Come modificare la suoneria dell’orologio biologico 

Puntuale come un cronometrista, ogni mattina il logorio della vita moderna mi sveglia alle 7 antimeridiane. Il che andrebbe  bene, se questo mascalzone lo facesse solo nei giorni feriali e non anche nei giorni festivi o di vacanza, e a prescindere dall’ora in cui la notte prima mi sono coricato. Cosa vorranno comunicarmi gli dei in tale modo? Forse che io sono destinato a invecchiare, che mi sto semplicemente rincoglionendo? Ma sarebbe un’informazione inutile, già recepita da tempo. Oppure che l’anima, inquietata dai cattivi pensieri, per ripicca se la prende con suo marito, quell’infingardo scansafatiche del corpo, e quindi non lo lascia dormire?

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La traduzione della versione di latino all’esame di maturità

Studenti maturandi del liceo, supertecnologici quanto giovani amici, a me! A tempo di record, ecco la versione dell’esame di latino, di Tacito, già tradotta per l’esame che state facendo proprio stamattina:

“Andiamo, o Tiberio, di corpo, andiamo coi virus, non meriti una dissimulazione: l’idea dell’anima di rigore; il sermone ha il volto intento ai quesiti interni del comitato, e con quei manifesti tergevi dalla defezione. I mutanti delle seppie dal luogo vanno in tandem al promontorio di Messina, alla villa dove L. Loculo quotava un dio. Il liceo si appropinqua ai supremi tali, ma in modo coperto. C’era un medico d’arte insigne, di nome Caricle, a cui non reggeva la valeriana del solito principe, i consigli di tua copia era di bere prima. Il velluto è proprio nei negozi degradati, e per specie in ufficio la mano attinge al polso complesso delle vene. Nessuna farfalla: andiamo, Tiberio, incerto ma offeso, tanto magico all’ira che preme, restaurara i polli giovani e discuti con gli ultrà come al solito, quasi all’onore aventi amici delle tasse.
Il tale Caricle lava lo spirito nell’ulteriore bidone duraturo, Macrone firmava. L’India, congiunta ai colloqui fra le presenze, annunciava sputi legati ed esercizi ai festini. Settima o decima caloria di aprile interclusa, l’anima a credito è mortalità esplosiva; e le multe sono grattate al concorso di capire gli imperi primordiali di G. Cesare, l’ingrediente con serpente afferto a ridere di Tiberio con voce e viso e avvocati qui, alla ricreazione dei difetti nel cibo al ferro. Un pavone arrabbiato in ogni eccetera, al passito disperso, se fischia mesto nel fingere la scia. Cesare in silenzio fisso a somma, spera la nuovissima, ma espettorava. Marco, l’intrepido, opprime il seme iniettato nella multa vestita da giovane e scende alle lime. Sì, Tiberio, finisci l’ottavo e settesimo anno d’estate.”

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Nozionismo spicciolo sulla famiglia del filosofo Ludwig Wittgenstein

Tutti conoscono, almeno di nome, Ludwig Wittengstein, il filosofo austriaco, uno dei più famosi pensatori del Novecento, ma pochi, purtroppo, ricordano i suoi parenti.

Fra questi, a mio avviso meriterebbe maggior notorietà il fratello Paul, che fu grandioso pianista, benché privo di un braccio, peraltro proprio il destro, perduto in battaglia durante la Prima guerra mondiale.

Oppure il padre, Karl Wittgeinstein, miliardario, imprenditore dell’acciaio, uomo autoritario anche con i figli: un po’ troppo, forse, dato che dei suoi cinque figli maschi, fra i quali cercarva il discendente cui affidare l’impero industriale, ben tre si suicidarono, seppur non tutti assieme ma in circostanze e luoghi diversi. A loro sopravvissero solo i due minori, il filosofo e il pianista monco, cui la ditta di famiglia però non poteva essere affidata perché poco competenti in materia di economia aziendale.

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L’artista che voleva lavarmi i piedi

Fra i tanti artisti incontrati nel corso dell’annuale sagra della creatività, tenutasi recentemente nella grande metropoli dell’Europa meridionale, quello che più mi ha colpito è stato il signore olandese che si offriva di lavare i piedi al pubblico per poi raccogliere l’acqua residua del lavaggio e quindi lasciarla evaporare ricavandone una sostanza che non potrei definire in altro modo se non come la “sporcizia dei piedi”, materia esigua, scura e granulosa con cui egli realizzava piccole sculture. Un’idea senza dubbio originale. Con professionalità e orgoglio, l’artista mi spiegava che nella sua vita ha dovuto lavare i piedi a migliaia di persone pur di ottenere depositi sufficienti a plasmare le opere. Un’esistenza non facile, ammetteva, guardandomi le scarpe.

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Dell’impartire lezioni di grammatica ai passanti in attesa del tram

– Signore?

- Dice e a me?

– Sì. Posso? Ha un minuto di tempo a disposizione? In questa attesa del mezzo pubblico vorrei intrattenerla con qualche consiglio che di certo potrà esserle utile nel resto della sua esistenza.

- Guardi, non compro nulla, mi spiace.

– E io nulla intendo venderle, signore, ci mancherebbe altro: desidero soltanto parlarle della d eufonica.

- Della che?

– La d eufonica, naturalmente. Mi ascolti, giacché debbo raccomandarle di stare attento alla d eufonica: ed, ad, od – ha presente? – e alla corretta applicazione. Questi ed, ad e od, infatti, vanno impiegati con estrema parsimonia, ossia soltanto quando la parola che segue comincia con la medesima vocale. Altrimenti, la d non serve. Anzi, non deve manco farsi vedere. Ha capito? Insomma si scrive, e si dice, “e altro”. Non “ed altro”.

- S-sì, sì, certo adesso, però, mi scusi ma…

– Bene. Passiamo alla “È” maiuscola, la voce del verbo essere in terza persona maiuscola. Le ricordo che non si scrive con l’apostrofo – E’ – ma È, con l’accento sopra la testa della lettera. Accento grave, beninteso. I giorni della settimana e i mesi son sempre minuscoli, così come i punti cardinali (“andiamo verso sud”) a meno che non indichino una regione precisa (“l’Irlanda del Nord, l’Oriente”). Lo stesso vale per i popoli: gli italiani, gli americani: sempre minuscoli. Solo quelli antichi (“i Romani, i Maya”) vogliono la maiuscola. Tutto chiaro, giovanotto?

(si guarda intorno cercando soccorso) – Sì, la ringraz….

– Mi duole ricordarle che i puntini di sospensione sono sempre tre. Mai due, mai quattro, comunque mai più di tre. E un’altra cosa: prima di “eccetera”, o di “ecc.”, non si mette la virgola, poiché, lei mi insegna, eccetera viene dal latino “et cetera”, che significa “e altre cose”. Perciò la congiunzione c’è già: quella virgola non serve. L’uso di “etc.”, poi, è severamente proibito, creda a me.

- Sì, dai. Va bene. Ora ha finito?

– Quasi, mi lasci impartire una lezione di vita sui trattini, sia gentile. I trattini sono di due tipi. Il trattino breve, senza spazi prima e dopo, usato per congiungere parole (“L’impero austro-ungarico”) è cosa assai diversa dal trattino lungo, con spazi prima e dopo, utilizzato per gli incisi, al posto delle parentesi e delle virgole (“Quello lì – povero analfabeta – non sa nemmeno quale differenza corra fra i trattini brevi e quelli lunghi”) o prima di un discorso diretto.

- …

– E i termini inglesi plurali, signor mio, quando sono adoperati in un discorso in lingua italiana, non prendono mai, e sottolineo mai, la s del plurale. Pure i termini francesi vengono considerati invariabili se finiscono per consonante – “i feuilleton” – ma non se finiscono con una vocale, nel qual caso prendono la s finale: le élites.
Ma vedo che giunge il nostro tram, potremo continuare la nostra conversazione comodamente seduti.

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Gentilissimo

Ho deciso, faccio un voto, o una promessa. Per una settimana sarò gentilissimo con il resto del mondo. Anche se lui non se lo merita.

Si tratta dunque di un esperimento: mi obbligherò a rispettare tutte le norme comportamentali della buona educazione. Ogni mattina saluterò sorridendo tutte le persone che conosco, anche quelle accigliate o dall’apparenza ostile. Se otterrò un qualche genere di risposta che non sia un grugnito, gli domanderò persino come stanno.

Ma resterò sempre attento a non sembrare invadente – o scemo, giacché basta un momento di disattenzione per sorpassare il sottile confine che distingue il premuroso dal ficcanaso, dal cretino o dal saccente, o dal cialtrone.

Sarò galante con le signore, cortese con gli anziani: a costoro cederò il passo per strada e aprirò porte e portiere di automobili, magari accompagnando la posa a un piccolo inchino di rispetto.

Eviterò di parlare ad alta voce nelle pubbliche vie, negli scompartimenti dei treni, negli uffici aperti, sul tram ma soprattutto ovunque vi sia presenza di persone a cui ciò potrebbe, giustamente, recar disturbo.

Sarò impeccabile con gli ospiti, e mai – giuro: mai – interromperò chi sta conversando con me per rispondere al telefono. Si dirà: ah ma quindi prima facevi queste cose? No, ma continuerò a non farle.

A tavola, terrò il tovagliolo sulle gambe, e non mi servirò dal cestino del pane prima dell’arrivo delle pietanze. Mi asterrò dall’augurare “buon appetito” (contrariamente a quanto si crede, è un segno di cafoneria rara) ma attenderò che le donne commensali siedano e scelgano il loro posto, prima di farlo io, e verserò loro l’acqua nel bicchiere.

Mi mostrerò sempre pulito, puntuale, disponibile, ma sempre con discrezione.

Rinunzierò ad essere aggressivo – cosa di cui peraltro non son mai stato capace, e perciò questo sacrificio sarà ancor meno faticoso.

Se sopravvivrò, verrò a raccontarlo su queste pagine. Altrimenti, sarò il primo martire della maleducazione, e va bene lo stesso.

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La materia, lo spirito e la ghiandola pineale

Ahimè, da stanotte, ancora una volta, il mio organismo sta cercando in tutti i modi di boicottare lo spirito di cui peraltro è un mero involucro. Temo peraltro che i due – corpo e spirito – si fingano rivali ma siano segretamente in combutta, e che mi detestino in egual modo. Insomma, come al solito, resto vittima innocente dei raggiri orditi da questa coppia di mascalzoni. Altrove mi si suggerisce di risolvere il problema con l’asportazione della ghiandola pineale, la cui presenza sarebbe causa del dualismo. Ma ho paura del dolore, e perciò invoco la clemenza dell’universo.

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Storia notturna della filosofia occidentale e dei suoi rapporti con le vicende politiche e sociali

Ho sognato che era mattina presto e facevo colazione in casa mia con Platone e Bertrand Russell, ospiti non invitati, seduti in in cucina. Platone, nella sua comparsata, sembrava parecchio verosimile: indossava una tunica, puzzava di capretto selvatico e tentava di parlarci in un greco antico di cui io non capivo quasi nulla e Bertrand molto poco; però i miei due commensali riuscivano a litigare lo stesso, e alla fine si prendevano a schiaffi, rovesciando il bricco del caffellatte sul pavimento, e a me toccava pulire. Chissà cosa significa.

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Invito agli aspiranti scrittori affinché smettano di leggere (e magari anche di scrivere, se ci riescono)

Il fondamentale consiglio erogato da ogni insegnante di scrittura ai suoi allievi, di solito, non è, come sarebbe ragionevole aspettarsi, quello di adoperare la punteggiatura con proprietà. Né quello di badare all’ortografia o alla sintassi.

Pare strano ma il più ripetuto fra i consigli dati agli aspiranti scrittori è un altro: leggete. “Volete scrivere bene? Leggete più che potete. Leggete come matti.”
“Leggete, così imparate a scrivere meglio. E poi dopo – ma solo dopo, per carità, non prima! – scrivete.”

Eccolo là. E bravo il nostro maestro. Gli domandate di insegnarvi una cosa, e lui vi risponde di farne una diversa. Forse vuole confondervi le idee. Ma è giunto il momento di contestarlo. Caro il mio professorino del menga, confessi la verità: leggere nuoce agli aspiranti scrittori. Soprattutto li distrae. Gli fa perdere un sacco di tempo che potrebbe essere meglio impiegato, ad esempio, nel perseguire il loro vero obiettivo, ossia esercitarsi a scrivere.

Immagino già l’obiezione dell’insegnante: “Quanta pazienza ci vuole, lei non ha capito un accidente: io suggerisco agli aspiranti scrittori di leggere, certo, ma proprio perché da tale fruizione essi possano indottrinarsi allo scrivere, giacché si impara molto più dalla lettura di un Leone Tolstoj o di un Marcello Proust o dai loro colleghi che da trilioni di ore di lezione di scrittura a vanvera.”

A questo punto, dopo una tale replica, bisognerebbe prender da parte il docente di scrittura creativa, chiedere perdono ai suoi discepoli per questa breve interruzione, spiegar loro che dovete uscire dall’aula per fare un discorsetto al loro maestro – ma solo per un momento, poi tornate subito – e quindi, trascinando il reo fuori dalla classe, schiaffeggiarlo.

O futuri scrittori, come ve lo devo dire: non ascoltate il maestro, e non leggete, per l’amor di iddio! Soprattutto non il Proust, non il Tolstoj o quelli della loro risma: è gente che va per le lunghe. Vi porteranno via le giornate. Quando lo troverete poi, il tempo per scrivere?

Inoltre, questi bravi scrittori bravi sono talmente più bravi di voi che dal confronto con essi non trarrete giovamento ma una forte diminuzione della stima in voi medesimi! Già siete debuttanti e quindi, per vostra natura, nutrite il timore di non esser capaci. Se poi l’istruttore, per stimolarvi, vi confronta con un tizio ottocento volte più in gamba di voi, allora è chiaro che a voialtri discenti passa la voglia.

Evitate i maestri di scrittura creativa (già solo per l’utilizzo di tale aggettivo meriterebbero di esser presi nerbate) ed evitate la lettura, o aspiranti scrittori: fuggitela come un morbo.

Oppure, se ci riuscite, evitate la scrittura. Ancora meglio. Così potrete, finalmente, tornare a leggere.

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Memoriale dell’assedio a un castello gonfiabile

Per motivi difficili da spiegare sono mio malgrado costretto a passare un pomeriggio in una ludoteca per bambini di età inferiore agli anni 5, qui riuniti per celebrare il compleanno di un loro coevo. Il luogo in cui ci troviamo è una sala di circa cento metri quadrati, presa a nolo dai familiari del festeggiato, e consiste in un recinto dotato di attrazioni quali un castello gonfiabile, alto tre metri con scivolo incorporato, e in una grande struttura a gabbia, una specie di voliera suddivisa a sua volta in una piscina di sfere in plastica variopinta e altri ambienti collegati tra loro da cunicoli e chiusi da pareti morbide in modo che i giovani frequentatori possano esercitarsi nelle più pericolose acrobazie, o nella lotta, senza dover ricorrere né all’intervento di parenti né al pronto soccorso. Più in là scorgo un buffet imbandito di pizza al trancio e dolciumi dall’aspetto malsano.

Inoltre, a latere delle amenità qui sopra elencate, ecco un erogatore di tatuaggi adesivi a pagamento (un’esca per bambini), uno di dinosauri giocattolo a pagamento (per bambini) e uno di caffè, pure lui a pagamento (questo invece riservato agli adulti mentre attendono che la festa, se così vogliamo chiamarla, abbia termine). Gli altoparlanti diffondono a ciclo continuo due canzoni, sempre le stesse due, di un noto rapper sudcoreano. Mancano solo gli psichiatri e poi siamo a posto.

Di fronte alle strutture ludiche sono posizionate le panchine per i genitori che quindi sono costretti a fare amicizia tra loro mentre sorvegliano i piccini urlanti. Naturalmente lo scrivente è più che mai deciso a respingere gli assalti di qualsivoglia contatto sociale con altri padri. Al contrario di costoro, infatti, io indosso occhiali da sole (per proteggermi dal neon oltre che dalle persone) e auricolari che, come al solito in queste occasioni, sparano a pioggia le Variazioni Goldberg di Bach nella seconda interpretazione di Glenn Gould, e se questo ancora non bastasse a dissuadere incauti conversatori, ho portato con me i Guermantes, nel senso del terzo volume di Alla Ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust, lettura nella quale ostento di essere sprofondato e da cui ogni tanto stacco lo sguardo di uno solo dei due occhi, per qualche secondo, unicamente allo scopo di verificare che il minorenne, di cui sono mero accompagnatore e autista, sia ancora vivo, o che la festa non sia giunta al suo decorso.

Insomma, è praticamente impossibile che qualcuno voglia avvicinarsi a me senza aver paura.
Ma sarà davvero paura quel sentimento che costoro provano nei miei confronti?

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