaxanghopitili, il feroce ammiraglio azteco. Prese un altoparlante da 30.000 watt e senza neppure salutare chiese chi fosse il capo di quel posto. Naturalmente nessuno capì la domanda, perché era rivolta in azteco, benché a un volume altissimo e attraverso a un apparecchio sonoro mai visto prima in Europa.

Tuttavia sul molo si fece avanti il duca di Lisbona, sorta di sindaco dell’epoca, un aristocratico coraggioso e xenofobo che però in due secondi netti venne letteralmente disintegrato dalle mitragliatrici azteche. A quel punto, se ancora v’erano dubbi, fu chiaro a tutti i presenti che per l’Europa si metteva male.

Nei decenni successivi l’Occidente fu conquistato dagli aztechi e dagli inca, civiltà assai evolute che d’accordo si spartirono le nazioni da radere al suolo. Gli aggressori americani imposero le loro religioni: con le buone ma soprattutto con le cattive spiegarono agli invasi che in fondo il politeismo era sempre meglio del cristianesimo, e che i sacrifici umani potevano anche essere spassosi, almeno per chi li guarda senza parteciparvi.

Oltre alla schiavitù e all’eccidio, i nuovi arrivati importarono in Occidente altre sorprendenti invenzioni quali la cioccolata calda, gli aeroplani, il piercing al naso, il citofono, la lana merinos e la lavastoviglie, utilizzata nelle case del Perù già dal III secolo dopo Cristo.

Lofoten

L’arcipelago delle isole Lofoten si trova in capo al mondo, sul tetto più settentrionale d’Europa, al di là del circolo polare artico, e tuttavia resta lambito dall’ultimo soffio caldo della corrente oceanica in arrivo dal golfo del Messico. Nonostante siano quasi al polo Nord, quelle isole verdi godono di un clima gentile. Nella bella stagione si arriva perfino a ventotto gradi, e la gente gira in maglietta o in costume da bagno. Molti vengono qui in vacanza, venticinquemila persone ci abitano tutto l’anno.

 

Le Lofoten sono famose anche per il manifestarsi del sole in orari notturni: a quella latitudine, il giorno, d’estate, dura per mesi interi, senza mai calare in un tramonto.
Viceversa, d’inverno, il buio copre tutto l’arco della giornata, e il sole non si degna neppure di sorgere.
L’altro fenomeno curioso, ben osservabile dalle Lofoten, è quello delle aurore boreali, che disegnano i loro arabeschi nel cielo. Insomma, le isole Lofoten sono un posto speciale.

 

In realtà lo dico senza cognizione, giacché in quel posto non ci sono mai stato. Nè credo che mai ci andrò (principalmente per motivi economici). Ho però visitato le isole Lofoten attraverso le mappe geografiche e le enciclopedie: un’assidua commentatrice di questo sito si firmava  appunto “Lofoten” e allora ho pensato di documentarmi sull’etimo di quella scelta. La signora Lofoten era una persona divertente, originale, dotata di un senso dell’umorismo che mi piaceva un sacco. Molto spesso tornavo a spremermi la testa qui, non tanto per pubblicare le mie scemenze ma per leggere quello che lei e gli altri commentatori, con arguzia di gran lunga sempre superiore alla mia, avrebbero scritto in risposta. Ancora oggi, questo gioco sembra l’unica esca per l’indolenza.

 

Per rappresentare alla signora Lofoten la mia ammirazione, le avevo anche inviato un regalo, una di quelle stupide magliette, spedita a Monreale, luogo magico ove lei abitava.
Non ci siamo mai visti: vuoi per la mia timidezza, vuoi perché Monreale, per chi come me abita a Milano Lambrate, risulta un pochino fuori mano. Per tutto il tempo ci siamo dati del lei, un segno d’affetto che riservo solo ai pochi dotati di ironia.

 
Oggi, con parecchi giorni di colpevole ritardo, apprendo che la signora Lofoten è mancata. E’ volata via, m’han detto, all’improvviso, giorni fa, verso il suo privato arcipelago celeste.
Fatico ancora a crederlo, e l’annuncio mi ha commosso, perché pur guardandola da lontano e attraverso uno strano vetro, avevo riconosciuto la signora Lofoten come una persona affine nella sensibilità.
Non so se da laggiù dove si trova adesso possa ancora consultare queste righe; ma se per incanto sì, se per caso potesse, vorrei che accettasse un emozionato ringraziamento per tutti i sorrisi che le sue parole, scritte qui, sui fogli, mi hanno regalato in questi lunghi anni. Soltanto per leggere una di quelle sue parole, cara Lofoten, è valsa la pena che io abbia perduto tanto tempo qua sopra.

Del perché leggere è meno faticoso di scrivere

Dove eravamo rimasti?, come disse Enzo Tortora quando uscì di prigione e tornò a presentare la trasmissione televisiva Portobello? Ah sì, parlavamo di un argomento di estremo interesse: me stesso. Io, il più grande blogger, ma che dico, la più grande blogstar mai esistita in questo Paese.

Sono certo che milioni di italiani si interroghino sul motivo per cui, negli ultimi mesi, anzi negli ultimi anni, io, il titolare di questo glorioso e antico blog, abbia via via ridotto la frequenza di scrittura. So bene che giustamente voialtri del popolino adorante vi struggete dal desiderio di saperlo. Il motivo è proprio questo: avevo ben altro da fare.

Per di più, ho compiuto una scoperta sorprendente: che scrivere è più faticoso di leggere (intuizione acutissima, ne convengo) e perciò, ogni tanto, è capitato che dovendo scegliere fra queste diverse attività, fra lo scrivere e il leggere, in certi momenti di indolenza, ho pensato fosse preferibile la seconda opzione.
Ora, è senza dubbio vero che leggere rappresenta un’attività faticosa per il cervello e il corpo. In molti casi, per leggere, bisogna sforzare la vista. Talvolta persino inforcare gli occhiali. Il gesto stesso di sfogliare le pagine comporta comunque uno esercizio fisico per il braccio e il polso, per il pollice e l’indice.

Ma scrivere – posso dirvelo con cognizione di causa, o plebei, essendo io un artista oltre che un genio – è ancora peggio. Difatti, il lettore può compiere la sua azione, ossia leggere, in diverse posture confortevoli: sdraiato sul divano, in poltrona, a letto o – mi si perdoni se evoco un’immagine letteraria un po’ forte – assiso alla toilette.

Invece lo scrittore, poveraccio, quando agisce è sempre costretto a una posizione scomoda: ritto di fronte al tavolo su cui è posata alla carta con la penna o, in tempi moderni, alla tastiera. Gli è consentito restare seduto, certo, ma comunque senza abbandonarsi sulla schiena come può fare il suo antagonista, lettore.

La fisicità non rappresenta il solo sacrificio di chi scrive, si badi. C’è anche la fatica cerebrale. Una pesante responsabilità per la ristretta cerchia di esseri intellettualmente superiori cui mi onoro di appartenere. Ebbene, mentre quel lavativo del lettore non ha alcun obbligo di farsi venire in mente cose interessanti da esporre e se ne sta lì, beato, ad aspettare il pensiero altrui, lo scrittore, viceversa, deve di continuo trovare argomenti brillanti da esporre per intrattenere il suo pubblico, ossia il lettore medesimo.

Vedete ad esempio come in questo momento tutti voi, folle adoranti, siate rapiti dal mio fulgido eloquio e stiate pensando “ma che sta dicendo questo, si è proprio rimbecillito”, quando io, viceversa, desto il vostro interesse con la mia sapienza.

E dunque è finita così: per parecchio tempo, nel momento della giornata nel quale avrei potuto scrivere laonde deliziare le masse con il mio ingegno, per molto tempo ho pensato: ma se invece di dar sfoggio di fronte all’universo della mia sovrumana propulsione creativa me ne andassi sotto le coperte a leggermi un libro o ancor meglio a dormire?

La nuova social media strategy di questo sito

- Oh bene, ben trovati, cari signori, eccoci qua a trattare di un argomento molto importante, fondamentale direi.

- Sì sì, giusto, svelaci la verità.

- Mi riferisco naturalmente alla nostra futura strategia sui social media.

- Evviva, evviva.

- Per rilanciare questo blog da tempo in disarmo, il titolare mi ha assunto affidandomi la responsabilità della comunicazione sui social media, fonte di certi ritorni forsanche economici.

- Giusto, parole sante, che gli dei ti benedicano, te e quel pirla del titolare!

- Vi confesso che io non so neanche bene cosa siano, ‘ste benedette social media strategy, però non lo sapete neppure voi, e comunque ogni giorno uso facebook dal mio iphone per scambiarmi messaggi con mia moglie, e quando vado in vacanza pubblico lì le foto delle mie vacanze.

- Non essere modesto, le tue competenze sono smisurate: mostrarci la via verso il Futuro.

- Anche stamane ho messo sul profilo (è così che si dice, vero?) una foto del mio cane, ricevendo un discreto numero di like. D’accordo, erano solo 6 like di cui uno da mio cognato, quattro di miei ex compagni di scuola che per inciso mi stanno pure sui coglioni, e uno, il primo like, era mio. E tuttavia credo di poter ritener sia stato un discreto successo social.

-  Bravo, bravo, te ne metto uno anche io, di like.

-  Grazie, ricambierò. Ma veniamo a noi: l’ordine del giorno di questo meeting prevede di discutere della nuova social media strategy di questo sito. Confesso e ribadisco a scanso di equivoci di non aver affatto chiaro cosa sia, una social media strategy, e tuttavia di tale argomento ne parlo lo stesso, tanto nessuno di voialtri oserà contraddirmi.

- Bravissimo, evviva.

- Ordunque, cosa facciamo con ‘sti social media? Dobbiamo averli anche noi, perché oramai se non hai i tuoi account su Twitter e Facebook sei considerato un cretino, almeno in questo ambiente della comunicazione multimediale nel terziario digitale. Persino il panettiere sotto casa mia ha intrapreso una sua social media strategy per promuovere il negozio, peraltro con ben poco successo (al momento ha soltanto 6 follower: sua cognata, quattro suoi ex compagni delle elementari e un finto account creato da lui stesso con un nome falso).

- Geniale, bravo, bravo.

- Ci sarebbero altre strategie, come quella di comperare follower e fan finti in Brasile, o in Indonesia, o in Bangladesh, a prezzi modici, circa 0,02 euro a cadaun fan, per poi vantarsene con i clienti ignari della truffa, come io sto facendo con voi decerebrati che mi applaudite senza capire assolutamente nulla di quanto sto affermando.

- Bravo, bravo!

- E tuttavia sarà chiaro anche a voi che un blog in italiano ha come scopo la lettura da parte di gente che possa comprendere ciò che vi è scritto, ossia testi in italiano, appunto; e se se i tuoi fan, o follower, parlano benissimo l’indonesiano o il malgascio ma non capiscono una beata ceppa di italiano, non ha molto senso avere costoro come lettori …

- Ma quante ne sa, quante ne sa!

- E naturalmente useremmo anche degli hashtag.

- Gli hashtag, che figata, gli hashtag.

- Grazie, amici, grazie. Proprio tutto vi bevete. Meglio per me, non certo per voi. Ma andiamo avanti. C’è poi la nuova strategy di pubblicare fotografie, perché come dice il famoso guru del social networking americano, quel tizio famosissimo di cui non ricordo il nome ma in fondo chi se ne frega del nome, più importante è ciò che insegna e pensa, dicevo: c’è poi la nuova strategy di inondare i social media di foto, brutte o belle che siano, senza nessun motivo apparente ma solo al fine di dimostrare a terzi di essere attivi, di aver un sacco di belle foto, di aver poco anzi nulla da dire ma molto anzi tantissimo da fotografare. Penso ad esempio – prendo fiato per creare la necessaria trepidazione – a Instagram.

- Sei il nostro idolo, quanta saggezza nelle tue parole, o vate.

- Per concludere, amici…

- Come concludere? Non ci hai ancora detto nulla di concreto, soltanto scemenze.

- E lo so ma la riunione sta finendo, e io ho un altro impegno.

- Sì ma quindi ‘sta social media strategy?

- Ma niente, aprite una pagina Facebook, apritevi un Twitter, magari anche un Instagram, e via, aumentate il numero di come si dice, follower, e mortà lì.

- Ehi ma tutto qui, ci stai pigliando in giro?

- Suvvia, i soldi non crescono sugli alberi ma i like invece crescono da soli, metto sul piatto anche del buzz, del viral, un video su youtube, un assaggio di native advertising, mezzo etto di gamification, qualche altro hashtag…

-  E…

-  E basta.

-  Tutto qui?

-  Sì.

-  Bravo, bravo, evviva. (euforici, lo portano in trionfo)