Invito agli aspiranti scrittori affinché smettano di leggere (e magari anche di scrivere, se ci riescono)

Il fondamentale consiglio erogato da ogni insegnante di scrittura ai suoi allievi, di solito, non è, come sarebbe ragionevole aspettarsi, quello di adoperare la punteggiatura con proprietà. Né quello di badare all’ortografia o alla sintassi.

Pare strano ma no, il più ripetuto fra i consigli dati agli aspiranti scrittori è sempre quello: leggete. “Volete scrivere bene? Leggete più che potete. Leggete come matti.”
“Leggete, così imparate a scrivere meglio. E poi dopo – ma solo dopo, per carità, non prima! – scrivete.”

Eccolo là. E bravo il nostro maestro. Gli domandate di insegnarvi una cosa, e lui vi risponde di farne un’altra. Forse vuole confondervi le idee. Ma è giunto il momento di contestarlo. Caro il mio professorino del menga, confessa la verità: leggere nuoce agli aspiranti scrittori. Soprattutto li distrae. Gli fa perdere un sacco di tempo che potrebbe essere meglio impiegato, ad esempio, nel perseguire il loro vero e unico obiettivo. Ossia esercitarsi a scrivere.

Immagino già l’obiezione dell’insegnante: “Quanta pazienza ci vuole con lei, caro il mio ingenuo, lei non ha capito un accidente: io suggerisco agli aspiranti scrittori di leggere, certo, ma proprio perché da tale fruizione essi possano indottrinarsi allo scrivere, giacché si impara molto più dall’abbeverarsi alla lettura di un Leone Tolstoj o di un Marcello Proust o dai loro colleghi, che da trilioni di ore di lezione di scrittura a vanvera.”

A questo punto, dopo una tale replica, bisognerebbe prender da parte il maestro di scrittura creativa, chiedere perdono ai suoi discepoli per questa breve interruzione, spiegar loro che dovete uscire dall’aula per fare un discorsetto al loro maestro – ma solo per un momento, poi tornate subito – e quindi, trascinando il reo fuori dalla classe, schiaffeggiarlo.

O futuri scrittori, come ve lo devo dire: non ascoltate il maestro, e non leggete, per l’amor di iddio! Soprattutto non il Proust, non il Tolstoj o quelli della loro risma: è gente che va per le lunghe. Vi porteranno via le giornate. Quando lo troverete poi, il tempo per scrivere?

Inoltre questi scrittori bravi sono talmente più bravi di voi che dal confronto con essi non trarrete giovamento ma una forte diminuzione della stima in voi medesimi! Già siete debuttanti e quindi, per vostra natura, nutrite il timore di non esser capaci, ed è normale che sia così. Se poi l’istruttore, per stimolarvi, vi mostra un tizio ottocento volte più bravo di voi in azione? Allora è chiaro che a voialtri discenti passa la voglia.

Evitate i maestri di scrittura creativa (già solo per l’utilizzo di tale aggettivo meriterebbero di esser presi nerbate) ed evitate la lettura, o aspiranti scrittori: fuggitela come un morbo.

Oppure, se ci riuscite, evitate la scrittura. Ancora meglio. Così potrete, finalmente, tornare a leggere.

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Memoriale dell’assedio a un castello gonfiabile

Per motivi difficili da spiegare sono mio malgrado costretto a passare un pomeriggio in una ludoteca per bambini di età inferiore agli anni 5, qui riuniti per celebrare il compleanno di un loro coevo. Il luogo in cui ci troviamo è una sala di circa cento metri quadrati, presa a nolo dai familiari del festeggiato, e consiste in un recinto dotato di attrazioni quali un castello gonfiabile alto tre metri con scivolo incorporato, e in una grande struttura a gabbia, una specie di voliera suddivisa a sua volta in una piscina di sfere in plastica variopinta e altri ambienti collegati tra loro da cunicoli e chiusi da pareti morbide in modo che i giovani frequentatori possano esercitarsi nelle più pericolose acrobazie, o nella lotta, senza dover ricorrere né all’intervento di parenti né al pronto soccorso. Più in là scorgo un buffet imbandito di pizza al trancio e dolciumi dall’aspetto malsano.

Inoltre, a latere delle amenità qui sopra elencate, ecco un erogatore di tatuaggi adesivi a pagamento (un’esca per bambini), uno di dinosauri giocattolo a pagamento (per bambini) e uno di caffè, pure lui a pagamento (questo invece riservato agli adulti mentre attendono che la festa, se così vogliamo chiamarla, abbia termine). Gli altoparlanti diffondono a ciclo continuo due canzoni, sempre le stesse due, di un noto rapper sudcoreano. Mancano solo gli psichiatri e poi siamo a posto.

Di fronte alle strutture ludiche sono posizionate le panchine per i genitori che quindi sono costretti a fare amicizia tra loro mentre sorvegliano i piccini urlanti. Naturalmente lo scrivente è più che mai deciso a respingere gli assalti di qualsivoglia contatto sociale con altri padri. Al contrario di costoro, infatti, io indosso occhiali da sole (per proteggermi dal neon oltre che dalle persone) e auricolari che, come al solito in queste occasioni, sparano a pioggia le Variazioni Goldberg di Bach nella seconda interpretazione di Glenn Gould, e se questo ancora non bastasse a dissuadere incauti conversatori, ho portato con me i Guermantes, nel senso del terzo volume di Alla Ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust, lettura nella quale ostento di essere sprofondato e da cui ogni tanto stacco lo sguardo di uno solo dei due occhi, per qualche secondo, unicamente allo scopo di verificare che il minorenne, di cui sono mero accompagnatore e autista, sia ancora vivo o che la festa non sia giunta al suo decorso.

Insomma, è praticamente impossibile che qualcuno voglia avvicinarsi a me senza aver paura.
Ma sarà vera paura quel sentimento che provano nei miei confronti?

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Invocazione di un supplice alla Dea Bendata

Giunge nell’esistenza di ciascuna persona, a questo mondo, un momento in cui è finalmente lecito aspettarsi l’avversarsi di quel fenomeno che in linguaggio scientifico è altrimenti noto come “una bella botta di culo”.
Si tratta certo di un fenomeno raro, ma non rarissimo. Io stesso ho potuto assistere mentre esso accadeva. Naturalmente accadeva non a me direttamente ma a terzi, ci mancherebbe, però ne sono stato spettatore, in non poche occasioni, seppur non beneficiandone.

Non voglio certo dire che non mi siano capitate, nella vita, alcune fortune. Ma queste fortune risultano differenti dalla succitata botta di culo. Mi è infatti successo di venire al mondo a in una città europea anziché in una baraccopoli di palafitte sullo Zambesi. In stato di discreta salute invece che privo di arti. Figlio di brave persone e non di ladri eroinomani. Ma questi destini, ribadisco, son cose difformi dal fenomeno suindicato, cioè dalla così detta – mi si perdoni la ripetizione non proprio raffinata seppur efficace – Botta di Culo, che ha ben altra natura. Essa si presenta non con il sorteggio della nascita ma nel decorso degli anni successivi. E all’improvviso, senza avvisare, di solito quando ce ne sarebbe bisogno.

Ecco, credo che per lo scrivente l’attesa sia durata anche troppo. Anzi, non vorrei pretendere troppo ma in tutta sincerità, se gli dei vogliono dimostrarsi cortesi, ebbene sarebbe necessario che l’evento si verificasse in questi giorni. O Suprema Botta di Culo, io ti invoco. Manifestati anche a me, dopo decenni di latitanza. Voglio apprezzare anche io le tue virtù. Prometto di riconoscere il tuoi merito, senza attribuirlo a me. Ammetterò di esser stato non bravo o furbo, ma semplicemente fortunato.

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L’arte di fare la spesa al supermercato nei fine settimana

E’ oramai mio costume andare al supermercato il sabato pomeriggio, come milioni di altri umanoidi su questo pianeta: io, però, mi distinguo dalle plebi. Fra le corsie, piloto spericolatamene il carrello in mezzo alla folla inforcando gli occhiali da sole, anche dopo le cinque, quando fuori è buio. Già per questo atteggiamento spicco rispetto alle masse che infatti, quando sono sulla mia traiettoria, si spostano guardandomi con preoccupazione.

Inoltre in tale occasione altero le percezioni sensoriali. Sono isolato dalla fluida realtà sonora circostante, ho la mia colonna sonora personale, giacché ho le cuffie alle orecchie, e in esse risuonano le Variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould in persona, modestamente, a un volume notevole. Già questo basterebbe a caratterizzarmi quale cliente più eccentrico – seppur non abbiente – di tutto il supermercato e forse del quartiere.

Ma non basta ancora, perché io, diversamente dal volgo, pratico lo spostamento della cultura. Mi spiego meglio. Tale attività di spostamento consiste in quanto segue: mi reco al reparto dei libri, prendo dallo scaffale alcune copie di Ecce homo di Nietzsche (lo so, sembra pazzesco ma davvero lo vendono al supermercato, e costa pure pochissimo) o di Enten-Eller di Kierkegaard e poi le trasferisco nel reparto della verdure, nel cesto della lattuga, oppure all’interno dei frigoriferi in mezzo alle confezioni di merluzzo surgelato. Quindi mi apposto per studiare, da lontano, la reazione degli avventori, i quali per altro di solito si limitano a scansare Nietzsche e Kierkegaard per prendere, appunto, la lattuga e il merluzzo. Diversa la reazione delle signorine del personale, che pur non avendo prove, da tempo mi guardano con sospetto: “uhm, quel tipo affascinante e misterioso… sarà lui il matto, il sabotatore seriale, lo spostatore folle?” Ma mentre costoro son rapite in simile riflessioni, intanto io sono già lontano. Indosso sempre gli occhiali da sole e sulle note di Bach sfreccio verso le casse. Non temete, amici del supermercato, tornerò a seminare inquietudini molto presto: sabato prossimo.

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La triste vicenda di un innocente deportato dal destino

Persevero dunque nell’ordire la trama autobiografica. Mi spiace, sono cose che capitano.
Dunque ero a Genova, senza sapere di esserlo: avevo solo nove anni quando i genitori, raggianti, mi annunciarono che avrei dovuto lasciare la scuola, i compagni, le amicizie, gli affetti, i colli, il mare, l’amata e solatia Liguria per traslocare, insieme a loro, a Milano.

Nell’apprendere la notizia, restai perplesso. Non sapevo cosa dire. Mi venne fuori solo una domanda istintiva: e che cosa sarebbe, questo Milano?

E’ una grande e bellissima città – mi venne risposto – con luci, grattacieli, fabbriche, panettoni e fumi colorati nell’aria, vedrai che roba, sul tetto del duomo c’è una statua tutta d’oro della Madonna che guarda tutti e tutti protegge, persino i poveri immigrati genovesi come te e come noi.

L’argomentazione religiosa non mi persuadeva appieno. Mi fu poi spiegato che, comunque, c’era poco da protestare, dacché il babbo era stato spostato lassù dai certi signori poco simpatici (in tali personaggi malvagi, a distanza di anni, riconobbi la categoria dei datori di lavoro) e peraltro senza neppure chiedergli per favore, a dire il vero, anzi la richiesta era giunta con modi poco amichevoli, e perciò o si andava a Milano o avevamo serie possibilità di finir a dormire in istrada sotto il cavalcavia come tetto. Non capivo ancora molto di economia e di disoccupazione ma davanti a tale rilievo convenni che forse, in effetti, era meglio Milano.

Un dì fui dunque portato a Milano. Arrivammo di sera, attraversandola dalle periferie: dai finestrini non vedevo tutto quel fascino di cui mi era stato detto. Milano non sembrava la New York che mi avevano prospettato. Casomai assomigliava a Tortona, ma molto più estesa.

Nell’arduo tentativo di rendermi la trasferta più allegra mi condussero dapprima in pizzeria e poi ad ammirare la leggendaria attrazione della metropoli, la grande statua d’oro, svettante in cima alla cattedrale. Solo in quel momento mi resi conto che a Milano non c’era il mare, e trovai che questa, per una città, fosse una pecca intollerabile.

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Sull’atroce vicenda che mi occorse a scuola in prima elementare

Non serbo alcun ricordo del primo giorno di scuola, so solo che si svolse nel minuscolo borgo marinaro alla periferia estrema di Genova, paesello ove trascorsi la puerizia e di cui già ti dissi.

Ignoro se la dimenticanza del debutto stia ad indicare un trauma infantile: mi auguro di no, spero sia solo colpa della poca memoria. Di certo, quel giorno e nei successivi, indossavo un grembiule nero con colletto bianco, come tutti i compagni, e la gassa di un fiocco blu, che per le colleghe femmine diveniva rosa. Tale assurdo abbigliamento era inderogabile, almeno nella scuola pubblica che frequentavo, e comunque, a metà mattina, lo scioglimento del fiocco era consentito senza punizioni, anche perché nessuno, fra i giovani discenti, era in grado di rifare il nodo.

 

Modestamente, ero un allievo piuttosto brillante: la maestra talvolta organizzava gare di domande fra alunni, con in palio premi ambiti quali, ad esempio, le figurine di animali del bosco; e io, spesso, risultavo vincitore, cosa che immagino contribuisse a rendermi antipatico al resto della classe e di cui però non mi rendevo conto, almeno sino a quel momento. Ma la boria del saputello andava pagata, e presto si vedrà a quale salato prezzo, con quale perfidia del destino. Di lì a poco il disonore mi avrebbe teso il tremendo agguato.

 

Prima di spiegare meglio il dramma, una precisazione che potrebbe sembrare poco pertinente ma non lo è: mia madre, all’epoca, era tormentata dall’idea di andar di corpo con regolarità. Non gliene faccio una colpa, molte donne hanno quei pensieri. Dapprima, peraltro, riservava tale preoccupazione solo a se stessa. Poi, piano piano, la allargò ai parenti più stretti.

Perciò ogni mattina, quando un familiare usciva dal bagno, lei, con aria militaresca, lo fermava e lo interrogava. Chi dopo l’obbligatoria seduta non avesse prodotto qualcosa, e in dimensioni considerevoli, era trattato alla stregua di un malato grave. Già al secondo giorno di (diciamo così) astensione, il poverino rischiava, secondo lei, di finire tradotto in ceppi da un dottore o persino all’ospedale.

Così, per colazione, sul tavolo insieme a speciali biscotti, ci venivano offerti crusca, bevande molto calde e altri alimenti in grado di agevolare la purificazione dei visceri.

Il giorno infausto stavo appunto sgattaiolando silenzioso dalla toilette illibata quando venni bloccato dall’indagatrice con l’indice spianato sul viso. Dovetti confessare: stavo mancando ai miei doveri già da due giorni di fila. Per evitare di giungere al terzo, fui subito sottoposto a un trattamento intensivo: caffellatte doppio, bicchiere d’acqua tiepida e due cucchiai di crusca. Poi, per finirmi, anche un cucchiaio d’olio d’oliva, che in Liguria è un lassativo naturale molto usato.

In queste condizioni, cioè con quella mistura ancora gorgogliante nella pancia, mi recai incautamente a scuola.
La catastrofe si verificò verso le dieci, mentre l’insegnante spiegava l’alfabeto.
Fui travolto dall’impellenza, lì in classe, davanti a tutti. Non riuscì neppure ad alzarmi dal banco.
Poi, con disinvoltura e sottovoce, chiesi aiuto alla maestra.

Scattò l’emergenza. Una bidella terrorizzata mi condusse in infermeria mentre la preside chiamava i soccorsi: i genitori vennero a prendermi con vestiti di ricambio. Per consolazione, mi riportarono a casa.

Si dirà: a questo punto, per l’imbarazzo, avrai dovuto cambiare scuola e città. Forse anche la nazione.

E invece no. I compagni avevano assistito alla scena, prima in aula e poi dalle vetrate sul corridoio. Ma per fortuna non ridevano. Anzi, credo che nemmanco capissero cosa stesse accadendo, o se ne scordarono in fretta.. Casomai alcuni, i più intelligenti, se n’erano rattristati in segno di solidarietà tra infanti.

O almeno così mi piace ricordare.

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La superflua descrizione di un’infanzia apparentemente lieta

Sul mare della Liguria orientale, a poche miglia dai moli di Genova, città ove son nato, si affaccia il paesucolo ove invece ho trascorso l’infanzia. Dopo un breve soggiorno altrove, nei primi anni di vita mi ero trasferito ivi, a seguito della corte familiare che già allora mi manteneva.

Si trattava di un piccolo borgo di mare, inerpicato sulle scogliere e completamente ostile al turismo sia per l’indole poco cordiale dei suoi abitanti (me incluso) sia soprattutto per la pressoché totale assenza di parcheggi per auto. Un paese assiso in posizione scomoda su una collina pur di poter guardare il limpido del mare.
La spiaggia non ha neppure la sabbia ma pietruzze, e questo contribuisce a scoraggiare anche i villeggianti estivi più cocciuti, e i pochi turisti scampati alla riottosità dei nativi.

Per anni, insieme agli indigeni miei coetanei, ho frequentato con profitto l’asilo comunale. Era questo una casa gestita da suore (a quel tempo come oggi le suore avevano un ruolo centrale nell’oligopolio dell’istruzione italiana), munita di giardino e refettorio per la mensa. Ne conservo bei ricordi. Mi ci recavo a piedi, poiché i venti minuti di percorso da casa a lì non presentava rischi – automobili, malintenzionati, briganti, dirupi- tali da pregiudicare la passeggiata di un fanciullo.

A dispetto di quanto si possa pensare, la vita in un paesello, lontano e nell’isolamento delle campagne, può risultare assai piacevole. Specie se si è bambini. E questo non solo nei mesi caldi, quando l’estate rimane lì ad aspettarti da ogni finestra, ma anche nel lunghi inverni nella pioggia o nel silenzio. Ancora oggi, molto tempo dopo esser emigrato nella metropoli, vado là a trascorrere periodi di quiete, nella stessa casa, nei medesimi luoghi, a domandarmi che sarebbe stata la vita se fossi rimasto.

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Il ruolo degli influencer nella strategy di rilancio di questo blog (stenografia della riunione interna sul tema)

- Maledizione, questo sito ha bisogno di incrementare i numeri di traffico, evidentemente la strategia di investimenti massicci su Twitter, Instagram, Pinterest, Tumblr, Googleplus, Peulior e…

- Peulior?

- Certo, il social network suggerito dalla nostra agenzia di consulenti.

- Ed esiste davvero?

- Che ne so? Spero di sì, se penso a quanto ci abbiamo speso. Ma stavo dicendo: questa social strategy non ci sta portando da nessuna parte, personalitaconfusa.net non se lo fila nessuno. Ti rendi conto che rispetto al 2003 il reached target è diminuito del diciottomila per cento?

- Lo credo bene: non ci scriviamo mai.

- Cosa c’entra questo?! Non abbiamo tempo per scrivere, siamo troppo impegnati a elaborare strategie. E poi basta interrompermi, sennò perdo il filo, diosanto.

- Scusa. Continua pure.

- Dunque… Ah sì, le criticità. Anche la strategy di puntare tutto sullo storytelling non ha dato i risultati sperati. First of all, perché lo storytelling manco abbiamo capito cosa cazzo sia, e perfino i nostri strapagati consulenti temo abbiano idee parecchio vaghe. In più, la narrazione del vissuto esperienziale pare non interessi granché alle grande masse: l’audience è troppo occupata a raccontare i fatti propri per poter anche leggere quelli degli altri.

- Quindi?

- Quindi non ci resta che giocare la carta finale, la più importante, quella decisiva: chiamiamo gli influencer.

- C-chi?

- Gli influencer. I grandi influenzatori, gli opinion leader della Rete. I Signori in grado di mutare a loro piacimento il sentiment di intere popolazioni. Personaggi very autorevoli, capaci di dettare i modi della comunicazione global & social con un semplice colpo di tosse. Coloro che decidono in totale autonomia quali sono le tendenze, che cosa è out (noi) e che cosa è in (loro). E tutto ciò lo spiegano alle plebi utilizzando la potenza di fuoco dei new personal media.

- Non riesco a capire di chi parli. Intendi gente come Obama, il papa?

- Non esageriamo. Oddìo, in effetti anche quei due lì sono su Twitter, ma temo che il loro engagement nella nostra operation di marketting sia fuori budget. Io mi riferivo agli influencer italiani. Ad esempio: Pistolina93 è una fashion food blogger con un un account twitter molto seguito e soprattutto molto aggiornato – pubblica un tweet ogni 4 secondi, una vera campionessa di resistenza. L’ho già chiamata per chiederle se ci fa un po’ di advertising gratuito. Pare che per un condividere un hashtag voglia un mucchio di quattrini ma secondo me ci prova, credo possa accontentarsi del pranzo pagato alla tavola calda qui sotto e degli spicci per il biglietto del tram.

- Ah.

- Poi ci sarebbe questo Oreste, vera divinità del social media star system nostrano: è un disoccupato di Pinerolo, però pubblica il tumblr di donne nude più letto del Nord Italia, insomma ha più lettori (per così dire) lui del Corriere della Sera, e ormai tutte le aziende lo invitano alle feste e alle presentazioni dei loro prodotti sperando che lui faccia almeno un tweet in cui li nomina. Dicono che una sua parola valga più di uno spot su RaiUno all’ora di cena. Certo, a un influencer del suo rango bisognerebbe pagare il biglietto aereo in business class, ma forse riusciamo a convincerlo che per venire a Lambrate dal Piemonte è più comodo un treno interregionale.

- Ottimo. Altri – ehm – influencer da coinvolgere?

- Se proprio vogliamo svoltare dobbiamo avvalerci di un big influencer del calibro di Giuseppe Rotunno.

- Rotunno, certo.

- Dai, non fare quella faccia, lo so che il nome non ti dice niente, ma tu sei vecchio, e qui ci vuole il nuovo. E Rotunno, caro mio, è il titolare di giusepperotunno.wordpress.org, il blog di giardinaggio più influente d’Europa.

- Giardinaggio? Ma…

- Sì, d’accordo ha iniziato con il giardinaggio, ma adesso si sta allargando ad altri temi: cultura, costume, cinema, musica, internet, giornalismo, cronaca nera, politica, metafisica kantiana. Tutto. E poi commenta in diretta su twitter i talent show della De Filippi e le partite di calcio della nazionale. Insomma, gode di una visibility immensa. Pensa che una settimana fa la foto del suo cane su Instagram ha ricevuto 84 like, di cui solo quindici venivano dai suoi parenti!

- Perciò tu sostieni che questi tizi, questi influencer, se parlano di noi, possono finalmente rovesciare le sorti di questo blog e riportarlo all’antico splendore.

- Certo. Li invitiamo, gli diciamo quattro pagliacciate, siamo gentili con loro, fingiamo di essere simpatici, eccetera. Magari offriamo la merenda, gli lasciamo pure un regalino, un gadget, un omaggio, un bacio sulla guancia, che ne so. Poi quando se ne sono tornati a casa, ci mettiamo a monitorare i risultati. Hai visto mai che qualcuno di loro, dopo, parli anche brevemente di noi ai suoi fan. A quel punto il gioco è fatto. Finalmente folle oceaniche torneranno sul nostro blog. E allora saremo noi a fare gli influencer…

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Autobiografia di un’infanzia foriera di presagi

Il primo ricordo della mia vita è una macchia di vomito, stampata sulla moquette verde. L’autore del vomito sono io, probabilmente ho due o tre anni. Il proprietario della moquette, invece, è un signore romano che ha affittato alla mia famiglia un appartamento sul vicolo.

 

Sono nato a Genova, come tutti i miei parenti, ma ho vissuto i primi anni della mia vita a Roma, a seguito di madre e padre ivi trasferiti per i soliti motivi di lavoro.
L’abitazione della primissima gioventù, cioè dai miei zero ai quattro anni, era questa piccola casa in via degli Spagnoli, a pochi passi da piazza Navona. Si dirà: beato te, che lusso, famiglia abbiente. Ma no, ma quale lusso. Oggi quel quartiere si riserva a giornalisti, attori, deputati e altri milionari, ma ai tempi della mia infanzia – cioè nella prima metà degli anni Settanta – era un rione popolare, se posso osare pure un po’ zozzo: mi ricordo – e questo è forse il secondo ricordo della mia dolente esistenza – che avevamo i sorci in casa.
La loro presenza si manifestò a sorpresa la sera in cui la signora madre, assisa sul divano a guardare la televisione in bianco e nero, intravide un oggetto irsuto e semovente, con la coda rosa correre sulla moquette sotto le tende per nascondersi dalla luce o dal rumore.
Così l’augusta genitrice fu costretta a comperare le trappole, quelle a scatto con il pezzetto di formaggio che aziona una molla per imprigionare il topolino o eventuali amici suoi. Anzi per ammazzarli, ma ai bambini questo non lo si poteva dire.
Non ho peraltro mai saputo di ratti catturati, né delle condizioni fisiche in cui furono ritrovati. Sospetto che ne sarei rimasto turbato.

 

Il primo istituto scolastico frequentato in vita mia si trovava in via dell’Arancio, a Roma, ed era un asilo. Ho dimenticato tutto di quell’esordio nel mondo dell’istruzione. Dalla memoria riaffiorano soltanto gli abiti bianchi e gonfi delle suore all’ingresso e l’impressione di una scala, poi nulla più. Sommarie ricerche mi informano che quell’asilo oggi potrebbe aver cessato le sue attività.

 

Tra le reminiscenze spuntano anche i primi spostamenti in triciclo sui quadrucci di piazza Navona, l’acquisto di una mela caramellata per Natale, parecchie visite al giardino zoologico, la gentilezza dei vicini, cioè una famigliola di camionisti romani che all’occorrenza mi facevano da balia.
Il ricordo più chiaro nei contorni resta lo stereotipo dell’epoca: il percorso del trenino elettrico allestito in salotto dal padre, con la campanella della stazione in grado perfino di suonare al passaggio della locomotiva sui binari. Ma il montaggio delle rotaie era troppo complesso per l’ingegneria di un minore d’età, e malgrado le mie proteste temo non si potesse occupare il tinello, già angusto di suo, con una ferrovia, né costringere il padre ad assemblarla ogni sera.
Mi sembra però che nell’ultimo mio pomeriggio romano, proprio mentre intorno a me s’alzava il putiferio del trasloco per rientrare a Genova, in mezzo al viavai e alle scatole, il trenino fosse in allegramente funzione, forse per distrarmi dalla partenza.
Poche ore dopo Roma finì, e tornò solo nei viaggi o nei ricordi.

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